Articoli

Scrivere narrativa young-adult: le 8 regole vincenti secondo autori/autrici di successo

Alcuni anni fa, la testata The Atlantic ha pubblicato un articolo scritto da Nolan Feeney in cui autori e autrici young-adult di successo davano consigli a chi voleva cimentarsi in questo campo.

La narrativa young-adult si rivolge ai giovani adulti, un pubblico di un’età compresa tra i 13 e i 20 anni circa: è caratterizzata quindi non tanto da un genere letterario specifico (anche se ultimamente spopolano fantascienza e fantasy), quanto dall’intervallo di età dei suoi lettori. Non più ragazzi, non ancora adulti, con esigenze e linguaggi specifici.

Negli ultimi anni, il boom della narrativa young-adult (cresciuta del 120% tra il 2002 e il 2012, come spiega sempre il The Atlantic) ha avvicinato moltissimi giovani alla lettura e riportato linfa in settori editoriali stagnanti, come la già citata fantascienza. A fare da traino sono state anche saghe cinematografiche tratte da cicli di romanzi YA, come le serie “Divergent”, “Maze runner” o, tornando ancor più indietro nel tempo e cambiando genere, “Twilight”. Si tratta quindi di un’opportunità da cogliere, tenendo presente che il lettore young-adult di oggi sarà, domani, un lettore full-adult a tutti gli effetti!

Nolan Feeney

Scrive Nolan Feeney, autore dell’articolo sul The Atlantic:

Molti autori di successo dicono che non c’è un segreto dietro la scrittura per adolescenti. La buona scrittura è buona scrittura; personaggi credibili e trame avvincenti sono fondamentali a prescindere da chi compra il libro. Altri autori YA ti diranno che scrivere per i teenager è particolarmente appagante e gratificante, perché rispondono alle storie in cui si identificano con più intensità e gratitudine di quanto facciano i lettori adulti.

Ho domandato a otto autori e editor come fanno a scrivere storie che gli adolescenti sentano reali, anche quando il loro mondo – e il mondo dei libri YA che leggono – può sembrare un altro pianeta. […]

…ed ecco cosa è venuto fuori!

Uno: pensa come un teenager

La scrittrice Rainbow Rowell si è trovata in una situazione editoriale particolare: il suo fortunato romanzo “Eleanor&Park” non fu concepito per essere uno YA, malgrado i protagonisti fossero adolescenti. Si dibatté a lungo sull’opportunità di classificarlo come young-adult, ma fu un collega di Rowell a centrare il punto: il romanzo era un perfetto YA perché non si limitava a mettere in scena degli adolescenti, ma sapeva mostrare il mondo attraverso i loro occhi.

La voce narrante, quindi, non osservava da lontano i protagonisti, ma sapeva mostrare il loro punto di vista in modo immediato.

Veronica Roth, autrice della già citata e fortunatissima serie “Divergent”, spiega:

Penso che tutti abbiamo ancora un adolescente dentro di noi, dobbiamo solo lavorare per raggiungerlo. Quando mi accorgo che sto facendo prendere a un personaggio una decisione che sento troppo adulta, senza che se la sia guadagnata, torno indietro e mi assicuro che i personaggi facciano gli errori che farebbero nella vita reale a quell’età… proprio come un genitore.”

Disattivare la “prospettiva adulta” è quindi importantissimo. Ne parla anche Rachel Cohn, autrice della serie “Gingerbread”, spiegando che i lettori la percepiscono subito, quando fa capolino in uno YA:

È una gigantesca bandiera rossa. […] Se mollo un libro è perché i dialoghi mi suonano falsi. Non sono le parole a essere sbagliate, quello è soggettivo; sono i sentimenti. È come un adulto che osserva qualcosa.

Due: racconta l’esperienza adolescenziale con onestà emotiva

L’articolo del The Atlantic mette poi l’accento su un elemento importantissimo: l’onestà emotiva, che aiuta il lettore a identificarsi con personaggi che hanno esperienze di vita lontanissime dalle sue. Un esempio è Hazel, l’adolescente malata di cancro protagonista del toccante “Colpa delle stelle” di John Green. L’autore dice di aver ricevuto e-mail da lettori e lettrici più disparat*, di qualunque età e condizione, che raccontavano di essersi identificati in Hazel:

Forse ciò che è universale è l’intensità dell’esperienza, l’intensità del primo amore, l’intensità del farsi domande sulla morte e sul senso della vita per la prima volta.

