Articoli

Costumi di Halloween: idee tratte da personaggi letterari!

Halloween è arrivato e molti di noi parteciperanno a cene o eventi che richiedono un dress-code a tema orrorifico. Ecco qualche idea per realizzare costumi basati su personaggi di romanzi e racconti horror, rigorosamente fatti in casa, ma senza dubbio spaventosi!


Continua a leggere il post




Romanzi americani on the road… una mappa dettagliata!

Diversi mesi fa abbiamo linkato, sulla nostra pagina Facebook, un articolo che riportava una dettagliatissima mappa dei luoghi dei più celebri romanzi americani ambientati on the road, o comunque relativi a storie itineranti. L’articolo è “The obsessively detailed map of American literature’s most epic road trips“, redatto dallo scrittore Richard Kreitner (la mappa è invece opera di Steven Melendez).

Continua a leggere il post




Le battute, queste sconosciute

Oggi siamo qui per una piccola lezione su un argomento che sembra ancora ignoto a molti autori: il conteggio delle battute, unità di misura oggi largamente usata in concorsi letterari e, in generale, per fornire una misurazione standard di un’opera.

La cartella editoriale, infatti, è un’unità di misura variabile: dipende dal numero di righe per battute e cambia a seconda delle scelte di impaginazione, come il font e le sue dimensioni.

La battuta, invece, è standard: si tratta del singolo carattere, inclusi gli spazi e i segni d’interpunzione. Perciò, la parola “ciao” è composta da quattro battute; la frase “ciao, come stai?” da sedici battute.

Calcolare le battute totali di un proprio racconto o romanzo è molto semplice: tutti i programmi di videoscrittura, infatti, hanno appositi strumenti che servono a questo scopo. Vediamo quali sono e come riconoscerli.

Il programma più comune utilizzato è Microsoft Word. Nelle versioni fino al 2007, i caratteri (spazi inclusi) si ottenevano cliccando su STRUMENTI –> CONTEGGIO PAROLE. Stessa cosa per programmi open come OpenWord. A quel punto appariva il seguente riquadro:

 

Le battute, ovvero i caratteri a spazi inclusi, sono evidenziate nel rettangolo rosso.

Dal 2007, il calcolo è ancora più semplice: in basso a destra, infatti, c’è un piccolo riquadro con scritto “Parole”, nel quale è riportato il numero complessivo delle parole.

Cliccandoci sopra, di nuovo, apparirà il riquadro di prima:

Ho notato che moltissimi autori confondono i caratteri/battute con le parole. Attenzione, si tratta di due cose molto diverse. Le parole hanno lunghezza variabile e non esiste modo di calcolare quante parole entreranno in una cartella. “Un” e “supercalifragilistichespiralidoso” vengono ugualmente computate come “parole”, nonostante ci sia una grossa differenza in termini di battute.

Perciò, ricapitolando: quando vi chiedono il numero di battute della vostra opera, o leggete un bando di concorso in cui viene richiesto un numero massimo di battute, calcolatelo in modo corretto con il vostro programma di videoscrittura. Se vi relazionate con un editore, non fate l’errore di far capire che non avete idea di cosa siano le battute: si tratta di uno strumento importantissimo ed è grave che uno scrittore non lo conosca (equivarrebbe a un aspirante pianista che risponde “Chi???” quando gli chiedono di suonare Chopin).

Ora che abbiamo approfondito l’argomento, niente più scuse! 😉

 




L’editor: architetto della bellezza di un testo

Che mestiere fa l’editor? A che serve? Come vive il proprio lavoro e come si relaziona alle opere che gli vengono affidate?

Abbiamo parlato di questo e molto altro in un articolo scritto per “L’Almanacco del Passo Futuro“, pubblicazione aperiodica della casa editrice Edizioni Sei Pollici.

Il titolo del pezzo è eloquente: “L’editor: architetto della bellezza di un testo”.

Ma cosa intendiamo noi di Studio83 per “bellezza di un testo”? E in che modo la figura dell’architetto e quella dell’editor possono essere accostate?
E cosa c’entrano le ballerine?

Pensando al testo scritto come a una costruzione, l’autore ne è sicuramente il primo artefice, e si spera anche il progettista principale: e l’editor può essere, in qualità di architetto, sia un valido affiancamento in fase di progetto, sia il trasformatore di un ambiente già costruito.

