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Fiera di Torino – the week after

Passata più di una settimana dalla Fiera del Libro di Torino, e qualche giorno dalla prima release di Venti Nodi che mi ha prosciugato tempo ed energie (che dite, ne è valsa la pena? ^^) ho ripensato alla nostra sortita in Fiera, ho letto qualche post di chi ci è stato, e vorrei fare qualche osservazione.

La Fiera del Libro è un evento che dovrebbe richiamare lettori da tutta Italia e operatori dall’intero consesso internazionale. Anno dopo anno, però, mi sembra che l’organizzazione faccia di tutto per allontanare i volenterosi con una serie di disservizi e casini non indifferenti.

Parliamo di noi: dalla nascita di Studio83, Elena e io abbiamo partecipato alla Fiera per conoscere e farci conoscere e da questo punto di vista l’esperienza è sicuramente fruttuosa. Mi sono accorta, però, che ogni anno ci abbiamo passato meno giorni. Nel 2007 siamo state tre giorni, nel 2008 due. E dopo le peripezie dell’anno scorso, con navette dagli orari misteriosi, cambi di fermata non segnalati, vigili urbani scocciati e confusionari, chiusura improvvisa di strade e accessi alla Fiera (tant’è che per non perdere il treno alla fine siamo saltate su un taxi), quest’anno ci siamo andate in macchina.

Al nostro arrivo, abbiamo trovato subito una deviazione. Il “caso” ha voluto che sabato 16 maggio, nei paraggi della fiera ci fossero DUE manifestazioni (un altro giorno no? Un’altra strada no? Quelle degli immigrati le soffocano senza problemi, per tutte le altre va bene tutto?). Ovvio risultato:  paralisi del traffico e chiusura di alcune delle strade che portavano alla Fiera. Tra esse via Nizza, sulla quale si affaccia il Lingotto, era occupata dal corteo dei Cobas. Conclusioni: abbiamo dovuto farci a piedi, sotto il sole e tra i manifestanti accalcati, più di due chilometri, Elena carica di volantini, io al terzo mese di gravidanza. Evvabbè.

Al nostro arrivo, verso mezzogiorno, le biglietterie erano ancora abbastanza vuote. Siamo entrate e abbiamo iniziato il lavoro, che quest’anno consisteva giusto nel salutare le nostre conoscenze e nella pubblicità a “Venti Nodi”.
“Posso lasciare qui qualche volantino?” ho chiesto a una hostess al banco informazioni.
“Solo se ha lo stemma della Fiera” mi ha risposto. Davanti a lei, un mare disordinato di volantini buttati alla rinfusa, su nessuno dei quali c’era nessuno stemma. Li ho guardati. Ci siamo guardate. Me ne sono andata senza discutere, evvabbè.

Un rapido giro per gli stand, poi, mi ha confermato un’amara realtà: lo sconto è una specie in via di estinzione.
Molti degli eventi, i più pubblicizzati, sono semi inaccessibili, con file e prenotazione da fare in tempo sennò sei fuori.
I bar sono uno e mezzo, sempre affollatissimi.
Dei bagni non parliamo nemmeno, chi ha bisogno dei bagni?
In chilometri di spazio espositivo, non c’è una sedia o una panchina nemmeno a pagarla, e chi ha bisogno di rifocillarsi o riposarsi è costretto a uscire all’esterno e buttarsi sull’asfalto sotto il sole, tra monnezza e muletti che scaricano roba. La cosa non mi entusiasma normalmente, non vi dico che cosa si prova con la nausea e la resistenza alla fatica di un criceto.

Ho poi letto una cosa davvero interessante su Liblog, che cita un post di Antonio Tombolini, sul prezzo esorbitante della connessione wi-fi per gli operatori… per il lettore non c’è nulla, figurarsi!

Ecco a voi, infatti, il grande trombato della Fiera del Libro di Torino: il lettore. Uno che fa parte di quel 10% di italiani che da solo sostiene l’intero mercato editoriale e:

  • che si deve fare le ore nel traffico per arrivare in fiera
  • che deve pagare una fortuna nei parcheggi a pagamento intorno al lingotto
  • che deve sfacchinare a piedi tra cortei e servizi pubblici ASSENTI
  • che deve pagare otto euro per entrare e…
  • che quando entra deve fare la fila per bere un bicchiere d’acqua, la fila per i cessi, la fila per gli eventi
  • che deve bivaccare per terra per riposarsi un secondo
  • dulcis in fundo deve cacciare i soldi del prezzo pieno del libro di copertina, specialmente negli stand dei grossi, grassi editori blasonati.