Discorso simile fa David Levithan, autore di “Every day”, il cui protagonista si sveglia ogni giorno nel corpo e nella mente di una persona diversa.

L’onestà emotiva è una delle caratteristiche che definiscono la letteratura YA. Anche se non siamo uguali ai personaggi di cui leggiamo, hanno tutti a che fare con problemi – chi sono, chi dovrebbero essere, cosa dovrebbero o non dovrebbero fare – con cui abbiamo a che fare tutti noi, in modi differenti. Leggendo “Hunger Games”, anche se non ci troveremo mai nei panni di Katniss, percepiamo un significato emotivo nelle decisioni che prende, anche quelle sbagliate.”

Durante l’adolescenza ci si trova ad affrontare cose che, a quell’età, sono dolorose o difficili da gestire (primi amori, bullismo, pettegolezzi scolastici ecc). Feeney cita le parole di Kristen Pettit, curatrice editoriale per HarperCollins:

A quell’età, le prove e le sofferenze nell’amicizia o nelle relazioni romantiche sono cruciali, vitali. Ecco come l’autore può mostrarsi autentico davanti alla comunità YA: cogliendo quell’entusiasmo nei sentimenti e nelle emozioni e il rischio insito nelle interazioni che [gli adolescenti] hanno ogni giorno con le altre persone.

Tre: inserisci i giusti riferimenti alla cultura pop

I giovani adulti sono immersi nella cultura pop, che vivono, subiscono, fruiscono in mille modi diversi. Questo genere di riferimenti è importantissimo nella narrativa young-adult, ma deve essere pertinente e azzeccato per produrre l’effetto voluto.

Sempre John Green ha osservato:

Una cosa che adoro degli adolescenti è che non fanno distinzioni tra cultura alta e bassa come noi adulti. Non è inusuale per dei teenager elencare come i due libri preferiti “Gossip girl” e “Il grande Gatsby”. Non trovano bizzarro dire: “Amo Toni Morrison e anche Justin Bieber”.

Quattro: prendi spunto dai veri adolescenti

Jodi Picoult, conosciuta per “La custode di mia sorella” (da cui fu tratto un film con Cameron Diaz una decina di anni fa), nel 2012 ha scritto il suo primo romanzo concepito specificamente per un pubblico YA, “Between the lines”; e lo ha fatto a quattro mani con la figlia Samantha, al tempo adolescente.

Avere una co-autrice adolescente è come avere un autentico “rilevatore di boiate” seduto accanto. Altre volte, parlando, Sammy diceva cose che si rivelavano metafore perfette. Nulla che sarebbe venuto in mente a me, ma cose che lei viveva ogni giorno, perché era al liceo quando abbiamo scritto il libro. L’esempio perfetto? Un gruppo di ragazze popolari che, nel romanzo, sono descritte come un grappolo d’uva: perché, in effetti, chi ha mai visto una di loro per conto proprio? Mi è sembrato spassosissimo, perché era così realistico!

Già qualche anno prima, nel 1998, mentre scriveva un romanzo su un patto suicida tra adolescenti, Jodi Picoult aveva deciso di osservarli e ascoltarli nel mondo reale. Procuratasi scorte di pizza e di bibite, aveva invitato a casa la baby-sitter che lavorava per lei e i suoi amici, intervistandoli poi su vari argomenti.

Se sei uno scrittore, fai delle ricerche e le fai diligentemente. Anche se suona buffo documentarsi ascoltando dei teenager!

Cinque: usa lo slang a tuo rischio e pericolo

Ascoltare dei giovani adulti che parlano e osservarli mentre si muovono nel loro mondo aiuta a orientarsi anche nel loro linguaggio, facendo attenzione a non commettere alcuni gravi errori. Se, da un punto di vista strutturale e lessicale, la YA si basa su personaggi e intrecci ben codificati (già esistenti nell’immaginario collettivo e dunque di facile fruizione), dall’altra bisogna saper rendere il linguaggio dei giovani.

