Masterpiece

Masterpiece – 23 febbraio 2014

Ieri sera non potevo mancare l’appuntamento con la prima puntata della fase finale di Masterpiece, il talent targato Rai3 e dedicato agli autori in cerca di esordio.

Ed è stato con molta curiosità, e anche un senso di aspettativa dato l’avvio incerto delle puntate precedenti, che mi sono messa davanti alla TV con blocco note alla mano (e neonata in braccio).

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Masterpiece: quarto episodio

Ammetto di essermi sintonizzata su Rai3 con un cospicuo ritardo, stavolta. Sono stata trattenuta su un altro canale da un manipolo di nani, elfi e hobbit che prendevano orchi a calci nel sedere (non amo il fantasy, ma devo ammetterlo: tra l’antipatia di De Carlo e gli occhioni di Legolas non è stato poi così difficile scegliere).

“Avete scritto un racconto assolutamente miserabile!”

Quando i titoli di coda hanno suggellato la fine (temporanea) delle peripezie di Frodo, sono tornata a Rai3, dove i quattro finalisti della puntata erano già stati scelti. Non ho visto i provini, quindi non ho ben capito di cosa parlassero i loro romanzi (fatta eccezione per i due dell’elevator pitch).

I quattro fortunati erano, nell’ordine: una centralinista di origini lettoni che vive a Granarolo (dove c’è il latte della Lola); un medico un po’ suonato ma simpatico; un magazziniere sulla quarantina; un assistente sociale romano. Come di consueto, sono stati divisi in coppie e spediti in missione per conto di Masterpiece (i primi due in carcere; i secondi due, più sfortunati, in un torpedone di ultras del Napoli). Di ritorno dalla gita, come sempre, scatta il racconto in trenta minuti col maxi-desktop alle spalle, aggravato, questa volta, dai tre giudici che polemizzavano in tempo reale sulle scelte lessicali.

Andre’, e fattela una risata.

La centralinista e il medico producono due testi dignitosi, se non altro in virtù della situazione appena descritta; gli altri due, di certo non aiutati dal tema assegnato (un racconto in terza persona sull’unica donna a bordo del pullman), risultano un po’ più sottotono: De Carlo può finalmente lasciarsi andare a un profluvio di freddi insulti, tra i quali emerge e riecheggia un impietoso “Miserabili!”. La lettone passa il turno, il medico è bocciato; gli altri due, a detta dei giudici, hanno fatto talmente schifo che il verdetto resta aperto e si va per voti basandosi sui romanzi presentati al provino: alla fine la spunta l’assistente sociale romano, nonostante i numerosi errori di ortografia del racconto (al punto che De Carlo dubita apertamente che il romanzo presentato l’abbia scritto lui).

I due selezionati incontrano quindi il coach, sempre più insopportabile a ogni puntata; stavolta ha in mano una sigaretta (spenta, per mantenere equilibrati il fascino maledetto e il politically correct) e ha già pronto il suo aperitivo di insulti per i finalisti, che apostrofa come “sfigati” prima di instradarli verso l’elevator pitch: stavolta il quarto giudice è Andrea Vitali che, dopo due minuti di malcelata insofferenza trascorsi con i due scrittori, sceglie la donna come vincitrice della puntata.

Al termine di questo quarto episodio, ho solo tre commenti:

1) Sembra che l’ossessione per l’autobiografismo stia un po’ scemando, per fortuna;

2) pesa un po’ l’assenza di romanzi (e autori) di genere, che avrebbero reso un po’ più eterogeneo il programma;

3) sarà possibile che al quarto episodio, dopo l’elevator pitch, i due autori debbano SEMPRE fingersi sorpresi quando scoprono che l’ultimo giudice aveva già letto per intero il loro romanzo?

We are watching you!

 

 




Masterpiece: terza puntata

Da quando è iniziato Masterpiece, discusso e controverso reality/talent show dedicato agli scrittori esordienti, ne abbiamo parlato anche noi commentando la prima e la seconda puntata. La terza ce la siamo persa: per questo, volevo recuperare la mancanza segnalandovi il commento alla terza puntata di Masterpiece sul blog Book Skywalker, che ho trovato divertente e interessante. A scrivere per conto di Book Skywalker è uno scrittore esordiente, che a sua volta si è presentato ai provini del programma.

