Scritto per il concorso "Aiutare i bambini CIFA bene", organizzato dalla casa editrice Progetto Cultura allo scopo benefico di aiutare l'ONG CIFA, questo racconto si è aggiudicato il primo premio e la pubblicazione nell'antologia relativa. La versione qui riportata, però, è quella originale, senza l'editing della casa editrice svolto senza informarmi e senza un paio di errori di stampa, tra i quali la soppressione di una divisione di capitolo. A onor del vero, la versione originale contiene qualche refuso che ho lasciato al suo posto. Anche i migliori sbagliano!
Quell'abbraccio mi è rimasto scolpito nella memoria, forse perché in quel momento mi parve che mia sorella e io non avremmo dovuto trovarci lì. Fu un abbraccio vitale, convulso, che aveva dell'inevitabile, e la forza con cui si stringevano lasciava presagire che, presto, si sarebbero definitivamente allontanati. Mio padre era di spalle, ma vedevo mia madre: teneva gli occhi chiusi, e nonostante nel suo gesto rimanesse ancora dell'amore, nelle pieghe della sua fronte contratta c'era un dolore profondo. Quell'abbraccio tra i miei genitori fu un gesto estremamente privato, emblematico allo stesso tempo, e provai un po' di invidia, al pensiero che non era stato provocato da me, neanche da mia sorella che in silenzio accanto a me sopportava a sua volta quella situazione, ma da un bimbo distante migliaia di chilometri da noi, e che della mia famiglia non aveva mai sentito parlare.
"Scrivete una lettera a Lodoe Thai." attaccò mia madre dal giorno dopo, e da allora fu un ritornello costante.
Io mi sganciavo facilmente: "Non so l'inglese." dicevo, e quello era il mio modo di mettere un punto alla questione. Per mia sorella era più difficile.
"Scusa, l'avete adottato voi, no?" protestava, e tentava di combattere con mia madre usando le sue stesse armi. "Non ho capito, prima ti prendi una responsabilità e poi la deleghi?"
La mamma, però, era una giocatrice consumata. "Che cavolo di reazione! Ti ho chiesto una cosa, e tu reagisci accusando, accusi sempre, e non te ne accorgi, Sempre sulla difensiva, tu. Non puoi dire che non ti va? Dì semplicemente che non ne hai voglia, invece tu tiri dentro le responsabilità degli altri, che cavolo di accuse fai sempre!"
Mia sorella si ritirava, ferita, nella nostra stanza, in mezzo alle sue carte, e per un po' non se ne parlava più. Io però sapevo che aveva fatto una fotocopia della scheda di Lodoe Thai, con la sua foto: e l'aveva appesa nell'angolo tra la mensola e la parete della porta finestra, in modo che poteva essere guardata solo infilandosi tra la scrivania e il muro. Spesso, la sorprendevo lì, a guardare quella scheda, e alle volte quando lei non c'era mi ficcavo anch'io con la schiena contro il vetro della finestra, a studiare quella fototessera. A parte in qualche film, non avevo mai visto una faccia tibetana, e in ogni caso non vi avevo prestato molta attenzione: gli occhi a mandorla erano più grandi di quelli cinesi, più orizzontali dei giapponesi. La fotocopia era in bianco e nero, e le generalità del bambino erano in inglese. Potevo provare a leggerle, ma in linea di massima mia sorella mi aveva già spiegato quello che c'era da sapere: si trovava in India, come molti esuli tibetani, andava in una scuola dell'associazione che si occupava delle adozioni a distanza, aveva la famiglia lontano, andava bene a scuola ed era vivace. In fondo, non l'avremmo mai incontrato, per cui che altro serviva sapere?
All'inizio i miei l'avevano presa in modo diverso. Quell'abbraccio subito dopo aver firmato per l'adozione a distanza, in quella stanzetta strapiena di carte e ninnoli dell'equo e solidale, l'aveva confermato ancora di più. Adottare un bambino a distanza nel bel mezzo di una crisi coniugale irreversibile potrebbe essere considerato banale, ma forse è un gesto migliore del tagliarsi i capelli o sfogarsi in palestra, se non altro perché si compensa il male che si prova facendo del bene a qualcun altro, da qualche altra parte. Mio padre si tagliò la barba, dopo la separazione: non avevo mai visto il suo viso così, rasato, e anche quel secondo gesto un po' scontato mi ferì, perché confermò che non si poteva tornare indietro. Mia sorella avrebbe voluto tornare indietro, lo sapevo perché la conoscevo bene, ma non mi aspettavo che i suoi rimpianti si trasformassero in una fortissima spinta in avanti. Pochi mesi dopo che mio padre si fu trasferito, anche lei se ne andò via da casa, verso il sogno di una nuova famiglia felice. Io rimasi. Rimasi a casa insieme a mia madre, e ogni tanto lei mi ricordava quella lettera e quel bambino ignaro.