Nel farlo, però, occorre evitare assolutamente di usare lo slang corrente. È questo il suggerimento di Kathryn Reiss, autrice veterana nonché insegnante di narrativa YA:

Il problema è che questo darà al tuo libro un’aspettativa di vita di massimo due o tre anni sugli scaffali. […] Non sarà mai un classico, perché il linguaggio codificato degli adolescenti cambia ogni quattro anni con ogni nuova “generazione” del liceo.

Sei: siate scorrevoli

Molti pensano che la narrativa YA debba essere più semplice, da un punto di vista stilistico, per permettere a lettori molto giovani di capirla meglio. In realtà, il pubblico young-adult legge già romanzi molto complessi a scuola, come i classici della letteratura. Perché, allora, è consigliabile mantenere un linguaggio semplice quando si scrive narrativa YA?

Lo spiega ancora Kristen Pettit raccontando un aneddoto: quando lo scrittore R.L. Stine partecipò a un reading dei suoi libri per ragazzi (la serie “Piccoli brividi”), si stupì di trovare persone di venti o anche trent’anni tra il pubblico. Ne chiese il motivo a Pettit, che rispose:

La letteratura per adulti si è impreziosita moltissimo, ma a volte il lettore vorrebbe solo essere trasportato altrove. Penso che gli autori YA siano più liberi di accontentarlo, invece di costruire frasi complesse per impressionarlo con le loro capacità.

Sette: si possono affrontare anche temi cupi

Non c’è niente di off-limits nella narrativa YA, secondo Feeney: basti pensare a “Thirteen reasons why” di Jay Asher, che parla del suicidio di un’adolescente, o alla relazione incestuosa presente in “Wasteland” di Francesca Lia Block.

Insomma, niente auto-censure sulle tematiche, che possono benissimo sconfinare nelle zone d’ombra della vita. Racconta ancora Picoult:

Sono entrata nel regno della narrativa YA del tutto impreparata. Supponevo che, rivolgendomi a lettori giovani, avrei dovuto mantenere il registro su una fiaba alla Shrek. Sammy invece disse di no, che doveva essere molto più cupa, di modo che il lieto fine non fosse affatto scontato.

Otto: trova il “seme della speranza”

Feeney spiega che non tutti i romanzi YA hanno un lietofine. Diversi classici di S. E. Hinton (“The outsider”, “That was then”, “This is now”) parlano di droghe, alcol e violenza di strada, e non offrono facili risposte alle domande che sollevano. Tuttavia, tutti gli YA posseggono un nucleo di ottimismo riconoscibile, quello che Reiss ha chiamato “il seme della speranza”. Nello specifico, Reiss ha osservato:

Lasciano sempre la sensazione che valga la pena svegliarsi, domani. La realtà può essere oscura o terribile, ma domani è un nuovo giorno. Il 99% dei libri per adolescenti è così […].

E aggiunge Levithan:

È la vita, no? La m***a ti travolge. L’abisso si spalanca. Ma poi lo superi. Lo metti al tappeto. Trovi un modo per sopravvivere. La YA riflette tutto ciò!

Costumi di Halloween: idee tratte da personaggi letterari!

Halloween è arrivato e molti di noi parteciperanno a cene o eventi che richiedono un dress-code a tema orrorifico. Ecco qualche idea per realizzare costumi basati su personaggi di romanzi e racconti horror, rigorosamente fatti in casa, ma senza dubbio spaventosi!


read more

Romanzi americani on the road… una mappa dettagliata!

Diversi mesi fa abbiamo linkato, sulla nostra pagina Facebook, un articolo che riportava una dettagliatissima mappa dei luoghi dei più celebri romanzi americani ambientati on the road, o comunque relativi a storie itineranti. L’articolo è “The obsessively detailed map of American literature’s most epic road trips“, redatto dallo scrittore Richard Kreitner (la mappa è invece opera di Steven Melendez).

read more

Cosa sono le battute di un testo e come calcolarle

Oggi siamo qui per una piccola lezione su un argomento che sembra ancora ignoto a molti autori: il conteggio delle battute, unità di misura oggi largamente usata in concorsi letterari e, in generale, per fornire una misurazione standard di un’opera.

