Classici

Giorno della Memoria 2017 – Consigli di libri e film

Il 27 gennaio è stato dichiarato Giorno della Memoria delle vittime dell’Olocausto nazista.

Qui nel blog abbiamo spesso pubblicato dei post a tema con consigli, riflessioni, recensioni, insomma con tanti spunti per ripensare, e non solo nell’arco di un giorno, alla tragedia che ha segnato lo scorso secolo e che ha coperto di vergogna e di sangue l’intera Europa.

In questi consigli di lettura, ad esempio, ci sono titoli che ci possono aiutare a considerare quello che è successo con gravità, memoria, presenza e rispetto. E anche con empatia, creatività, proattività. Significa che non basta ricordare, leggere brutte cose e spremere qualche lacrima (tutto ciò è comunque necessario!): bisogna anche prendere le brutte cose, rielaborarle e cercare di trovare degli insegnamenti che possiamo applicare per non cadere negli errori e nelle tragedie vissute dai nostri nonni.

Non smetterò MAI di consigliare il libro “Uno psicologo nel lager” di Viktor Frankl, che prima di essere un luminare è stato un internato ad Auschwitz e che ci parla di questo, ma anche di amore, di compassione, di quanto è bella la vita  e dell’estrema, incancellabile libertà che rimane sempre all’essere umano: decidere come reagire a ciò che ci succede.

Sei vittima di un’ingiustizia, di una violenza, di una perdita orribile: cosa fai? Fai violenza anche tu? Muori dentro? Aggredisci gli altri? Ti suicidi? Oppure aiuti? Ti tieni i pezzi e vai avanti? Ti aggrappi al ricordo dell’amore e di tutto ciò che è bello e ci fai qualcosa per vivere?

Questi NON sono giudizi, e  non sono solo belle parole: sono l’insegnamento di una persona che ha vissuto una delle cose più tremende immaginabili, e che ha sofferto in un modo che nessuno di noi si avvicinerà mai a sperimentare, almeno così mi auguro. Quindi meritano davvero una riflessione, come il libro merita la lettura!

Detto ciò, quest’anno riprendiamo di nuovo la vastissima produzione di storie che si concentrano sull’Olocausto per proporvi una nostra rosa di libri e film: alcuni consigliati, altri con riserva e altri decisamente sconsigliati. Eccoli!

Libri sì: MAUS di Art Spiegelman

Maus è una graphic novel sull’Olocausto anzi: è LA graphic novel sull’Olocausto, dato che ha fatto storia ed è un capolavoro non solo nel suo genere.

Maus è la storia del padre di Art Spiegelman, deportato ad Auschwitz, poi sopravvissuto insieme a sua moglie con la quale emigra negli States cercando di dimenticare lo sterminio della propria famiglia e del proprio figlio, dando alla luce Art e convivendo con il trauma, per quanto possibile.

Ma è anche la storia del figlio di un sopravvissuto, al quale i genitori non riescono a insegnare la gioia, e passano il mostruoso senso di colpa del sopravvissuto. La storia di una relazione, quella tra un figlio e i suoi genitori, tra un fratello vivo e uno perduto senza nemmeno conoscerlo.

MAUS è famoso anche per la particolarità del disegno, e la scelta di rappresentare personaggi antropomorfi associando un tipo di animale a una nazionalità (i tedeschi gatti, gli ebrei topi, ma anche i polacchi maiali, gli statunitensi cani, i francesi rane…).

Ma questo diventa quasi un dettaglio, di una storia raccontata in modo unico, coinvolgente, sofferto, umano. Impossibile non amare i personaggi, difficilissimo non piangere.

Libri nì: Amare Hitler di Paul Roos

Sottotitolo: Storia di una malattia. Questo saggio con inserti romanzati e autobiografici è un’operazione davvero coraggiosa: quella di un tedesco che fa i conti con la rimozione generale della sua gente verso i crimini del nazismo, in un paese in cui tantissimi hanno un nonnino che è stato SS o soldato o nazista convinto, e tutti preferiscono non pensarci su.

Ma perché i tedeschi hanno amato Hitler? Come si può amare Hitler, e come si fa, in che modo può avvenire? Roos ricostruisce alcuni passi della biografia di Hitler e della Storia, ripensa ad avvenimenti sinistri della propria infanzia legati alla rimozione dell’essere stati nazisti, ripercorre la storia di una oppositrice tedesca finita nel lager, tiene moltissimi fili e smuove sicuramente riflessioni e sentimenti che turbano, e che hanno portato questo libro a diventare un caso, alla sua uscita in Germania.