I giudici di Masterpiece

Continua la carrellata di casi umani e personaggi weird, nonché l’ossessione per l’autobiografismo a tutti i costi (è rimasto celebre il commento di De Carlo, durante la seconda puntata, a una ragazza dal look punk: “Vesti punk, devi scrivere punk”). Ne abbiamo già parlato e continuo a sostenere che l’autobiografismo può essere veramente micidiale, per una lunga serie di motivi: impedisce di scindere autore e narratore, passaggio già complesso di per sé, figuriamoci poi se si fa coincidere la storia del personaggio con quella dello scrittore; rende più complessa l’interiorizzazione della regola secondo la quale in narrativa funziona la fiction, non la verità nuda e cruda, che va rielaborata attraverso il medium-scrittura; raccontare di eventi realmente vissuti, della propria vita, può portare a saltare a pie’ pari tutto il lavoro di pianificazione di un’opera di narrativa (che poi è necessario anche per l’autobiografia).

Il quarto episodio di Masterpiece sarebbe dovuto andare in onda l’8 dicembre, ma è stato posticipato a domani sera, 15 dicembre. A presto per il commento! 😉




Masterpiece – seconda puntata

Prima del report relativo alla seconda puntata del “reality show degli scrittori”, qualche dato di share sulla precedente, tanto per non farci mancare nulla: 5,14  % di share, pari a 689.000 spettatori, esordiente più, esordiente meno.
Un risultato secondo me per nulla malvagio! Considerato che parliamo delle undici di sera di domenica e di schermi senza possibilità di cliccarci dentro, detti anche “televisivi”.

Comunque, nell’attesa spasmodica dei nuovi dati di share rieccomi qui a commentare la seconda puntata di Masterpiece, che mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni aspetti che cominciano a delinearsi.


La struttura della puntata è esattamente la stessa della precedente.
La cosa è positiva se penso alle mie prime impressioni e al desiderio di capirci qualche cosa in più: la ripetitività del format mi ha dato il tempo di abituarmi, riconoscere i momenti chiave e potermi concentrare anche sul resto, ovvero i contenuti, le parole e i racconti, le reazioni degli autori, le smorfie di disgusto di Andrea De Carlo.


Considerando però che “i posti nella finale di Masterpiece sono 12”, non sono sicura di essere in grado di reggere altre dieci puntate così senza piombare addormentata sul divano già dalla prossima volta.
(A meno che non possa continuare, nel frattempo, a messaggiare ferocemente con Elena, roba che manco a sedici anni ai tempi dei primi grandifratelli.)

Mi pare di nuovo che a farla da padrone non sia la scrittura, né i giudizi, nemmeno i casi umani che stavolta non erano tragici come la volta scorsa (scelta giusta, meglio iniziare col botto): no, qui regna il montaggio. Un montaggio videoclipparo, che forse vuole rendere la scrittura interessante, ma appiattisce, pialla tutto, con in più un micidiale effetto “frullatore”.

Il problema non è la poca scrittura. Ripeto, la scrittura in TV è comunque difficilissima da rendere. Il problema secondo me è televisivo già in partenza.
C’è un condensato estremo di moltissimi momenti diversi che sono stati tagliati, cuciti e pressati in un’oretta scarsa: eliminatorie iniziali da otto a sei, dai sei a quattro con esclusione “perché lo diciamo noi”, prova immersiva con stravaganza a casaccio, prova di scrittura con lettura e autodafé, nuove eliminatorie, elevator pich ad alto tasso di demenzialità, ultime eliminatorie e proclamazione del finalista…

Lo scrittore di talento, esordiente o meno, sa bene che in qualsiasi racconto è necessario dosare la tensione, e che ficcando in poche pagine decine di momenti topici non si fa altro che azzerare presto sia il ritmo della storia che l’attenzione del lettore.

Solo una volta, anche se lunga. E solo alla fine.

C’è un’altra cosa che chi ama leggere e scrivere (e campare) farebbe bene a imparare:

non si giudica un libro dalla sua copertina.

Qui c’è l’esatto opposto. C’è anzi un tentativo, una ricerca consapevole, una pretesa di libri uguali alla loro copertina: di gente che dato che si presenta in un certo modo allora deve per forza portare storie di un certo tipo.
Eclatante l’esempio della “punk”, definita così solo dai giudici e dal “coach” (mai virgolette furono più azzeccate): Andrea De Carlo motiva il suo no proprio con il fatto che “anche se tu non ti definisci punk, io da un certo modo di porsi, di vestirsi, mi aspetto uno stile e un’espressività di un certo tipo che qui non ho visto”.

Il Professor Frank’n’Furter non approverebbe

Anche oggi l’autobiografismo ha spadroneggiato: alla copertina deve corrispondere il libro. Quindi:

  • alla ex professoressa di italiano si fanno i complimenti per l’italiano (che, per il poco che ho potuto sentire, ho trovato raggelante: “scrivere come una professoressa” una volta non era un difetto?)
  • il libro del serbo tornato a Belgrado parla di un serbo tornato a Belgrado
  • l’avvocato della Roma bene con una delusione d’amore… indovinate di che cosa potrà mai avere scritto? E dove mai l’avrà ambientato?