Continua a leggere: “L’editor: architetto della bellezza di un testo“.
Senza dimenticare un celebre aforisma, che da sempre ci è caro.

Vai all’album: “Citazioni Scrittevoli”

 




Consigli di lettura: cinque romanzi horror!

Siamo in autunno, è arrivato il freddo e si avvicina una festività di origini celtiche (se volete godervela, festeggiatela in Irlanda!), ma che negli ultimi anni ha conquistato anche l’Europa. Parlo di Halloween, la notte del 31 ottobre, vigilia di Ognissanti. C’è chi organizza feste a tema, chi si maschera, chi intaglia zucche… o chi se ne sta a casa con un bel romanzo horror. Ecco cinque consigli di lettura per voi!

1) L’esorcista, di William Peter Blatty

Universalmente noto per la versione cinematografica che ne fece Friedkin nel 1973, il romanzo di Blatty uscì nel 1970. La storia è quella che conosciamo: padre Karras, prete in crisi, viene assegnato all’esorcismo di Regan McNeil, figlia di una nota attrice. La bambina sembra posseduta dal diavolo, sebbene padre Karras sia dubbioso. Ottimo esempio (proprio come il film) di come l’horror sia il veicolo perfetto per toccare temi più profondi, come l’abbandono, la solitudine di una madre e di una figlia e il male che può generare il distacco dalle persone che amiamo.

2) Io sono leggenda, di Richard Matheson

Horror o fantascienza? Senza puntualizzare sulle etichette di genere, “Io sono leggenda” è un’opera intensa e coinvolgente che racconta la vita di un uomo rimasto solo in un pianeta infestato dai vampiri, tramutatisi a causa di un virus a cui lui è immune. Sedetevi in poltrona e abbassate le luci: i capitoli in cui il protagonista è barricato in casa con i vampiri che cercano di entrare vi spingerà a controllare più volte che la porta di casa sia ben chiusa.

3) Orrore ad Amityville, di Jay Hanson

Le vicende di Amityville, intrecciate tra realtà e suggestione, sono decisamente inquietanti: iniziano con una storia tragicamente vera, la strage che il giovane Ronald DeFeo perpetrò ai danni della sua famiglia, che massacrò a fucilate in una notte del 1974. Da allora, la casa in cui si è consumata la tragedia è stata materia di leggenda, soprattutto dopo che un’altra famiglia, i Lutz, la acquistò e vi si trasferì, riportando aneddoti terrificanti su presenze che resero la loro vita impossibile, al punto che dovettero scappare via in piena notte. Qui realtà e fantasia si sono intrecciate negli ultimi quarant’anni, celebrate in una serie di film e in questo romanzo di Jay Hanson. Lo stesso scrittore a parlato di una maledizione legata alla sua opera, che a suo parere costò la vita a un’amica, incaricata di leggere e commentare i primi capitoli. Verità o suggestione? Ai lettori la sentenza.

Celebre foto in cui si dice sia stato immortalato il fantasma di una delle vittime di DeFeo, uno dei suoi fratellini.

4) Desperation, di Stephen King

Nella sperduta provincia americana, un gruppo di viaggiatori incappa nella cittadina di Desperation, dove uno sceriffo psicopatico semina il terrore. Romanzo claustrofobico che rispetta i canoni classici di Stephen King: la narrazione corale che intreccia le storie di più personaggi; la desolazione e l’isolamento vissuti dai protagonisti; la presenza di una forza malvagia e terrificante con cui dovranno fare i conti per salvarsi.

5) Il presagio, di David Seltzer

Anche questo romanzo ha ispirato un celeberrimo (e omonimo) film, che uscì nel 1976, un anno dopo. L’opera di Seltzer racconta le vicende della famiglia Thorn, che perde un figlio alla nascita e si ritrova a crescerne il sostituto, Damien, partorito da una madre a sua volta morta nel travaglio. Il bambino è però al centro di una serie di eventi tragici e agghiaccianti, al punto che la sua famiglia inizia a credere che si tratti dell’Anticristo. Un romanzo inquietante da leggere e magari accompagnare al film, che concluderà la vostra notte di Halloween!

