Scrittori Esordienti

Dicono di noi: un lieto fine!

Avevo un libro da correggere, editare e pubblicare.
Avevo finito le forze ed esaurito le mie capacità per compiere queste ultime fasi, perchè la mia vita, mentre scrivevo, era profondamente cambiata.
Avevo anche lavorato male con chi mi aveva commissionato il lavoro, a causa della mia ingenuità ed inesperienza (non preoccupatevi, ero al secondo libro e vantavo anche tredici anni di esperienze nel giornalismo… capita a tutti).
Poi è arrivato Studio83: che prima mi ha salvato, poi mi ha rieducato e mi ha aiutato a terminare questa ennesima, bellissima esperienza.

studio83-vintage

Parola di scrittore… scopri le altre opinioni sul nostro lavoro, nella nuova sezione del nostro sito dedicata al portfolio e a quello che dicono di noi le persone con le quali abbiamo lavorato.

Il nostro motto è sempre valido e ci crediamo come il primo giorno di dieci anni fa: con Studio83, trova la strada che fa per te e per la tua opera!




In radio – Intervista a Studio83

Oggi vi proponiamo una intervista radiofonica: le intervistate siamo noi!, Giulia Abbate ed Elena Di Fazio.

L’intervista è stata registrata nel luglio del 2010, per il programma radiofonico “Letterematte Show” ospitato da Radio Tanjo.

Speaker è Kito, creatore e anima del blog LettereMatte.

Sei anni fa, eravamo tra le prime a parlare di pubblicazione indipendente, di diversi tipi di editing, e di molto altro. Buona lettura!

segnalazioni sulmondo del libro - studio83

Kito: Salutiamo Elena, Giulia e anche Stella! [la bambina di Giulia, N.d.R.] Che ne dite di presentare Studio83 agli scrittorucoli che ancora non vi conoscono?

Elena Di Fazio: D’accordo. Allora… Io sono Elena di Fazio e Studio83 è un’associazione culturale che abbiamo fondato nel 2007 con il proposito di fornire servizi editoriali, discutere di letteratura, recensire libri, scrivere articoli che avessero a che fare con il mondo dell’editoria e degli esordienti.

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Bookcity Milano: due eventi interessanti

Questo fine settimana sarà denso di appuntamenti per gli amici milanesi: oggi parte infatti Bookcity, una manifestazione di tre giorni promossa dal Comune di Milano e da un Comitato Promotore di pezzi da novanta: la Fondazione Rizzoli “Corriere della Sera”, la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, la Fondazione Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, più  l’AIE (Associazione Italiana Editori), in collaborazione con l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) e l’ALI (Associazione Librai Italiani).

Dati i nomi, le proposte fioccano: qui c’è il programma di Bookcity Milano, con l’imbarazzo bibliofilo della scelta!

Io vorrei segnalare due eventi che mi sono sembrati interessanti, in questo ricco carnet.

Il primo è una presentazione letteraria plurima, con un tema molto interessante: gli anni Settanta e la narrazione che li riguarda, che oggi si fa faticosa. Il titolo è Settanta, gli anni senza racconto.

Nonostante tutto quello che è successo, la narrazione odierna sembra fare molta fatica nel raccontare quegli anni. Prevalgono le semplificazioni, la demonizzazione preventiva o la nostalgia acritica, l’indeterminatezza di fronte a percorsi individuali e collettivi allora inediti […]
I tre libri e i tre autori che presentiamo portano tre punti di vista vissuti e crediamo originali: un immigrato calabrese arriva e vive a Milano nel periodo fra 1967 e 1970; un giovane friulano, impegnato politicamente nella nuova sinistra in un piccolo paese di provincia, colloca la sua crescita sociale lontano dalle grandi città – Milano, Bologna, Roma – dove solo là pareva accadere tutto; un ex aderente milanese alla lotta armata, scontata la pena, si trova di nuovo davanti a quel passato che torna a minacciarlo attraverso personaggi ambigui e pericolosi.