Brillante eccezione, l’autrice che ha scritto di elefanti famosi che si incontrano nel loro paradiso degli elefanti. Una simile originalità andava premiata, insieme a chi le ha dato la roba.

Chi non ha mai tremato di fronte a loro?
Non lei, non lei.

Una nota in più meritano gli esclusi.
La prima “bocciata” è un’autrice pizzicata in un vizietto ben noto: copiare passi interi del proprio romanzo da Google. Un classico del nostro mestiere, purtroppo.
Il secondo l’hanno cacciato proprio in base a quanto detto poco sopra: nella tua biografia ci sono cose straordinarie, hai preso master e hai viaggiato il mondo, ma hai scritto solo un romanzo sull’alchimia, avremmo voluto leggere anche di tutto il resto di quello che hai fatto. Tanto libro, poca copertina. Fuori.
L’ultimo: un baldo trentenne provinciale che commette l’errore tipico dello scrittore provinciale: ha ambientato il suo romanzo negli USA visti solo nei telefilm, e ha dunque prodotto la scadente imitazione di un telefilm.
Quello delle ambientazioni è un problema spesso presente nei romanzi esordienti: e quando l’ambientazione è quella statunitense, purtroppo lo scivolone è quasi assicurato.

Mi è molto piaciuta, però, la reazione dell’uomo (e scusate se mi rifiuto di chiamare “ragazzo” un trentenne) nel momento in cui è stato respinto nella seconda eliminatoria, quella “dai sei a quattro perché sì”:

“Quando ho preso il mio romanzo dalle mani dei giudici e sono andato via, ho pensato: un giorno sentirete comunque parlare di me”.
Bravo! Così si fa!

…e subito dopo, l’annuncio di Andrea De Carlo: “Ora restano due concorrenti, dei quali solo uno sopravviverà“.

Questa come altre uscite dei giudici mi hanno lasciata davvero perplessa.
Capisco che il montaggio è tiranno (e questo spicca soprattutto nelle “prove immersive” nelle quali non si capisce praticamente nulla, a parte che il “coach” Coppola si piace, si piace da morire): ma tra i tre giurati l’unica che fa bella figura, almeno secondo me, è Selasi.
La giurata esprime valutazioni chiare, brevi, intelligenti e di grande personalità, non giudica ad personam e mostra predilezione particolare per alcuni temi come il rischio della scrittura, la difficoltà/necessità dello scrittore di esporsi, il ruolo della letteratura e le sue implicazioni: temi quindi letterari, lei parla e pensa alla scrittura e lo fa in modo personale e ficcante.

“Oltre che essere in grado di scrivere, un bravo scrittore deve essere in grado di osservare bene ciò che ha intorno”.

Gli altri due: spesso fuori fuoco, pronunciano frasi fatte su questioni di superficie o “dogmi” su come si dovrebbe scrivere, o spostano il punto su loro stessi.
De Carlo ha più volte parlato di come e cosa scrive lui, De Cataldo della sua panza. E ha pronunciato una frase che mi ha fatto letteralmente rabbrividire, diretta al concorrente serbo per il quale l’italiano usato negli scritti è la seconda lingua:

“Se si ha la presunzione di scrivere in una lingua che non è la propria, questa lingua bisogna conoscerla bene”.

No.
No, no e no.

Lascio la parola a Selasi: “La sintassi non è così importante, perché è facile da correggere.”
Ovvero sì, la sintassi è di vitale importanza per uno scrittore italiano, ma un autore di madrelingua non italiana è un’altra questione.
E se te lo devono dire gli altri, forse il presuntuoso non è chi hai davanti.

La figura peggiore a mio avviso la fa il “coach”.
Lo scrivo e lo ribadisco: con le virgolette, perché qui sappiamo che significa essere coach e fare i coach di scrittura e finora di questa nobile e generosa attività è emerso davvero nulla.
Le spiritosaggini e le battute di Coppola sono coccolate dal montaggio: non ce ne risparmiano una. Definito altrove “giovane, intellettuale, figo” (non qui, non è nessuna delle tre) il “coach” tiene molto a mostrarsi distaccato, sarcastico, arguto, colto e divertito, ma dimostra anche di fregarsene di chi ha davanti e di quello che dovrebbe aiutare a fare… purché possa infilare David Foster Wallace da qualche parte.
Poi se lo regali in italiano a un serbo, o dai un suo libro a una che l’avrebbe bocciato d’ufficio… fa niente, l’importante è che tu l’abbia nominato.