"Poverino." diceva con un sorriso triste. "Magari gli altri bambini adottati ricevono molte lettere, e noi gliene abbiamo mandata soltanto una. Perché non scrivi qualcosa? Poi chiediamo a tua sorella di tradurla, così almeno gli diamo notizie."
"Basta che gli diamo i soldi." ribattevo laconicamente.
"Non è vero. Dai, scrivetegli qualcosa. Se non per lui, per noi." Questi erano i colpi bassi di mia madre. Ma anche io avevo frecce al mio arco, e a differenza di mia sorella non mi facevo scrupoli a scoccarle. "Noi chi, scusa?"
Così la spuntavo. E, presumibilmente, Lodoe Thai aspettava senza darsene pensiero.
Era vero: gli avevamo mandato una prima lettera. Mia sorella l'aveva scritta, e ai margini del foglio aveva disegnato tante faccine, e le nostre piccole caricature dopo le firme. Mamma aveva cercato una foto da mandare insieme alla lettera, e ne aveva scelta una risalente all'ultima vacanza fatta prima che tutto si rovinasse, nella quale eravamo tutti insieme. Era l'unica nella quale mamma e papà sorridevano.
"Mandi quella?" aveva detto mia sorella, dubbiosa. Come sempre, non si piaceva in fotografia, ma la sua espressione forzatamente disinvolta mi confermava che anche secondo lei quell'idillio ormai terminato non era molto appropriato.
Mio padre l'aveva presa e studiata. "Non è male." aveva concluso. Lui, almeno, ci provava.
"Sto povero bambino." aveva commentato poi mia sorella, una volta nella nostra stanza. "I genitori veri sono profughi, e i genitori adottivi so' divorziati. Che culo."
Avevamo riso insieme. Eravamo sempre state complici, lo eravamo anche in quel momento, unite nell'ironia e nell'amarezza.
Poi, una volta mandata quella foto, che nel suo tentativo di normalità era disperata quanto l'abbraccio di un amore che scivola via tra le dita, ci era arrivata la risposta, con una foto a colori di Lodoe Thai. Noi due la trovammo sul tavolo in soggiorno, già aperta , perché era arrivata all'indirizzo dell'ufficio di mamma e papà - non capivo perché non avessero dato l'indirizzo di casa, ma dato che i miei lavorarono insieme più a lungo di quanto convissero, fu probabilmente una scelta ponderata. Ma allora, quell'adozione non era stata nient'altro che un epitaffio?
La foto era stata scattata probabilmente nel cortile della scuola di Lodoe, che stava in piedi sul ballatoio rialzato di un gradino e aveva alle spalle un'entrata visibile per metà, senza nessuna porta, e l'inizio della parete in cemento. Indossava la divisa della scuola, una giacchetta blu con le spalline e i bottoni dorati, pantaloncini grigi con la piega, calzini bianchi fino al ginocchio e scarpe nere con i lacci.
Sorrideva: per questo, gli occhi erano più sottili che nella fototessera, e non se ne vedeva il colore, che ipotizzai nero. Anche i capelli corti erano neri, e il fatto che la pettinatura non avesse una forma ma seguisse dolcemente i contorni della testa metteva Lodoe Thai nella categoria di persone che mia sorella definiva "con la testa rotonda".
Quello che colpì entrambe, in quella foto e in quel bambino, fu la sua espressione. Uno pensa a un bambino adottato a distanza, e la mente corre subito al pancione pieno d'aria e la disperazione scritta in faccia, un'immagine da telegiornale sensazionalistico. Lui, invece, sembrava in forma, e nel suo guardo c'era una luce viva, sveglia, l'espressione vitale di una piccola canaglia che non vedesse l'ora di lasciare qualche suo compagno a chiappe scoperte. Era divertente anche solo guardare quella faccetta da impunito e la posa impettita, ma baldanzosa, con cui aveva posato per i suoi sponsor - così ci chiamava nella lettera: sponsor. Anche il "mamma e papà" per un'adozione a distanza fa telenovela nazionalpopolare, considerato anche che lui, i genitori, li aveva. Forse, anzi, fu questo fatto che ci fece sentire meglio, più a posto, meno responsabili per lui, forse anche i miei si dissero che l'importante, alla fine, era mandare i soldi ogni mese: una famiglia l'aveva, no? Voglio dire, non era messo così male, per cui una lettera in più o in meno non faceva differenza; probabilmente fu questo che fece abbassare la guardia ai miei, di solito così responsabili e zelanti. O forse, il ricordo di un tentativo edificante che ormai cozzava con la realtà dei fatti, ognuno per conto suo, non li riempiva d'orgoglio verso come erano andate a finire le cose. Era solo uno strascico, l'effetto prolungato di un fallimento.