Lo consiglio a chi è disposto a fidarsi, e a fare un viaggio nella non memoria: con i mezzi molto personali, a volte spericolati di Roos, che non esita ad accostare documenti storici a sogni erotici sullo sfondo del lager. Io lo considero un libro molto riuscito e una rielaborazione preziosa, ma a qualcuno potrebbe dare fastidio la disinvoltura di Roos, seppure sofferta e consapevole, nel trattare il tema sotto luci a volte davvero inusuali.

Libri no: La baracca dei tristi piaceri di Helga Schneider

Mi dispiace molto stroncare un libro che mette in luce una tragedia spesso dimenticata, quella delle donne obbligate a prostituirsi in alcuni lager, scritto poi da un’autrice tedesca con una storia difficile sulle spalle e che sicuramente deve aver sofferto, nel ricostruire il calvario delle donne che ha poi raccontato in questo libro.

Una giovane giornalista rintraccia per caso un’anziana sopravvissuta che accetta di raccontarle le brutalità subite. Una buona parte del romanzo, però, si riduce a una lista di mi hanno fatto questo, poi mi è successo questo ancora peggio, e poi ho subito questo ennesimo orribile fatto, e poi, e poi… Molti degli spunti del romanzo, come il rapporto tra la giornalista e la donna, o l’effetto dei terrificanti racconti sulla ragazza e nella sua vita, non sono affrontati, e le parti nelle quali la sopravvissuta non enumera mostruosità sono scritte in modo sciatto e chiaramente considerate dei riempitivi tra una scena dell’orrore e l’altra.

Schneider ha lavorato molto per ricostruire la realtà della prostituzione forzata nei lager, e traspare dalle righe la sua volontà di renderli noti, di farli sapere al mondo, di ridare dignità alle donne brutalizzate sotto ogni punto di vista: ma data la sciatteria con la quale è scritto il romanzo, penso che sarebbe stata più efficace nello scrivere un saggio.

 Film sì: L’uomo del banco dei pegni di Sindney Lumet

“L’uomo del banco dei pegni” è un film conosciuto tra i cinefili, perché rappresenta un momento molto importante, non solo cinematografico. Si tratta di una delle prime pellicole a parlare di Olocausto, e lo fa in modo trasversale, indiretto: seguendo la storia e il percorso di catarsi di un sopravvissuto, un uomo passato per l’inferno e che l’inferno ormai se lo porta dentro.

Non serve vedere scene brutali, né conoscere dettagli truculenti, per capire e vivere l’estrema prostrazione, l’andare in pezzi di chi vuole seppellire il trauma nell’oblio, ma rischia in questo modo di esserne divorato.

I flashback intensi, l’alternanza del grigio presente con sprazzi di un passato orribile mostrato solo a brevissimi tratti, il finale indimenticabile: “L’uomo del banco dei pegni” è un classico che non può mancare, e un tassello in più nel difficile tema del sopravvissuto.

Film nì: La zona grigia di Tim Blake Nelson

“La zona grigia” è un film molto accurato e ben girato, che racconta l’episodio di una tentata ribellione nel campo di Auschwitz. Dalla sua ha la fattura, la precisione storica, il comparto tecnico impeccabile e una qualità alta da più punti di vista.
La storia stessa merita di essere raccontata, perché ben prima del caso “Il figlio di Saul” si concentra sul micromondo infernale che ruotava intorno alle camere a gas e ai cosiddetti “spalacadaveri”, come li chiama Vonnegut in quel capolavoro di romanzo che è “Madre Notte” (nel quale l’Olocausto non è il tema centrale, ma c’è).

Il motivo per cui lo giudico “nì” è che è il film sull’Olocausto più pesante che abbia mai visto: e non perché sia particolarmente più violento di altri, o sia scioccante, no. “La zona grigia” è piuttosto un film che annichilisce: riesce a far provare allo spettatore un senso di prostrazione, di vacuità, di disperata mancanza di senso, che personalmente ho fatto un po’ fatica a sopportare.

Quindi lo consiglio ai cinefili, e a chi è pronto a “sporcarsi le mani” andando oltre le storie e i personaggi singoli, e mettendo un piede nella zona grigia in cui il male minore è perdere il senno o morire il prima possibile.