“David… chi?”

Memorabile, a questo punto, resta il suo scambio di battute con i due concorrenti prima dell’elevator pich (che spiega così: “un breve discorsetto in cui cerchi di prostituirti ma per scopi molto alti, ovvero vendere il tuo libro”. Pich clamorosamente fallito.):

CoachCoppola all’autore romano: In bocca al lupo!
Autore romano: Crepi!
CoachCoppola all’autore serbo: Au revoir!
Autore serbo: Crepi!

Dopo questa perla di demenza, il pich con Walter Siti: Nikola Savic se la cava bene con chiarezza e concisione, Alessandro Ligi è una mitraglia impazzita che con le parole “Porsche con interni Louis Vuitton” si brucia qualcosa come venticinque secondi su sessanta.

Ne resterà solo uno: resta il presuntuoso che ha osato scegliere la nostra lingua come mezzo espressivo. E che, lasciatemelo dire da editor, ha scritto il primo BEL racconto sentito a Masterpiece: la sua pagina di diario da neo-nonvedente.

“Un mio amico, caro diario, mi ha chiesto: che hai fatto di bello oggi?
Che cazzo vuoi che abbia fatto: ho sbattuto contro le cose, tutto il giorno.”




Masterpiece – Prima Puntata … e prime impressioni

Ieri sera è andata in onda su Rai3 la prima puntata di Masterpiece, il talent show (o reality game? O talent game? O game show? Boh) dedicato agli scrittori esordienti e alla gara “letteraria” che porterà il vincitore a essere pubblicato da Bompiani con una tiratura di 100.000 copie (che, ricordo ai meno smaliziati, poi quacuno si deve anche comprare perché vera vittoria sia fatta).

Il programma è unico nel suo genere, perché mentre è relativamente facile far gareggiare musicisti o performer vari, ben diverso è applicare la stessa logica televisiva a battaglie di contenuto letterario.
Quando ho iniziato la visione non sapevo bene cosa aspettarmi e mi è parso doveroso sospendere il giudizio.

I Giudici di Masterpiece: De Cataldo, De Carlo,  Selasi

Per cui riporto qui qualche mia primissima impressione a caldo, cercando di astenermi dalle valutazioni e trovandomi allo stesso punto di prima di cominciare: da Masterpiece non so ancora bene cosa aspettarmi.

Dal punto di vista meramente televisivo, è chiaro il tentativo di gestire al meglio la difficoltà di cui parlavo poco prima: far combattare scrittori a colpi di romanzi non è semplice come eliminare musicisti basandosi sugli acuti.
Il ritmo per natura assente dalla competizione letteraria è stato quindi cercato a suon di momenti topici “per me è no, per me è sì” dei giudici, che hanno animato non so quanti gironi e quante eliminazioni.
A fronte del “ne resterà solo uno” che va dritto in finale, abbiamo assistito alle eliminatorie “da 70 a 6” in cui hanno sfilato diversi autori cassati (i giudici sanno perché, i telespettatori meno) e i sei promossi, poi ne hanno cassati altri due perché sì, poi i quattro rimasti sono stati divisi in coppie che sono state spedite in luoghi estremi (un centro di accoglienza per emarginati e una balera per anziani ringalluzziti, borderline puro) e sono tornate con il “mandato” di dover scrivere qualcosa in merito.
E lì ho visto materializzato il mio personale incubo di scrittrice: dover scrivere qualcosa in poco tempo e con una gigantesca lavagna luminosa alle mie spalle che riporta la schermata del mio pc, lettera dopo lettera, nel momento stesso in cui io la digito.

A questo punto, un momento leggermente meno concitato del resto, che ho molto apprezzato: i concorrenti hanno potuto leggere per intero quello che hanno scritto e noi sui divani abbiamo avuto l’opportunità di capire qualcosa di più della loro scrittura.
Dopo di che, doppia eliminazione con colpo di scena e proclamazione del primo finalista di Masterpiece.
(Finalista che, se posso aggiungere una nota strettamente legata al mio gusto personale, era quello che meno mi auguravo di rivedere: il trentaquattrenne con la sciarpetta che ha scritto un diario di discesa negli inferi di alcool e vita di strada, emulo dei soliti Fante e Bukowski, tremendamente autocompiaciuto, amico dei perdenti e diligente nel mostrarsi problematico e felice di esserlo. Sulla base della mia esperienza, da simili premesse escono fuori polpettoni incomprensibili, pieni di cliché e più inoffensivi di una ramanzina di mi’ nonna.
Fine della parentesi personale).