You have been warned!

E non dimenticate che, quella sera, ci sarà un altro piccolo evento: l’annuncio dei finalisti del nostro concorso letterario “I ritornanti”. A presto!

 

 




Proporsi agli editori: l’importanza di un progetto consapevole

Proporre il proprio romanzo agli editori è un vero lavoro: richiede tempo, energie e si va avanti sorretti dalla speranza di un vero riscontro, che conduca a un onesto contratto editoriale. Spesso, però, questa è la fase che porta gli scrittori a sentirsi scoraggiati e soli, soprattutto se i riscontri non arrivano, o arrivano solo in forme indesiderate (es. proposte di pubblicazione a pagamento).

Come affrontare questo percorso? Qual è l’atteggiamento giusto, come porsi nei confronti degli editori?

Gli autori più originali non lo sono perché promuovono ciò che è nuovo, ma perché mettono ciò che hanno da dire in un modo tale che sembri che non sia mai stato detto prima. (Goethe)

Tutte queste domande ne racchiudono una che si trova a monte: come ci poniamo noi di fronte alla nostra opera? Ci crediamo davvero, abbiamo un progetto editoriale concreto? Oppure la spediamo in giro aspettando che qualcuno confezioni quel progetto per noi?

Bisogna sempre tenere a mente che la pubblicazione di un romanzo è la realizzazione di un progetto comune tra autore ed editore, una sinergia di lavoro e di intenti che confluiscono nell’opera così come si presenterà al pubblico dei lettori. Uno scrittore deve avere chiaro il panorama editoriale nel quale vuole inserirsi, deve sapere a quale target può interessare il suo libro e deve far trasparire questa chiarezza quando va a relazionarsi con un editore.

Spedire un manoscritto e attendere non è sufficiente: occorre un impegno maggiore. Documentarsi di continuo sulle pubblicazioni simili al nostro romanzo, cercare gli editori con un  catalogo attinente, contattarli tenendo a mente che di fatto l’autore, almeno in questa fase, è il manager di se stesso e deve sfruttare al meglio tutte le proprie qualità.

Questo non significa magnificare il proprio romanzo con lettere di presentazione “pompate” a dismisura: ricordiamoci che chi si loda si imbroda e non fa certo una bella impressione. Bisogna invece imparare a proporre la propria opera mettendo in luce tutte le sue sfaccettature, spiegando all’editore perché pensate che il vostro romanzo sia una voce che merita di essere ascoltata. “Ascoltata”, sì: il che implica dei destinatari, motivo per cui non ha senso dire “Vorrei essere pubblicato perché è il mio sogno” o “Scrivere è la mia vita, mi emoziona”. Non dovete parlare di voi, ma del vostro lavoro. Mettete sul piatto con onestà e professionalità le finalità della vostra opera, i lettori ai quali vi rivolgete; dimostrate di conoscere il mondo nel quale lavorate sia voi che gli editori, anche se vi trovate su due versanti differenti; in questo modo, quei versanti confluiranno in uno solo e si attiverà la sinergia d’intenti di cui parlavamo prima.

Fate vedere che siete disponibili a lavorare sulla vostra opera insieme a un editor della casa editrice, che mettete il vostro romanzo al servizio di un progetto comune che soddisfi entrambi.

Credete in voi stessi e siate i vostri manager! Poi armatevi di pazienza: spesso i risultati non arrivano subito, ma questo non significa che vi dovete scoraggiare.




Pillole Legali di Studio83 – download

Per ogni scrittore arriva prima o poi il momento di misurarsi con questioni pratiche che esulano dalle normali competenze “letterarie”. Tra queste, ci sono le questioni legali.

Può capitare di:

  • dover firmare un contratto editoriale o una liberatoria
  • comparire in antologie collettive
  • partecipare a concorsi letterari dal regolamento articolato, oppure poco chiaro
  • nella peggiore delle ipotesi: essere minacciati di querele da editori bulli, oppure incappare in richieste di denaro in cambio di benefici poco chiari.

Le ipotesi e le occorrenze possono essere tantissime e noi di Studio83 ne abbiamo incontrate molte in questi lunghi anni di esperienza.