La presentazione coinvolge alcune nostre conoscenze: le Edizioni Del Gattaccio, che pubblicano due dei tre libri presentati, sono guidate da Luciano Sartirana, che ci aveva raccontato qualcosa sul racconto fantastico e la sua struttura, qui: La struttura del racconto fantastico

Inoltre un autore presente  Alessandro Bastasi, è autore di un romanzo che abbiamo recensito positivamente: La fossa comune è il suo esordio e una buona prova letteraria, e sono contenta di trovarlo anche in questa occasione con spunti per farci riflettere.

La presentazione Settanta, gli anni senza racconto. si terrà venerdì 23 ottobre, alle 17.00, presso la Camera del Lavoro (Sala Buozzi), corso di Porta Vittoria 43, Milano.

Domenica 25 ottobre c’è poi un evento che può sicuramente essere utile a chi scrive e cerca la prima pubblicazione: “La prima cosa bella: esordire in letteratura” che avrà luogo il 25 ottobre, alle ore 14,30 al Castello Sforzesco di Milano.

Si tratta di una tavola rotonda, un incontro con cinque autrici e un autore che hanno esordito da poco, e che si renderanno disponibili a raccontare la loro prima esperienza di pubblicazione, magari a rispondere a qualche domanda dei presenti. Tant’è che l’incontro fa parte della serie “I mestieri del libro”, dedicata a chi vuole andare oltre la lettura, o forse “prima” della lettura, e scoprire il mondo di mestieri e competenze che porta alla nascita del testo e del libro.

Le scrittrici e lo scrittore che parteciperanno alla tavola rotonda sono: Lavinia Petti, Alice Basso, Antonella Frontani, Cristina Petit, Pietro Vaghi e Silvia Zucca. Tra loro, ho conosciuto Lavinia Petti lo scorso anno, nel corso della bella presentazione del’antologia di racconti Canti d’Abisso svoltasi a Passirana di Rho. Lavinia ha partecipato all’antologia con il racconto “Madre acqua”, una rievocazione storica e insieme fantastica, dall’ambientazione suggestiva e metaforica, che ho letto con piacere.

Così, sono rimasta piacevolmente sorpresa quando Lavinia Petti ha annunciato, qualche mese fa, di aver pubblicato il suo primo romanzo “Il ladro di nebbia” con Longanesi, che tra l’altro ha dedicato al testo una promozione massiva.

Ma come c’è riuscita?, viene da chiedersi. Ecco la versione ufficiale:

Longanesi riceve le prime pagine e un riassunto del romanzo di una giovane aspirante autrice. Il testo conquista immediatamente […] La casa editrice cerca subito di mettersi in contatto con l’autrice. Invano. Ignara dei tentativi di raggiungerla, Lavinia Petti, immersa nelle ricerche universitarie, non risponde alle e-mail. Quando la Longanesi ormai dispera di riuscire a contattarla, finalmente Lavinia riemerge dall’isolamento, quasi incredula per l’attenzione ricevuta.

Realtà? Romanzo? Chi vuole potrà chiederlo direttamente a Lavinia, e porre a lei e alle sue colleghe e collega qualche domanda utile al proprio percorso e al dibattito generale. Fatevi avanti! E buona Bookcity!




Presentazione di “Dal diario di una piccola comunista”

Nei mesi scorsi abbiamo dedicato due spazi all’autrice Michaela Sebokova e al suo romanzo d’esordio, “Dal diario di una piccola comunista”: una recensione e un’intervista, nelle quali abbiamo parlato del libro, abbiamo fatto parlare Michaela della sua esperienza e abbiamo espresso soddisfazione nel vedere una “nostra” autrice raggiungere questo bellissimo traguardo.

Segnalo quindi con piacere la presentazione del suo libro, che si terrà alla libreria Feltrinelli di via San Francesco n.7 a Padova. Durante la presentazione interverrà la giornalista Paola Pastacaldi. Quando? Mercoledì prossimo, ovvero il 22 gennaio.