Televisivamente parlando, per ora non ho ancora ben capito dove si va a parare.
Forse perché per me è qualcosa di completamente nuovo: vedere nello stesso programma il pane della mia vita, ovvero il lavoro con gli scrittori, unito a un mio superficiale passatempo, ovvero guardare pezzi a caso di reality a caso immaginando cosa farebbero i concorrenti se la produzione potesse dotarli di armi a caso… è stato già abbastanza strano.
O forse perché in effetti c’è stata tanta carne al fuoco, in poco più di un’ora: i giudici, la loro presentazione trionfale e il delinearsi dei loro “personaggi”, gli autori, le prove, le trasferte, tutte quelle eliminazioni, i confessionali, il “coach” e i suoi commenti tagliati a casaccio (“Guardate come si divertono i vecchietti che ballano, io non mi sono mai divertito così! Ma non sarà perché sono vicini alla morte?” Ma non sarà che ci siamo tutti vicini allo stesso modo, e quindi sarebbe meglio risparmiare il fiato per dire cose che abbiano un senso?).

Oltre al contenitore e ai modi legati al programma televisivo e ai suoi aspetti intrinseci, ora, qualche nota sulla materia in sé, ovvero sugli autori e sulle scelte legate alla scrittura che ho visto nel programma.

La cosa che mi è più saltata all’occhio è stata l’assoluta identificazione tra lo scrittore e la propria opera: sono stati privilegiati (c’erano solo quelli, in pratica) gli autori che hanno presentato al vaglio del programma romanzi in cui parlavano di se stessi, della loro vita e delle loro personali esperienze autobiografiche.
Ci hanno quindi presentato le loro personalità, più che le cose che hanno scritto: queste ultime sono state riassunte sommariamente dai giudici nella fase di apertura, una fase già valutativa, in cui abbiamo capito cosa delle opere ne pensavano loro, e nulla di più. Sono stati passati in video alcuni secondi in cui gli autori leggevano passi scelti delle loro opere, che mi hanno confermato l’impressione che un autore sia sempre il peggior lettore di se stesso.
Quello che il programma ha dato sono le personalità, le storie: l’operaia riottosa che ha riversato nel fantasy la sua voglia di riscossa, il carcerato chandleriano, il trentenne “maledetto” che ha patito il freddo e la fame, la ex anoressica che ha scritto di una ex anoressica, il concentrato di complessi ambulante, il maratoneta che si astiene dal sesso (che infatti, povero, è durato un secondo e uscito di corsa).

Ai titoli di coda, poi, diversi spezzoni simpatici ed efficaci, in cui scrittori pubblicati davano alcuni consigli su come scrivere bene ed evitare i classici errori degli esordienti.
Questo mi ha portata a una domanda: ma quindi questo programma è dedicato agli autori esordienti? Quindi sono proprio loro il target specifico?

Qualunque sia la risposta, torniamo a un discorso strettamente letterario: posso dire con una certa sicurezza (e dodici anni di manoscritti esordienti alle spalle) che questa coincidenza tra personalità travagliata e opera autobiografica è di solito un ingrediente micidiale dei manoscritti nel cassetto.
Con il passare degli anni e delle pagine mi sono accorta che le opere parlano sempre degli autori che le hanno scritte… ma che è meglio che gli autori non lo facciano tanto direttamente, specie se alle prime armi. Cosa, questa, rimarcata tra l’altro da diversi dei consigli finali dei titoli di coda.

Certo, probabilmente la logica televisiva spinge verso il personaggio, verso la storia personale riconoscibile e ben confezionata che possiamo attaccare alla fronte del concorrente per ricordarcelo e fare il tifo. Questo non è un male di per sé, è solo un meccanismo, un modo narrativo che in TV funziona. Spero che non sia tutto e non sia tutto qui.

Perciò aspetto di vedere le prossime puntate di Masterpiece, i prossimi concorrenti e cosa ne sarà di loro. E spero di non dovermi mai trovare in una scena come quella che ho visto stasera, perfetta per un mio nuovo, prossimo incubo:

  • in un ascensore trasparente e silenzioso che sale e basta per 59 secondi;
  • di fronte a Elisabetta Sgarbi truccata da Willy Wonka che mi guarda a labbra strette;
  • con il compito di performare un elevator pitch relativo al mio romanzo nel cassetto;
  • (con un romanzo nel cassetto);
  • a Torino.

Continua nelle prossime puntate!
E a voi è piaciuto Masterpiece? Lo rivedrete? Che impressione vi ha fatto?