Con le “Pillole Legali di Studio83” ti presentiamo il nostro servizio di Consulenza Legale in un modo rapido e interessante, e abbiamo dato la parola a Nicoletta Frasca.

La nostra consulente legale in questo report ci ha raccontato qualcosa di sé e del suo lavoro, e ci presenta qualche sentenza che ha a che fare con le leggi sul diritto d’autore.

Esempi pratici di giuriprudenza, che ci raccontano qualcosa in più sull’editoria e sulla complessità di questo mondo. Buona lettura!

P.S. Le “Pillole legali” sono uno dei tanti report che inviamo in omaggio e in anteprima agli iscritti alla nostra newsletter. Loro lo hanno letto a Gennaio. Perché non ci raggiungi? Ti aspettiamo!




L’infodump – Appunti di editing

Scrivendo un racconto o un romanzo, un autore ha spesso una grande necessità: quella di comunicare informazione al lettore. La quantità di informazione deve essere gestita in modo corretto e il suo flusso deve essere dosato in modo da non “schiacciare” né la prosa né il lettore. Quando ciò non accade, ovvero quando l’informazione viene riversata senza porre i giusti argini, si parla di infodump. Il termine viene spesso italianizzato in “info-rigurgito”, che offre senza dubbio un’immagine evocativa (io continuo a usare “infodump”, se volete perdonarmi).

L’effetto che ha l’infodump sul lettore non è certo dei migliori: questi sa subito che l’informazione riversata nell’opera è diretta a lui, ma è con altri mezzi che lo scrittore dovrebbe esplicitarla per mantenere dei criteri minimi di qualità ed eleganza.

Tra gli esercizi di scrittura più importanti ci sono proprio quelli che servono ad allenarsi a ridurre l’infodump. Ponendosi una serie di informazioni da comunicare al lettore, bisogna riuscire a farlo integrandole nel modo più naturale possibile all’interno di uno scritto. Questo genere di allenamento consente soprattutto di capire quante informazioni sono effettivamente necessarie e quante invece vengono percepite come tali dall’autore che si accinge a scrivere. Molta informazione può essere eliminata senza che l’opera perda di senso o significato e senza intaccare ciò che arriverà al lettore alla fine (ricordando sempre, però, che lo scrittore non può controllare il lettore e il modo in cui quest’ultimo percepirà il suo lavoro).

L’infodump è una licenza che a volte ci si concede, ma deve essere sempre evitata dove possibile. Non importa se ci sono autori celebri che hanno sempre fatto questo errore: ispiriamoci ai pregi, non ai difetti. E ogni difetto è perfettibile: l’allenamento, proprio come nello sport, è la base della corretta tecnica.

 

 

 




L’uso della “d” eufonica – Appunti di editing

Il mese scorso, tra i commenti all’ultimo appunto di editing (relativo al complemento di vocazione), la nostra lettrice Rose ci ha chiesto di fare chiarezza anche su un’altra questione: l’uso della “d” eufonica.

D o non D?

Si chiama “d eufonica” quella che viene aggiunta alle congiunzioni semplici “e”, “o” (quest’ultimo caso molto più raro) e alla preposizione propria semplice “a”.

Come suggerisce l’aggettivo “eufonica”, la “d” serve per migliorare il suono: si utilizza infatti quando la parola successiva alla congiunzione o alla preposizione inizia con la medesima vocale. Per farla breve:

Lo spinsi ad accettare il lavoro.

Un film grandioso ed eccellente.

Volete condividere le vostre impressioni od osservazioni?

Si tratta di una questione che attiene, più che all’editing, alla correzione di bozze e alle specifiche scelte redazionali di una casa editrice. Utilizzare la “d” eufonica al di fuori dei casi citati, infatti, non è un errore grammaticale in senso stretto, dato che non esiste una regola formale che ne vieti l’uso quando la parola successiva inizia con una vocale differente (“Essere ed avere”). Addirittura ne esiste un caso specifico, “Ad esempio”, in cui si richiede di inserirla nonostante ciò vada contro quanto detto finora.

In breve, più che una regola è una consuetudine, che comunque è bene rispettare. Proprio perché si chiama “eufonica” va utilizzata per migliorare il suono, e questo accade solo nei casi presi in esame (laddove, quindi, la parola che segue congiunzione/preposizione inizia con la stessa vocale).