Un povero stronzo, insomma.

E la via crucis fantozziana non finisce qui: anche per uscire si era costretti a fare un giro supplementare in un ultimo padiglione caotico (c’era l’angolo della poppata, che bello! Questo è rispetto per le mamme, per i prossimi anni suggerisco anche qualche soluzione alle ossa rotte e alle vesciche esplose).
Inutile dire che mancavano accessi facilitati o più brevi per persone con handicap o con difficoltà motorie. A una mia richesta di spostare la transenna e farmi uscire evitando l’ultimo giro la risposta non è stata: “Mi spiace, dobbiamo far rispettare le regole!” oppure “Non posso farci niente, faccia un reclamo”.
Mi hanno detto: “Ma non è tanta strada in più, sono pochissimi passi!”

C’è grossa crisi, diceva Quelo. E la crisi non si risolve piagnucolando che la gente ignorante non legge – o che per risparmiare niente torre di libri  – o che bisogna fare shopping ed essere ottimisti. Un po’ di serietà e di rispetto per gli altri, per la loro presenza, per i loro cazzo di soldi, sarebbe un primo passo.

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2 thoughts on “Fiera di Torino – the week after”

  1. utente anonimo ha detto:

    Cara Giulia, a questo punto non rimpiango di non esserci stata. Ogni anno mi riprometto di venire e non riesco mai a farlo, ma a giudicare dagli inconvenienti che avete vissuto, la voglia diminuisce. Una vergogna che manifestazioni così interessanti siano così poco organizzate!

    Vi faccio in bocca al lupo per la vostra avventura di venti Nodi, che mi piace molto e anche per la tua gravidanza!

    Emanuela C.

  2. utente anonimo ha detto:

    Gentile Dottoressa Giulia, sono Massimo e voglio dire due parole in merito all’articolo pubblicato sulla Fiera di Torino. Prima, però, vorrei farle i miei rallegramenti per la gravidanza: questo suo stato – me lo lasci dire– è una cosa bellissima, si prenda pure i suoi periodi di riposo.

    La Fiera del libro di Torino deve essere una vetrina internazionale, mentre quello che lei ha trovato ( e sono certo che si è fermata nella critica, che sarebbe potuta continuare) dimostra quello che io sto constatando ormai da tempo, e cioè che questo è un Paese che, troppo spesso, sembra ridotto male. I bagni che non ci sono, il bar traboccante di gente, insomma i servizi che presentano troppi inconvenienti, non sono delle minuzie, ma dei veri e propri macigni. Eppure ci vorrebbe qualche piccolo accorgimento, una modesta programmazione, una normale pianificazione, basterebbe che chi opera per questo momento importante per la nostra cultura avesse un senso d’insieme dell’appuntamento che concorre a porre in essere. Questo tirare a campare, che tanto si materializza nelle parole della hostess del banco informazioni, secondo la quale “ i volantini possono essere lasciati, a condizione che abbiano lo stemma della Fiera”, mi fa pensare a

    l noto film Umberto D. di De Sica, quando il pensionato entra in un autobus con una grossa valigia e il suo piccolo cane, e si sente rispondere dal controllore, che è vietato portare cani a bordo, a meno che siano da caccia. Al che Umberto D. dice al controllore che il suo è un cane da caccia, in quanto nella grossa valigia avrebbe il fucile, ma nel nostro caso il disordine dei volantini buttati alla rinfusa è un bruttissimo biglietto da visita per la Fiera. E guardi, stiamo parlando di aspetti logistici, non di cultura, forse è meglio fermarsi qui, per carità. Questo andazzo ci porterà alla rovina, dobbiamo uscire dal guado nel quale ci siamo ficcati. Io penso che il toccasana sia un ripensamento del fare cultura in questo Paese, con Istituzioni più vicine al cittadino, al quale non capisco perché si debba chiedere una gabella di otto euro per entrare a contatto con la cultura: un maggiore rispetto per il cittadino-lettore, per il cittadino-scrittore (specie se alle prime armi), offrendogli occasioni di visibilità, come pure per il cittadino-visitatore, che non si deve imbattere in incontri non fruibili perché affollati. Ne trarrebbero vantaggio anche le case editrici, con un po’ di pluralismo in più, e sicuramente la cosa gioverebbe al sistema Italia. Perché – e qui concludo – V sta per vetrina, e non per vergogna.

    La saluto cordialmente: complimenti ancora per aver pubblicato Venti nodi, ne valeva sicuramente la pena. Mi scusi per aver parlato un po’ troppo…

    Massimo Cortese

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