La cartella editoriale, infatti, è un’unità di misura variabile: dipende dal numero di righe per battute e cambia a seconda delle scelte di impaginazione, come il font e le sue dimensioni.

La battuta, invece, è standard: si tratta del singolo carattere, inclusi gli spazi e i segni d’interpunzione. Perciò, la parola “ciao” è composta da quattro battute; la frase “ciao, come stai?” da sedici battute.

Calcolare le battute totali di un proprio racconto o romanzo è molto semplice: tutti i programmi di videoscrittura, infatti, hanno appositi strumenti che servono a questo scopo. Vediamo quali sono e come riconoscerli.

Il programma più comune utilizzato è Microsoft Word. Nelle versioni fino al 2007, i caratteri (spazi inclusi) si ottenevano cliccando su STRUMENTI –> CONTEGGIO PAROLE. Stessa cosa per programmi open come OpenWord. A quel punto appariva il seguente riquadro:

 

Le battute, ovvero i caratteri a spazi inclusi, sono evidenziate nel rettangolo rosso.

Dal 2007, il calcolo è ancora più semplice: in basso a destra, infatti, c’è un piccolo riquadro con scritto “Parole”, nel quale è riportato il numero complessivo delle parole.

Cliccandoci sopra, di nuovo, apparirà il riquadro di prima:

Ho notato che moltissimi autori confondono i caratteri/battute con le parole. Attenzione, si tratta di due cose molto diverse. Le parole hanno lunghezza variabile e non esiste modo di calcolare quante parole entreranno in una cartella. “Un” e “supercalifragilistichespiralidoso” vengono ugualmente computate come “parole”, nonostante ci sia una grossa differenza in termini di battute.

Perciò, ricapitolando: quando vi chiedono il numero di battute della vostra opera, o leggete un bando di concorso in cui viene richiesto un numero massimo di battute, calcolatelo in modo corretto con il vostro programma di videoscrittura. Se vi relazionate con un editore, non fate l’errore di far capire che non avete idea di cosa siano le battute: si tratta di uno strumento importantissimo ed è grave che uno scrittore non lo conosca (equivarrebbe a un aspirante pianista che risponde “Chi???” quando gli chiedono di suonare Chopin).

Ora che abbiamo approfondito l’argomento, niente più scuse! 😉

 

L’editor: architetto della bellezza di un testo

Che mestiere fa l’editor? A che serve? Come vive il proprio lavoro e come si relaziona alle opere che gli vengono affidate?

Abbiamo parlato di questo e molto altro in un articolo scritto per “L’Almanacco del Passo Futuro“, pubblicazione aperiodica della casa editrice Edizioni Sei Pollici.

Il titolo del pezzo è eloquente: “L’editor: architetto della bellezza di un testo”.

Ma cosa intendiamo noi di Studio83 per “bellezza di un testo”? E in che modo la figura dell’architetto e quella dell’editor possono essere accostate?
E cosa c’entrano le ballerine?

Pensando al testo scritto come a una costruzione, l’autore ne è sicuramente il primo artefice, e si spera anche il progettista principale: e l’editor può essere, in qualità di architetto, sia un valido affiancamento in fase di progetto, sia il trasformatore di un ambiente già costruito.

Continua a leggere: “L’editor: architetto della bellezza di un testo“.
Senza dimenticare un celebre aforisma, che da sempre ci è caro.

Vai all’album: “Citazioni Scrittevoli”

 

Consigli di lettura: cinque romanzi horror!

Siamo in autunno, è arrivato il freddo e si avvicina una festività di origini celtiche (se volete godervela, festeggiatela in Irlanda!), ma che negli ultimi anni ha conquistato anche l’Europa. Parlo di Halloween, la notte del 31 ottobre, vigilia di Ognissanti. C’è chi organizza feste a tema, chi si maschera, chi intaglia zucche… o chi se ne sta a casa con un bel romanzo horror. Ecco cinque consigli di lettura per voi!