Per quanto mi riguardava, non sapevo l'inglese, e con tutto quello che mi toccava passare non avevo la minima voglia di mettermi a studiare. In fondo, non era messo così male, no?
Mentre le piante di gelsomino nel nostro terrazzo crescevano sempre di più, e si abbarbicavano sulla ringhiera di legno e sul soffitto, dentro casa non c'era più nessuno a guardarli e apprezzarne il profumo penetrante. Mio padre era andato via: si trasferì altrove quando fu chiaro che ogni tentativo di fermarsi, di recuperare qualcosa di invisibile che si era rotto e, da un giorno all'altro, aveva trasformato lui e mia madre da amanti in nemici, era ormai inutile. Mia sorella fu la seconda a lasciare il campo, portando con sé il suo gatto, e prima di andare via si fece dare da alcuni amici una gattina che avevano raccolto dalla strada, e me la regalò. Io non le chiesi nulla. Magari, se ne sarebbe andata anche se le cose fossero state migliori, ma io sapevo che non resisteva più: tutto, a casa nostra, parlava di un vuoto, di una perdita, e lì dentro pareva ormai di vivere in un mausoleo, dove le foto di noi due sorelle con mia mamma rendevano ancora più dolorosa l'assenza di colui che, in quel lontano momento di gioia, era dietro la macchina fotografica. Mia sorella scappò da quel lutto, nel momento in cui fu chiaro che sarebbe durato per sempre, e la gattina che mi lasciò fu forse un debole tentativo di chiedermi scusa. Anche mia madre, una volta che fummo noi due sole, iniziò a passare più tempo fuori casa: cercava qualcosa, e questa ricerca di se stessa combaciava con quella di uno stipendio più alto.
Rimasi io, e la mia nuova gattina, e la fotografia di Lodoe Thai che osservavo, seduta sul dondolo in terrazzo, all'ombra dei gelsomini. Quei fiori emanavano lo stesso profumo dell'anno precedente, la micetta faceva le fusa sulle mie ginocchia, e Lodoe Thai continuava a sorridere in posa, architettando qualche marachella ai danni della maestra. Solo io sapevo. E naturalmente era un bene.
Quando ci arrivò la sua prima pagella, mia sorella era già andata via. Gliela lessi per telefono, e ridemmo nel constatare che tra tutte le discipline, il voto più basso era quello in condotta.
"Adesso bisognerebbe scrivergli." azzardai timidamente.
"Lo so." mi rispose lei. Era lontana. Molto lontana, dato che aveva cambiato addirittura città, ma io sapevo che pensava a noi. Pensava spesso a quello che eravamo stati, a quanto noi due eravamo state felici senza rendercene conto. Era più grande di me e magari ricordava anche la mia nascita. Nella mia memoria, invece, era andato tutto cancellato. Non ricordavo quasi più nulla della nostra vita precedente la separazione dei miei genitori, come se un velo pietoso fosse stato steso sopra quei ricordi sereni, che tanto avrebbero stonato con la vista delle nostre rovine fumanti profumate di gelsomino.
"Tu non puoi farlo?" chiesi di nuovo.
Esitò per un momento, poi mi rispose: "Magari uno di questi giorni ci provo. Però a mamma non dire niente, eh, sennò ricomincia a perseguitarci."
"No, figurati. Scrivigli qualcosa. Se vuoi, io cerco una foto da mandargli."
La sentii sorridere. "Dopo quella dell'anno scorso in montagna, non mandargliene una in bianco e nero, sennò ci sgama."
Anche io risi e dissi: "Anni settanta? No, tranquilla, faccio un fotomontaggio."
"Scontorna bene le facce. Lodoe Thai si ritrova ad avere quattro sponsor separati, invece di uno unico."
"Due." la corressi. "Mi sa che siamo solo in due."
"I soldi li mandano loro." Aveva preso da papà: per lo meno, ci provava.
"Aha." conclusi.
Lì per lì, non capii perché mi ero offerta volontaria per trovare la fotografia: mi sentii una masochista, seduta in veranda di fronte alla valigia nera dove mia sorella aveva raccolto tutte le fotografie volanti, le aveva ordinate cronologicamente, e le aveva lasciate, come tutto il resto, alla mia custodia, alla mia paziente attesa di una qualche ricompensa al dolore.
Provai dolore nel guardarle, nel constatare per l'ennesima volta quello che avevamo perso, e il mio solo conforto era la faccetta di Lodoe Thai, che, in piedi nel cortile della sua scuola, sorrideva sornione, e aspettava che gli rispondessimo.