Quindi meglio evitare grafie come:

Miro ad essere buono.

Amare ed avere non sono sinonimi.

Dolci, pasticcini od addirittura torte.

Presentare a un editore un manoscritto ripulito dalle “d” eufoniche improprie contribuisce a dargli una veste professionale e più accurata, che impressionerà favorevolmente chi vi legge.

Di contro, nessun buon romanzo è mai stato cestinato perché la consuetudine della “d” eufonica non è stata rispettata: non essendo un vero e proprio errore grammaticale, starà al correttore di bozze risolvere la questione.




Lo stile letterario: qualche spunto di riflessione

Il recente dibattito relativo a una mia stroncatura mi ha spinto ad alcune riflessioni: mi ha fatto pensare la dichiarazione di consapevolezza dell’autore, che ha affermato che il suo è un prodotto a scatola chiusa, dove non è possibile editing, e ha affermato di detestare delle influenze letterarie che io ho letto nel suo testo.

Chi ha ragione? Forse la ragione finale non ha molta importanza, ora, rispetto a un discorso più ampio relativo alla valenza dello stile letterario.

Lo stile letterario è l’insieme di caratteristiche formali che definisce l’espressione di un autore, o di un gruppo di autori che aderiscono insieme a delle caratteristiche comuni. Queste caratteristiche possono essere concordate insieme, nel caso ad esempio di un gruppo di letterati che aderiscano a un manifesto o qualcosa del genere, oppure possono essere desunte dai critici, che attraverso una ricerca su gruppi di autori o di testi (a volte anche dello stesso autore) trovano delle affinità.

Lo stile letterario è comunque una cifra peculiare, che un bravo scrittore cura con attenzione.  Un tratto per il quale ella o egli può essere riconoscibile e distinguibile rispetto agli altri colleghi; o al contrario un modo per manifestare la propria corrispondenza con una particolare corrente letteraria (negli ultimi anni si è molto discusso sul “New Italian Epic“, e nel ristrettissimo ambito della fantascienza sembra che il bizzarro Connettivismo stia registrando moltissimi adepti).

Semplificando al massimo, lo stile è il modo in cui si raccontano le proprie storie e si veicolano i propri messaggi è può rappresentare una delle caratteristiche più importanti della scrittura.

Dico “può”, perchè lo stile letterario non è tutto. Parafrasando un salmo, direi che lo stile letterario è un buon servitore, ma un cattivo maestro.

La scrittura è un’attività complessa, che si pone all’incrocio tra una serie di istanze. In primo luogo vengono le esigenze personali: si scrive per uno o più motivi precisi, a volte di getto; si scrive perché l’atto di scrivere fa sentire felici, ad esempio, oppure perché si sente l’esigenza di fissare dei concetti, o per raccontare delle storie; oppure semplicemente perchè si sente il bisogno di dire qualcosa.
A un livello immediatamente successivo al bisogno di scrivere c’è il bisogno di scrivere bene, dove il concetto di bene è inizialmente personale ma comunque passibile di razionalizzazioni e di azioni mirate a definirlo o a raggiungerlo: e qui inizia a configurarsi la figura dello scrittore, piuttosto che del semplice scrivente o scrittore occasionale.

(Non sono d’accordo con chi definisce “scrittore” solo chi arriva a pubblicare, o, ancora più difficile, che riesce a rendere la scrittura una professione remunerativa. Essere uno scrittore, secondo me, ha a che fare con il grado di consapevolezza e di autoconsapevolezza. E qui torna in ballo la questione dello stile.)

Parlando di autoconsapevolezza, infatti, la consapevolezza del proprio stile, quindi in pratica della scelte che si fanno in materia di espressione, è molto importante.
La consapevolezza tout court è un passo successivo, e riguarda anche la percezione esterna, la fruizione, cioè in sostanza l’idea che lo stile letterario non sia solo un mezzo di espressione e di rappresentazione di sé, ma anche un ferro del mestiere che si può usare in un certo modo per fare sì che la propria prosa arrivi al lettore, e in un modo preciso.