1) L’esorcista, di William Peter Blatty

Universalmente noto per la versione cinematografica che ne fece Friedkin nel 1973, il romanzo di Blatty uscì nel 1970. La storia è quella che conosciamo: padre Karras, prete in crisi, viene assegnato all’esorcismo di Regan McNeil, figlia di una nota attrice. La bambina sembra posseduta dal diavolo, sebbene padre Karras sia dubbioso. Ottimo esempio (proprio come il film) di come l’horror sia il veicolo perfetto per toccare temi più profondi, come l’abbandono, la solitudine di una madre e di una figlia e il male che può generare il distacco dalle persone che amiamo.

2) Io sono leggenda, di Richard Matheson

Horror o fantascienza? Senza puntualizzare sulle etichette di genere, “Io sono leggenda” è un’opera intensa e coinvolgente che racconta la vita di un uomo rimasto solo in un pianeta infestato dai vampiri, tramutatisi a causa di un virus a cui lui è immune. Sedetevi in poltrona e abbassate le luci: i capitoli in cui il protagonista è barricato in casa con i vampiri che cercano di entrare vi spingerà a controllare più volte che la porta di casa sia ben chiusa.

3) Orrore ad Amityville, di Jay Hanson

Le vicende di Amityville, intrecciate tra realtà e suggestione, sono decisamente inquietanti: iniziano con una storia tragicamente vera, la strage che il giovane Ronald DeFeo perpetrò ai danni della sua famiglia, che massacrò a fucilate in una notte del 1974. Da allora, la casa in cui si è consumata la tragedia è stata materia di leggenda, soprattutto dopo che un’altra famiglia, i Lutz, la acquistò e vi si trasferì, riportando aneddoti terrificanti su presenze che resero la loro vita impossibile, al punto che dovettero scappare via in piena notte. Qui realtà e fantasia si sono intrecciate negli ultimi quarant’anni, celebrate in una serie di film e in questo romanzo di Jay Hanson. Lo stesso scrittore a parlato di una maledizione legata alla sua opera, che a suo parere costò la vita a un’amica, incaricata di leggere e commentare i primi capitoli. Verità o suggestione? Ai lettori la sentenza.

Celebre foto in cui si dice sia stato immortalato il fantasma di una delle vittime di DeFeo, uno dei suoi fratellini.

4) Desperation, di Stephen King

Nella sperduta provincia americana, un gruppo di viaggiatori incappa nella cittadina di Desperation, dove uno sceriffo psicopatico semina il terrore. Romanzo claustrofobico che rispetta i canoni classici di Stephen King: la narrazione corale che intreccia le storie di più personaggi; la desolazione e l’isolamento vissuti dai protagonisti; la presenza di una forza malvagia e terrificante con cui dovranno fare i conti per salvarsi.

5) Il presagio, di David Seltzer

Anche questo romanzo ha ispirato un celeberrimo (e omonimo) film, che uscì nel 1976, un anno dopo. L’opera di Seltzer racconta le vicende della famiglia Thorn, che perde un figlio alla nascita e si ritrova a crescerne il sostituto, Damien, partorito da una madre a sua volta morta nel travaglio. Il bambino è però al centro di una serie di eventi tragici e agghiaccianti, al punto che la sua famiglia inizia a credere che si tratti dell’Anticristo. Un romanzo inquietante da leggere e magari accompagnare al film, che concluderà la vostra notte di Halloween!

You have been warned!

E non dimenticate che, quella sera, ci sarà un altro piccolo evento: l’annuncio dei finalisti del nostro concorso letterario “I ritornanti”. A presto!

 

 

Proporsi agli editori: l’importanza di un progetto consapevole

Proporre il proprio romanzo agli editori è un vero lavoro: richiede tempo, energie e si va avanti sorretti dalla speranza di un vero riscontro, che conduca a un onesto contratto editoriale. Spesso, però, questa è la fase che porta gli scrittori a sentirsi scoraggiati e soli, soprattutto se i riscontri non arrivano, o arrivano solo in forme indesiderate (es. proposte di pubblicazione a pagamento).

Come affrontare questo percorso? Qual è l’atteggiamento giusto, come porsi nei confronti degli editori?