Film no: Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman

Che bello, ho un nuovo amico! È scheletrico, rapato, pieno di lividi e tagli, sta dietro un filo spinato e ha l’espressione sempre un po’ impaurita e una divisa a scacchi… sarà un pigiama? Ma sì, tutto bene allora, giochiamo!

Ecco, l’intero film si basa su questo ragionamento quanto meno miope, che mi rifiuto di credere normale per un bambino di nove anni. Il complesso mondo dell’infanzia è qui ridotto a un sogno tra le nuvole ingenuo e anche un po’ alienato, cosa che mi pare davvero irrispettosa nei confronti dei bambini.

Il protagonista del film è figlio del capo di un lager. Vive lì, con la famiglia, in un blocco isolato dal resto dove i prigionieri più fortunati stanno lì a fare da camerieri… e anche se pur visibilmente terrorizzati e provati suscitano meno pietà del bambino. Bambino presentato come un assiduo lettore e come un ragazzo sveglio, ma che non capisce niente di niente. Fa amicizia con un piccolo internato, ci parla, ci gioca, ancora senza capire una mazza, e così via, verso un finale abbastanza mal costruito e davvero poco leale verso lo spettatore. Che magari è a sua volta un bambino e si beccherà una botta difficile da contestualizzare.

In questo film, a mio avviso, manca il rispetto. Rispetto per i bambini, che hanno fantasia e leggerezza da vendere, ma non sono alieni idioti candidi e confettosi a tutti i costi (anzi, quasi sempre sono più sottili e intuitivi dei grandi). Rispetto per i piccoli spettatori, attirati dal packaging e coccolati per tre quarti della storia, e poi mollati di fronte a dei fotogrammi, gli ultimi, davvero duri da digerire.

Parlare dell’Olocausto non è facile. La rappresentazione, come ci insegna il filosofo estetico Jean Luc Nancy, è interdetta, perché seguendo un certo percorso logico il campo rappresenta la negazione dell’immagine, della rappresentazione. Per questa ragione, non tutti i prodotti culturali sono alla stessa altezza: alcuni sono privi di spessore, pur partendo da materiale importante, altri mancano di rispetto, di comprensione e di basi plausibili. Alcuni libri e film, invece, uniscono qualità tecnica a un altissimo valore umano. Leggiamo e guardiamo solo quelli, e che il resto sia silenzio.

Come dal 2007 a questa parte, vi abbiamo proposto letture – stavolta anche film – che possano arricchire il contesto culturale di un dramma storico che noi europei siamo chiamati ogni anno a ricordare, elaborare, e con cui fare i conti. Le notizie di attualità di oggi ci ricordano che questo dramma non è mai finito, che continua a consumarsi, in contesti e modalità diverse. E come sempre ci auspichiamo che le Giornata della Memoria non sia solo un modo per elaborare il passato, ma una chiave per leggere il presente, con tutta la sua gravità.




“Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino – Un classico al mese

Per la rubrica “Un classico al mese” parliamo oggi di un testo bello e importante, non a caso ripreso anche per le tracce di Italiano della Maturità 2015.

Il sentiero dei nidi di ragno” è un romanzo breve che lessi in seconda o terza media e lasciò su di me una traccia profonda.

Vuoi per lo stile che per me era nuovo, duro, “adulto”; vuoi per la conclusione della storia in sé, che non è quella che un’undicenne si aspetterebbe.

Pur con queste caratteristiche “da grandi”, il libro mi piacque tantissimo lo stesso, perché presentava la guerra dal punto di vista di un ragazzino, come me. Mi spinse a calarmi in modo più sentito nel disagio, nel pericolo e nel dolore che i miei coetanei avevano dovuto patire.

Illustrazione, davvero intensa, di Rosita Uricchio

Ovviamente, “Il sentiero dei nidi di ragno”è un testo più che consigliato anche agli adulti. E per gli scrittori che ci leggono, una nota interessante: il testo è il romanzo di esordio di Italo Calvino.

