Annette Wieviorka

"Auschwitz spiegato a mia figlia"

Einaudi, Torino 2005

[SAGGISTICA]



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Come riuscire a spiegare a una bambina l’immane tragedia dell’Olocausto, in maniera semplice e immediata, senza risultare noiosi, pedanti e poco chiari?
Di certo parlando o, meglio, dialogando e rispondendo alle domande che, spontaneamente, chi ha poca esperienza della vita è spinto a porre. È questo l’atteggiamento di Annette Wieviorka in Auschwitz spiegato a mia figlia (1999), breve quanto incisivo ed efficace vademecum per chi abbia intenzione di avvicinarsi a un tema così lungamente trattato, ma di certo ancora poco compreso nella sua vera essenza.

È per caso che Mathilde, la figlia dell’autrice, si rende conto che l’amica di famiglia Berthe ha un numero tatuato su un braccio, e da questo particolare prende fiato tutta la discussione tra madre e figlia.
Nonostante la semplicità e l’apparente innocenza delle questioni dibattute, il dialogo riesce pienamente a fornire spiegazioni esaustive su diverse tematiche, nonché vari approfondimenti e chiarimenti sulla terminologia specifica.

Parole quali olocausto, genocidio, ghetto vengono spiegate nei modi più semplici possibile, con continui riferimenti al contesto storico, fornendo gli adeguati esempi per evitare di fermarsi a definizioni poco comprensibili per una ragazzina. All’argomento trattato si affiancano conversazioni sulla coscienza e sulla volontà dei nazisti, sulla consapevolezza di ciò che stavano compiendo e sull’obbedienza incondizionata agli ordini impartiti.

L’intuizione della Wieviorka sta proprio nell’aver gestito una quantità notevole d’informazioni, tale da far sì che chiunque possa attingervi: le digressioni non esistono e lo scambio di vedute risulta incalzante e incisivo. L’autrice ha voluto allontanarsi dall’ufficialità della storia per far sì che il materiale trattato fosse a disposizione di tutti e, in tutta sincerità, riesce perfettamente nel suo intento.

Direttrice del Centro nazionale per la ricerca scientifica della Sorbona, la Wieviorka si allontana dall’ambiente accademico e dal mero insegnamento per comunicare alla gente cos’ha significato la persecuzione ebraica per tante, troppe persone.

[Mattia Bianchedi per Studio83]

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