Gli autori più originali non lo sono perché promuovono ciò che è nuovo, ma perché mettono ciò che hanno da dire in un modo tale che sembri che non sia mai stato detto prima. (Goethe)

Tutte queste domande ne racchiudono una che si trova a monte: come ci poniamo noi di fronte alla nostra opera? Ci crediamo davvero, abbiamo un progetto editoriale concreto? Oppure la spediamo in giro aspettando che qualcuno confezioni quel progetto per noi?

Bisogna sempre tenere a mente che la pubblicazione di un romanzo è la realizzazione di un progetto comune tra autore ed editore, una sinergia di lavoro e di intenti che confluiscono nell’opera così come si presenterà al pubblico dei lettori. Uno scrittore deve avere chiaro il panorama editoriale nel quale vuole inserirsi, deve sapere a quale target può interessare il suo libro e deve far trasparire questa chiarezza quando va a relazionarsi con un editore.

Spedire un manoscritto e attendere non è sufficiente: occorre un impegno maggiore. Documentarsi di continuo sulle pubblicazioni simili al nostro romanzo, cercare gli editori con un  catalogo attinente, contattarli tenendo a mente che di fatto l’autore, almeno in questa fase, è il manager di se stesso e deve sfruttare al meglio tutte le proprie qualità.

Questo non significa magnificare il proprio romanzo con lettere di presentazione “pompate” a dismisura: ricordiamoci che chi si loda si imbroda e non fa certo una bella impressione. Bisogna invece imparare a proporre la propria opera mettendo in luce tutte le sue sfaccettature, spiegando all’editore perché pensate che il vostro romanzo sia una voce che merita di essere ascoltata. “Ascoltata”, sì: il che implica dei destinatari, motivo per cui non ha senso dire “Vorrei essere pubblicato perché è il mio sogno” o “Scrivere è la mia vita, mi emoziona”. Non dovete parlare di voi, ma del vostro lavoro. Mettete sul piatto con onestà e professionalità le finalità della vostra opera, i lettori ai quali vi rivolgete; dimostrate di conoscere il mondo nel quale lavorate sia voi che gli editori, anche se vi trovate su due versanti differenti; in questo modo, quei versanti confluiranno in uno solo e si attiverà la sinergia d’intenti di cui parlavamo prima.

Fate vedere che siete disponibili a lavorare sulla vostra opera insieme a un editor della casa editrice, che mettete il vostro romanzo al servizio di un progetto comune che soddisfi entrambi.

Credete in voi stessi e siate i vostri manager! Poi armatevi di pazienza: spesso i risultati non arrivano subito, ma questo non significa che vi dovete scoraggiare.

Pillole Legali di Studio83 – download

Per ogni scrittore arriva prima o poi il momento di misurarsi con questioni pratiche che esulano dalle normali competenze “letterarie”. Tra queste, ci sono le questioni legali.

Può capitare di:

  • dover firmare un contratto editoriale o una liberatoria
  • comparire in antologie collettive
  • partecipare a concorsi letterari dal regolamento articolato, oppure poco chiaro
  • nella peggiore delle ipotesi: essere minacciati di querele da editori bulli, oppure incappare in richieste di denaro in cambio di benefici poco chiari.

Le ipotesi e le occorrenze possono essere tantissime e noi di Studio83 ne abbiamo incontrate molte in questi lunghi anni di esperienza.

Con le “Pillole Legali di Studio83” ti presentiamo il nostro servizio di Consulenza Legale in un modo rapido e interessante, e abbiamo dato la parola a Nicoletta Frasca.

La nostra consulente legale in questo report ci ha raccontato qualcosa di sé e del suo lavoro, e ci presenta qualche sentenza che ha a che fare con le leggi sul diritto d’autore.

Esempi pratici di giuriprudenza, che ci raccontano qualcosa in più sull’editoria e sulla complessità di questo mondo. Buona lettura!

P.S. Le “Pillole legali” sono uno dei tanti report che inviamo in omaggio e in anteprima agli iscritti alla nostra newsletter. Loro lo hanno letto a Gennaio. Perché non ci raggiungi? Ti aspettiamo!