Italo Calvino e sua figlia Giovanna, Parigi 1973

Un “esordio eccellente”; al quale abbiamo dedicato una pagina del nostro “Venti Nodi 2” , il numero di Venti Nodi tutto dedicato al mestiere dello scrittore e alle tante strade percorribili per un autore esordiente.

voglio fare lo scrittore

Vi propongo quindi la recensione de “Il sentiero dei nidi di ragno” così com’è apparsa su Venti Nodi 2, a firma Elena Di Fazio. Una panoramica interessante non solo sul romanzo ma anche sulla sua genesi, e sul suo significato come “opera prima” nel percorso di Italo Calvino, un grandissimo scrittore del Novecento. Che non chiamo “monumento” solo perché nonostante Calvino sia scomparso, la sua influenza sul nostro presente è reale, e molto più calda e viva della fredda pietra.

 il sentiero dei nidi di ragno calvino recensioneDurante il penultimo anno di università, frequentando gli ambienti della Einaudi grazie alla collaborazione con la rivista “Il Politecnico”, legò con Cesare Pavese, che lo spinse a rielaborare la sua esperienza partigiana in un romanzo. Fu così che nacque un’opera tuttora considerata un classico: “Il sentiero dei nidi di ragno”.

Continua a leggere: “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino – Recensione

Buona lettura, e buona maturità a chi la deve affrontare!




L’esorcista – Recensione

Era il 1973 quando uscì nelle sale “The Exorcist”, diretto da William Friedkin, film che ha terrorizzato diverse generazioni di spettatori. L’opera era basata su un romanzo di tre anni prima, scritto da William Peter Blatty, il quale si era sua volta ispirato liberamente alla storia di un adolescente del Maryland che, dopo aver giocato con una tavoletta Ouija, iniziò a manifestare strani comportamenti tradizionalmente associati alla possessione demoniaca.

l'esorcista libro recensione

Regan McNeil, figlia di una celebre attrice, inizia a manifestare strani sintomi e la madre viene rimbalzata tra medici e psichiatri che riempiono la bambina di medicine senza venirne a capo. Sempre più convinta che l’origine del male di Regan sia soprannaturale, e temendo che la bambina abbia commesso un omicidio, la donna supplica lo psichiatra gesuita Damien Karras di praticare un esorcismo. Per farlo, Karras deve convincere la Chiesa che Regan sia realmente posseduta: la cosa più difficile sarà però convincere se stesso, trovandosi in un momento di profonda crisi spirituale.

Continua a leggere: Recensione de “L’Esorcista” di William Peter Blatty




Un classico al mese: Cent’anni di solitudine

Considerato una delle opere in lingua spagnola più importanti mai scritte (secondo solo al Don Chisciotte), “Cent’anni di solitudine” è anche uno dei capolavori della bibliografia di Gabriel Garcìa Màrquez.

L’opera rientra nel genere del cosiddetto “realismo magico”, portando elementi immaginari, fantastici e fiabeschi in una storia realistica: caratteristica della maggior parte delle opere di Màrquez e segno distintivo del suo retaggio culturale. Gli elementi fantastici che introduce richiamano credenze e leggende quotidiane tipiche della cultura sudamericana. Non a caso, nella sua autobiografia parziale “Vivere per raccontarla”, Màrquez spiegherà come molti aneddoti inseriti in “Cent’anni di solitudine” provengano dalla sua storia familiare e personale.

Il romanzo narra le vicende, al contempo realistiche e surreali, di sei generazioni appartenenti alla famiglia Buendìa: a partire dal capostipite, Josè Arcadio, padre fondatore del villaggio di Macondo, nel quale si svolge la storia fino alla sesta generazione. Tra queste vicende si possono scorgere eventi storici della sua Colombia e molti dei luoghi citati (eccezion fatta per l’immaginaria Macondo) hanno fatto parte della storia di Màrquez. Fra i luoghi che vengono menzionati nel romanzo spicca Aracataca, vicino alla costa caraibica della Colombia, dove l’autore nacque.

Opera monumentale, nonostante Màrquez l’abbia scritta quando era ancora giovane, “Cent’anni di solitudine” tratta molti temi di portata universale: la solitudine come condizione umana e l’incapacità di evolversi, riassunta nel concetto di “eterno presente” vissuto dalla stirpe dei Buendìa (un presente immobile che solo alla fine verrà spezzato, ripristinando lo scorrere del tempo); inserisce anche richiami alla psicoanalisi e all’esoterismo e filtra attraverso il realismo magico tristi realtà vissute dalla Colombia, come i disastri ecologici provocati dalle grandi compagnie bananiere.

“Cent’anni di solitudine” non è mai stato trasposto su pellicola (operazione che, in effetti, difficilmente renderebbe il senso e la complessità del romanzo). Poche opere di Màrquez sono state portate sul grande schermo: “Cronaca di una morte annunciata” (film italo-francese dell’87 diretto da Francesco Rosi); “Nessuno scrive al colonnello”, con Salma Hayek (coproduzione tra Italia, Francia e Messico del 1999); “L’amore ai tempi del colera”, il più recente, con l’italiana Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem nei panni di Florentino Ariza (il film è una produzione statunitense sotto la regia di Mike Newell).

