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I consigli di scrittura di Stephen King: la prima riga di un romanzo

Nei mesi scorsi abbiamo parlato dell’incipit di un romanzo (o di un racconto): della sua importanza dal punto di vista di chi scrive e soprattutto di chi legge.

Cosa dire, entrando più nello specifico, della prima riga di un libro? Niente paura, ci viene in aiuto Stephen King!

In un’intervista rilasciata al quotidiano The Atlantic nel 2013, in concomitanza con l’uscita del suo romanzo “Doctor Sleep”, King parlò proprio dell’importanza della prima riga di un’opera, ancor prima che dell’incipit in senso più ampio.

Abbiamo tradotto alcune delle sue riflessioni, che possono essere utili e interessanti per tutt* noi.

Esiste ogni sorta di idea e teoria su ciò che costituisce una buona frase d’apertura. È un tema complesso e difficile da affrontare, perché io non ragiono sul piano concettuale quando lavoro sulla prima bozza: scrivo e basta. Per essere più tecnici, è un po’ come cercare di chiudere un raggio di luna in un barattolo. Ma c’è una cosa di cui sono sicuro. Una frase d’apertura deve invitare il lettore a iniziare la storia. Dovrebbe dire: “Ascolta. Entra. Tu vuoi saperne di più.” […]

Successivamente, King cita un romanzo come esempio eccellente di riga d’apertura: “Il postino suona sempre due volte”.

Abbiamo sentito tutti il consiglio che dà chi insegna scrittura: inizia un libro nel mezzo di una scena drammatica o avvincente, perché catturerai subito l’attenzione del lettore. È ciò che chiamiamo “gancio”, e fino a un certo punto è vero. Questa frase da “Il postino suona sempre due volte” di James M. Cain ti immerge subito in un luogo e in un tempo specifici, come se stesse già accadendo qualcosa: “Mi buttarono fuori dal camion verso mezzogiorno.”

Sei immediatamente dentro la storia: il narratore è salito su un camion e si è fatto beccare. Ma Cain, come fanno i migliori scrittori, ci mette molto più che un contesto preimpostato. Questa frase ti dice più di quanto credi. Nessuno viaggia su un camion perché ha comprato un biglietto, quindi [il protagonista, N.d.T] deve essere uno sbandato, qualcuno dei sobborghi, qualcuno che rubacchia per campare. Così capisci subito molto di lui, forse più di quanto registra la tua mente cosciente, e ti incuriosisci.

Altro obiettivo è comunicare subito al lettore le caratteristiche stilistiche dell’autore.

Questo incipit ottiene anche qualcos’altro: è una veloce introduzione allo stile dell’autore, altra cosa che le buone righe d’apertura tendono a fare. In “Mi buttarono fuori dal camion verso mezzogiorno”, capiamo subito che non saremo deliziati da mille fanfare. Non ci sarà un lessico pieno di fronzoli, niente chiacchiericcio. Il veicolo narrativo è semplice, snello (senza contare che il libro che abbiamo in mano è lungo solo 128 pagine). Che bella cosa: rapido, pulito e mortale, come un proiettile. […]

Da un punto di vista più materiale, secondo King, una buona riga d’apertura può convincere il lettore a comprare il tuo libro.

Ovviamente, è una questione di vita o di morte per lo scrittore. Una brutta prima riga può convincermi a non comprare un nuovo libro, perché, cielo, ne ho già un sacco; e uno stile sgradevole già all’inizio è abbastanza per scappare via.

Poi si focalizza su un altro concetto, che va oltre la semplice idea di stile: la voce di un autore/autrice, che deve essere sua, deve essere efficace e anche immediatamente riconoscibile.

Per me, una buona riga d’apertura inizia con una voce. Molte persone parlano di “voce”, ma penso che intendano più che altro “stile”. La voce è di più. La gente cerca qualcosa nei libri. Non cercano una storia, o addirittura i personaggi. Non cercano il genere. Credo che i lettori cerchino la voce.

Subito dopo, prova spiegarsi meglio facendo un paragone con la musica.

La voce di un romanzo è un po’ come quella di un cantante. Pensiamo a cantanti come Mick Jagger e Bob Dylan, che non avevano formazione musicale ma erano immediatamente riconoscibili. Quando la gente mette su un disco dei Rolling Stones, è perché cerca quella qualità distintiva. Conoscono quella voce, amano quella voce, e qualcosa dentro di loro li connette profondamente a essa. Ecco, succede lo stesso con i libri.

Cita poi alcuni autori che, secondo lui, sono caratterizzati proprio da una voce forte, accattivante e personale.

Chiunque abbia letto abbastanza di John Sanford, per esempio, sa che quella voce sarcastica e spassosa è sua e sua soltanto. O Elmore Leonard… mio dio, la sua scrittura è come un’impronta digitale. La riconosceresti ovunque. Una voce stuzzicante apre una connessione intima, un legame molto più forte rispetto a una voce falsata attraverso una scrittura artefatta.

In sostanza: cosa deve fare la prima riga di un romanzo?

Dovrebbe ottenere tre effetti. Ti posiziona nel tempo. Ti posiziona nello spazio. E richiama il finale del libro […].

E non dimentichiamo di trovare la nostra voce!

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