L’infodump – Appunti di editing

Scrivendo un racconto o un romanzo, un autore ha spesso una grande necessità: quella di comunicare informazione al lettore. La quantità di informazione deve essere gestita in modo corretto e il suo flusso deve essere dosato in modo da non “schiacciare” né la prosa né il lettore. Quando ciò non accade, ovvero quando l’informazione viene riversata senza porre i giusti argini, si parla di infodump. Il termine viene spesso italianizzato in “info-rigurgito”, che offre senza dubbio un’immagine evocativa (io continuo a usare “infodump”, se volete perdonarmi).

L’effetto che ha l’infodump sul lettore non è certo dei migliori: questi sa subito che l’informazione riversata nell’opera è diretta a lui, ma è con altri mezzi che lo scrittore dovrebbe esplicitarla per mantenere dei criteri minimi di qualità ed eleganza.

Tra gli esercizi di scrittura più importanti ci sono proprio quelli che servono ad allenarsi a ridurre l’infodump. Ponendosi una serie di informazioni da comunicare al lettore, bisogna riuscire a farlo integrandole nel modo più naturale possibile all’interno di uno scritto. Questo genere di allenamento consente soprattutto di capire quante informazioni sono effettivamente necessarie e quante invece vengono percepite come tali dall’autore che si accinge a scrivere. Molta informazione può essere eliminata senza che l’opera perda di senso o significato e senza intaccare ciò che arriverà al lettore alla fine (ricordando sempre, però, che lo scrittore non può controllare il lettore e il modo in cui quest’ultimo percepirà il suo lavoro).

L’infodump è una licenza che a volte ci si concede, ma deve essere sempre evitata dove possibile. Non importa se ci sono autori celebri che hanno sempre fatto questo errore: ispiriamoci ai pregi, non ai difetti. E ogni difetto è perfettibile: l’allenamento, proprio come nello sport, è la base della corretta tecnica.

 

 

 

L’uso della “d” eufonica – Appunti di editing

Il mese scorso, tra i commenti all’ultimo appunto di editing (relativo al complemento di vocazione), la nostra lettrice Rose ci ha chiesto di fare chiarezza anche su un’altra questione: l’uso della “d” eufonica.

D o non D?

Si chiama “d eufonica” quella che viene aggiunta alle congiunzioni semplici “e”, “o” (quest’ultimo caso molto più raro) e alla preposizione propria semplice “a”.

Come suggerisce l’aggettivo “eufonica”, la “d” serve per migliorare il suono: si utilizza infatti quando la parola successiva alla congiunzione o alla preposizione inizia con la medesima vocale. Per farla breve:

Lo spinsi ad accettare il lavoro.

Un film grandioso ed eccellente.

Volete condividere le vostre impressioni od osservazioni?

Si tratta di una questione che attiene, più che all’editing, alla correzione di bozze e alle specifiche scelte redazionali di una casa editrice. Utilizzare la “d” eufonica al di fuori dei casi citati, infatti, non è un errore grammaticale in senso stretto, dato che non esiste una regola formale che ne vieti l’uso quando la parola successiva inizia con una vocale differente (“Essere ed avere”). Addirittura ne esiste un caso specifico, “Ad esempio”, in cui si richiede di inserirla nonostante ciò vada contro quanto detto finora.

In breve, più che una regola è una consuetudine, che comunque è bene rispettare. Proprio perché si chiama “eufonica” va utilizzata per migliorare il suono, e questo accade solo nei casi presi in esame (laddove, quindi, la parola che segue congiunzione/preposizione inizia con la stessa vocale).

Quindi meglio evitare grafie come:

Miro ad essere buono.

Amare ed avere non sono sinonimi.

Dolci, pasticcini od addirittura torte.

Presentare a un editore un manoscritto ripulito dalle “d” eufoniche improprie contribuisce a dargli una veste professionale e più accurata, che impressionerà favorevolmente chi vi legge.

Di contro, nessun buon romanzo è mai stato cestinato perché la consuetudine della “d” eufonica non è stata rispettata: non essendo un vero e proprio errore grammaticale, starà al correttore di bozze risolvere la questione.