TITOLO: Cien años de soledad

TITOLO ITALIANO: Cent’anni di solitudine

AUTORE: Gabriel García Márquez

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1967

CITAZIONE: “Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.”




Gli autori classici sono morti? Non più: arrivano “The descendents”

Cos’hanno in comune Wilhelmina Hemingway, Mahoney Fitzgerald o Kelly Steinbeck? Un primo indizio è che si tratta di scrittori. Il secondo indizio è che, fino a poco tempo fa, facevano tutt’altro (impiegati, ispettori, inservienti).

Gli autori dei romanzi classici che leggiamo, studiamo o facciamo leggere alle nuove generazioni hanno tutti una caratteristica in comune: sono morti. Non possiamo più intervistarli, vederli su Youtube, ma soprattutto non potremo mai più leggere nuove pubblicazioni che portano la loro firma.

O forse sì?

L’idea arriva dritta dagli Stati Uniti, fucina di progetti editoriali: se il talento letterario è innato, e gli autori classici hanno dei discendenti… perché non creare un grande team-up di pronipoti e armarli di penna, sfruttando la genetica? L’idea è meno balzana di quanto sembra ed è sostenuta appieno da un recente studio dell’University of Springfield: secondo i ricercatori, infatti, i talenti artistici non solo sono innati, ma geneticamente trasmissibili al pari di allergie o colore dei capelli. Un grande gruppo editoriale formatosi per l’occasione ha quindi sguinzagliato i suoi agenti alla ricerca di figli e nipoti ancora in vita e in grado di produrre materiale, mettendoli sotto contratto.

Da questo gruppo di reclute letterarie, a cui è stato dato il nome semi-ufficiale di “The Descendents“, verranno per prima cosa tirati fuori dei sequel, romanzi che proseguono la trama di opere celebri e autoconclusive degli illustri bisnonni.

I titoli e gli autori sono stati rivelati solo parzialmente e verranno rilasciati sul mercato in seguito a una campagna di marketing virale. Per il momento, la seguente lista dovrà essere sufficiente a solleticare la vostra curiosità:

“For whom the bell tolls II” (Per chi suona la campana II). Willie Hemingway, pronipote del celeberrimo premio Nobel e bidella in un asilo nido dell’Illinois, è stata la prima a rilasciare un’intervista negli Usa, nella quale ha parlato del suo sequel e dei temi in esso trattati.

Sull’onda del successo del film di Baz Luhrmann è stato riportato in vita anche un altro personaggio: proprio Jay Gatsby, redivivo ne “Il grande Gatsby II“, nel quale il ricco festaiolo riemerge dalla morte apparente – inscenata, come viene spiegato, alla fine del primo libro – e si lancia in un vortice di violenza e vendetta contro l’egoista Daisy; solo l’amore omosessuale per Nick Carraway placherà la sua sete di sangue. L’autore è il quarantunenne bisnipote di Francis Scott Fitgerald, Mahoney, che lavora come ispettore in una fabbrica di scatole a Austin, Texas.

L’ultimo nome (e titolo) rivelati coinvolgono Kelly Steinbeck, discendente del grande John e impiegata in un ufficio postale californiano. Il suo “Of mice and men II“, più che un sequel in senso stretto, è una trasposizione fantascientifica dell’opera originale: George e Lenny sono due alieni immigrati in una Terra povera e sconquassata dalle guerre, a caccia del loro angolo di paradiso.

La curiosità è tanta e sarà divertente vedere cosa ne verrà fuori: d’altro canto, è polemica da parte di molti aspiranti scrittori, che non trovano giusta la possibilità di pubblicare e vendere migliaia di copie solo sulla base di un cognome.

E in Italia? La notizia rimbalza fra i social network, ma ancora non è stata confermata: sembra che il maggior gruppo editoriale italiano abbia già messo le mani su un discendente d’oro, un idraulico milanese dal curioso nome di… Manzoni. Staremo a vedere: a questo link, comunque, potrete trovare la notizia nel dettaglio e un elenco di fonti ufficiali.




Ipse dixit: i classici

I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.”