Avere un’idea (anche vaga) del modo in cui la propria opera può venire percepita è più o meno la stessa cosa dell’avere una vaga idea del proprio Lettore Ideale; qui ci sarebbe da aprire un lungo excursus, ma in sostanza il lettore ideale non è il lettore perfetto che uno si augura, ma un’idea più o meno realistica del target a cui mi rivolgo e quindi dei modi formali che ho a disposizione per raggiungerlo e farmi capire in un certo modo piuttosto che un altro.

Faccio un esempio. Gli avanguardisti di metà novecento sono molto imitati dagli autori colti; e sono criticati da tutti gli altri, ad esempio dai lettori medi che di fronte a una poesia di Sanguineti si trovano in difficoltà. Il problema è che gli avanguardisti di metà novecento non scrivevano per tutti: il loro lettore ideale poteva essere un altro autore, ad esempio, che conoscesse i rimandi e i giochi letterari contenuti nelle opere e avesse gli strumenti culturali per decifrare i loro codici.
Questo per un autore in erba può essere molto difficile da capire: lo scrivere difficile è una scelta come un’altra, ma porta a conseguenze che se non si “comprendono” in anticipo attraverso una strategia consapevole sono fonte di fraintendimenti e delusioni (e il dirsi: questo critico non ha capito un cavolo lo considero un fraintendimento che può far perdere molto tempo prezioso a un autore).

Altro esempio per spiegarmi meglio. Se scrivo in lingua creolo haitiana, posso accettare il fatto che una persona di lingua swahili non mi comprenderà. Ma se voglio che uno swahili sappia quello che ho da dire, devo scrivere in swahili. Allo stesso tempo, il creolo haitiano può essere una lingua che mi piace di più, in cui mi trovo meglio, e che mi consente espressività maggiori. Mi si presenta dunque un conflitto che devo risolvere. Posso:

– scrivere lo stesso in creolo haitiano e pubblicare l’opera con titolo swahili, così le probabillità di contatto comunque ci sono, magari mi compra un bilingue;

– ignorare che non mi trovo benissimo e scrivere lo stesso in swahili, i risultati non saranno eccelsi, ma chissà, magari non se ne accorge nessuno e piaccio lo stesso a qualcuno;

– trovare una terza via. Contaminare le due lingue, ad esempio, partendo comunque da basi swahili comprensibili, e aspettarmi che una parte del pubblico swahili possa apprezzare il mio pastiche, capirmi e in questo modo rispondermi.

La scelta vincente dello stile letterario è esattamente questo, un pastiche tra la propria lingua e quella di chi voglio raggiungere, una terza via. Non rinunciare a forme espressive in cui mi trovo meglio, ma rendere quelle forme espressive più fruibili e meno estreme, per ampliare il mio target. Qualcosa che sia accettabile per me, ma resti efficace anche per i lettori.

Forse infatti la cosa più difficile da accettare per uno scrittore, anche esperto, è che la scrittura è un atto di comunicazione e lo è anche la lettura.
Nel momento in cui scrivo un libro e lo pubblico, io lascio andare il mio messaggio, nel vero senso della parola: lo lascio nelle mani di qualcun altro che lo leggerà come vuole lui e ci vedrà anche cose che lo riguardano, cose che magari, addirittura, io non volevo assolutamente dire, o nel caso della recensione, influenze che io affermo di odiare, ma che qualcun altro invece trova incontrovertibili.

La letteratura io la vedo così: un dialogo, una conversazione, dove non sempre diciamo o ci sentiamo dire ciò che ci rassicura, ma che può arricchirci e insegnarci qualcosa dell’Altro e di noi stessi, se permettiamo che accada.

Lo stile, quindi, è uno strumento centrale, uno dei primi tra i servitori dello scrittore. Ma non è un padrone: non si può subordinare tutto alla forma. Non si può mettere prima del valore del messaggio che vogliamo dare, lasciare andare, nel mondo. Non si può pensare di comunicare qualcosa solo attraverso la complessità delle nostre soluzioni. Il lettore deve avere qualcosa in mano per poter decifrare quello che gli offriamo. Metterlo in condizione di raggiungerci è un’altra caratteristica importante, e superiore a quelle enunciate, dello scrittore completo.

Forse esagero? Sono troppo orientata alle esigenze del lettore, magari? Pretendo troppo?