Magari, pensava a noi. Dopotutto, nella scuola dell'associazione dovevano avergli detto quanto era importante avere uno sponsor. Poteva studiare, almeno, e pensare che, anche se la sua famiglia era lontana, l'avrebbe rivista. Anche la mia famiglia era lontana: ormai eravamo quattro persone, impossibili da sommare. Tecnicamente, anche Lodoe Thai apparteneva alla nostra famiglia, ma il fatto che ne avesse una sua me lo rese all'improvviso più caro. Dall'altra parte del mondo, non ci conosceva, e non sarebbe mai venuto a sapere dei nostri casini: anzi, avrebbe pensato a noi con affetto, e, ignaro del fatto che la famiglia che vedeva in foto apparteneva solo al passato, nei suoi pensieri l'avrebbe resa reale. Anche se io non ricordavo più niente, mia sorella si era stancata di farlo e i miei genitori erano troppo angosciati dal futuro per rievocare un passato doloroso, quel passato, da qualche parte c'era, da qualche parte eravamo ancora una famiglia. Da qualche parte, la nostra famiglia era lo sponsor di un demonio con gli occhi a mandorla, con il massimo dei voti in matematica e otto in condotta, che stava imparando a parlare in inglese e in inglese ci scriveva, la calligrafia incerta e rotonda di un bambino di sette anni. Quell'adozione era stata davvero una cosa positiva, dopotutto, e mia madre non aveva sbagliato nel dire: "se non per lui, per noi".
Mia sorella mi chiamò che non avevo ancora scelto una foto. Davanti, ne avevo alcune, e le avevo poggiate accanto all'immagine di Lodoe Thai, e alla fotocopia della sua scheda che avevo fatto per me, prima che mia sorella portasse via la sua. L'avevo riappesa al posto di quella vecchia, per sentire sempre presenti nel mio animo due persone allo stesso tempo, per averle vicine nel mio cuore. Una, sapevo che ricambiava il mio affetto, sapevo che pensava a me; per l'altra... potevamo lavorarci. Lodoe Thai aveva anche un fratellino, che presto avrebbe iniziato a frequentare la sua stessa scuola: sarebbero stati vicini, finalmente, vicini e complici come devono essere due fratelli, uniti da un amore silenzioso e tenace che supera le distanze, e le difficoltà. Magari, avrebbero avuto uno sponsor in comune: non volevo ancora parlarne a mia sorella, prima di trovarmi un lavoretto e guadagnare qualcosa, perchè ero sicura che lei avrebbe accettato senza riserve, e si sarebbe sobbarcata l'intera spesa. Non volevo darle questo onere, e allo stesso tempo volevo sentire anch'io quella gioia nel momento in cui avrei mandato dei soldi a mia volta. Ci pensavo spesso, con un palpito di trepidazione, e pensavo a quando avrei avuto un'altra foto da guardare, una lettera da scrivere a mia volta, pensavo a quando noi due sorelle avremmo scritto a quei due fratelli e, in un certo senso, saremmo di nuovo stati in quattro. Era una sensazione splendida.
"Allora, hai scelto la foto?" mi chiese mia sorella al telefono.
"Cavolo, no. Ce n'erano centinaia. Ne ho prese alcune carine. Tu hai scritto la lettera?"
"Sì, l'ho quasi finita. Ve la scrivo anche in italiano, poi te la mando per email."
"Come per email. E le faccine?"
"Stavolta fagliele tu, dai. Così ci sbrighiamo. In fondo, a disegnare sei più brava e scrivi anche in bella calligrafia. Allora?"
"Va bene." concordai. "Ma non stare a scriverla anche in italiano. Mandami quella in inglese e basta."
"Scusa, non vuoi sapere che c'è scritto?" mi chiese lei, perplessa.
"Sì. Mi ci metto col vocabolario, e me la traduco. Cavolo, mica gliela stai a scrive in tibetano, no?"
Rise. "Per quello mettetevi il cuore in pace. L'inglese andrà benissimo, per ora. Chiamami se ti serve qualche spiegazione."
Non mi servivano spiegazioni. Volevo solo riscrivere quella lettera, e riempirla delle faccine dei miei, di noi due sorelle e anche dei nostri gatti. Dentro di me, mi chiesi perché avevamo aspettato tanto, perché avevamo esitato a dare un po' di affetto sincero a quel bambino, che chiedeva solo di sentirci ogni tanto e di poter studiare, per avere un futuro migliore di quello dei suoi genitori al campo dei profughi tibetani. Aveva un fratello anche lui, come io avevo una sorella, e insieme sarebbero stati felici, e sarebbero cresciuti: insieme, avrebbero fatto parte di quello che era stato la nostra famiglia, che con noi tutti, mia sorella e me, ma anche loro, poteva esistere ancora. Almeno, poteva esserci come ricordo, e poteva riscattarsi dalla sofferenza, e farci provare ancora un po' dell'antica gioia.
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