(Italo Calvino)




Focus on: Bram Stoker

Era il 1890 quando Arminius Vambéry, linguista, storico e scrittore ungherese, incontrò un altro scrittore (irlandese, stavolta) e gli narrò del principe Vlad Tepes, conosciuto anche come Dracula, noto per la sua crudeltà e ferocia (che Mel Brooks descrisse meravigliosamente nella sua parodia cinematografica). L’irlandese in questione era Bram Stoker, allora poco più che quarantenne.

Stoker proveniva da Clontarf, quartiere sulla costa a nord di Dublino, dove aveva trascorso una triste infanzia scandita da malattia e continua degenza. Come abbiamo osservato negli “Esordi eccellenti” di Venti Nodi #2, si tratta di un elemento comune a moltissimi autori celebri: la malattia, la reclusione in casa compensata da molteplici letture poi messe a frutto nella scrittura.

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Città e romanzi: un viaggio tra fiction e realtà

Alcuni scrittori italiani hanno celebrato, nei loro romanzi, le città in cui sono nati e cresciuti, o in cui hanno vissuto e che hanno amato. Quali sono gli autori e i romanzi maggiormente legati alle nostre città? Ecco un gioco che ci farà riscoprire grandi classici e luoghi ricchi di storia.

1) Città tra le più più belle e visitate al mondo, Firenze è stata celebrata da innumerevoli autori, uno dei quali fu Vasco Pratolini. La Via del Corno in “Cronache di poveri amanti”, le sue “Ragazze di San Frediano”, il fermento della rivoluzione operaia in “Metello”, tutto è immerso nella città che diede i natali a Pratolini, con le sue strade, i suoi personaggi bizzarri, e la Storia che si è consumata tra i suoi palazzi e i suoi quartieri.

“Il rione di Sanfrediano è “di là d’Arno”, è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume…”

2) Quando si parla del connubio Milano-letteratura, uno dei primi nomi che salta alla mente è senza dubbio Giorgio Scerbanenco. Ucraino di nascita, trasferitosi da bambino a Roma e poi a Milano, ha qui ambientato – tra le altre cose – il suo celebre ciclo di Duca Lamberti, saga che ha contributo a rendere Scerbanenco uno dei più importanti autori di giallo e noir italiani. La sua è una Milano cupa, malata e violenta, dove anche gli eroi sono personaggi controversi.

 

“Così era dolce dormire in quell’alba di febbraio, nella dolce grande città di Milano. E continuare a dormire, insieme, anche con la nuca forata dai proiettili…”

3) Se avete passeggiato nel parco subito fuori le mura di Ferrara, probabilmente avete subito pensato a “Il giardino dei Finzi-Contini”, romanzo più famoso di Giorgio Bassani – il quale, con questa opera e altre (come le “Cinque storie ferraresi”) ha reso omaggio alla splendida città. Bassani nacque a Bologna, ma i suoi genitori erano di Ferrara ed è lì che ha trascorso infanzia e adolescenza; lì ha quindi ambientato la maggior parte delle sue opere, dove luoghi e memoria sono legati in atmosfere di incanto e amarezza.

“…sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare.”

Continuate voi? Magari anche parlando della vostra città, qualunque essa sia 🙂




Videocitazioni: “Cent’anni di solitudine”




Classici e mostri e Jane Austen

Avevamo parlato tempo fa dell’uscita di un libro singolare e, a modo suo, geniale: “Pride and Prejudice and Zombie”, di Seth Graham-Smith in collaborazione con… Jane Austen. “Orgoglio e pregiudizio” rivisitato e riscritto sullo sfondo di un’invasione di zombie ha rappresentato senza dubbio una bella stoccata alla presunta intoccabilità dei classici, oltre a essere un’idea divertente e a dare al lettore qualcosa che sappia suscitare quantomeno curiosità.

Già da alcuni mesi si parlava di una versione cinematografica del romanzo, prodotta (e interpretata) da Natalie Portman (nel ruolo di Elizabeth Bennett) e finanziata dalla Lionsgate.

Non solo: l’idea di Graham-Smith sembra aver riscosso molto successo, al punto da inaugurare un vero filone letterario: il merging tra un classico e un genere horror, come nel caso del prossimo venturo “Sense and Sensibility and Sea Monsters” (a opera di Ben H. Winters e… sempre Jane Austen). Graham-Smith, invece, firmerà il prequel di “Orgoglio e pregiudizio e zombie”, intitolato “Dawn of the Dreadful”.