Se siete da quelle parti e avete voglia di una bella immersione tra i libri, e magari di conoscere un’autrice esordiente di talento… siete i benvenuti! 🙂




Masterpiece: terza puntata

Da quando è iniziato Masterpiece, discusso e controverso reality/talent show dedicato agli scrittori esordienti, ne abbiamo parlato anche noi commentando la prima e la seconda puntata. La terza ce la siamo persa: per questo, volevo recuperare la mancanza segnalandovi il commento alla terza puntata di Masterpiece sul blog Book Skywalker, che ho trovato divertente e interessante. A scrivere per conto di Book Skywalker è uno scrittore esordiente, che a sua volta si è presentato ai provini del programma.

I giudici di Masterpiece

Continua la carrellata di casi umani e personaggi weird, nonché l’ossessione per l’autobiografismo a tutti i costi (è rimasto celebre il commento di De Carlo, durante la seconda puntata, a una ragazza dal look punk: “Vesti punk, devi scrivere punk”). Ne abbiamo già parlato e continuo a sostenere che l’autobiografismo può essere veramente micidiale, per una lunga serie di motivi: impedisce di scindere autore e narratore, passaggio già complesso di per sé, figuriamoci poi se si fa coincidere la storia del personaggio con quella dello scrittore; rende più complessa l’interiorizzazione della regola secondo la quale in narrativa funziona la fiction, non la verità nuda e cruda, che va rielaborata attraverso il medium-scrittura; raccontare di eventi realmente vissuti, della propria vita, può portare a saltare a pie’ pari tutto il lavoro di pianificazione di un’opera di narrativa (che poi è necessario anche per l’autobiografia).

Il quarto episodio di Masterpiece sarebbe dovuto andare in onda l’8 dicembre, ma è stato posticipato a domani sera, 15 dicembre. A presto per il commento! 😉




Masterpiece – seconda puntata

Prima del report relativo alla seconda puntata del “reality show degli scrittori”, qualche dato di share sulla precedente, tanto per non farci mancare nulla: 5,14  % di share, pari a 689.000 spettatori, esordiente più, esordiente meno.
Un risultato secondo me per nulla malvagio! Considerato che parliamo delle undici di sera di domenica e di schermi senza possibilità di cliccarci dentro, detti anche “televisivi”.

Comunque, nell’attesa spasmodica dei nuovi dati di share rieccomi qui a commentare la seconda puntata di Masterpiece, che mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni aspetti che cominciano a delinearsi.


La struttura della puntata è esattamente la stessa della precedente.
La cosa è positiva se penso alle mie prime impressioni e al desiderio di capirci qualche cosa in più: la ripetitività del format mi ha dato il tempo di abituarmi, riconoscere i momenti chiave e potermi concentrare anche sul resto, ovvero i contenuti, le parole e i racconti, le reazioni degli autori, le smorfie di disgusto di Andrea De Carlo.


Considerando però che “i posti nella finale di Masterpiece sono 12”, non sono sicura di essere in grado di reggere altre dieci puntate così senza piombare addormentata sul divano già dalla prossima volta.
(A meno che non possa continuare, nel frattempo, a messaggiare ferocemente con Elena, roba che manco a sedici anni ai tempi dei primi grandifratelli.)

Mi pare di nuovo che a farla da padrone non sia la scrittura, né i giudizi, nemmeno i casi umani che stavolta non erano tragici come la volta scorsa (scelta giusta, meglio iniziare col botto): no, qui regna il montaggio. Un montaggio videoclipparo, che forse vuole rendere la scrittura interessante, ma appiattisce, pialla tutto, con in più un micidiale effetto “frullatore”.

Il problema non è la poca scrittura. Ripeto, la scrittura in TV è comunque difficilissima da rendere. Il problema secondo me è televisivo già in partenza.
C’è un condensato estremo di moltissimi momenti diversi che sono stati tagliati, cuciti e pressati in un’oretta scarsa: eliminatorie iniziali da otto a sei, dai sei a quattro con esclusione “perché lo diciamo noi”, prova immersiva con stravaganza a casaccio, prova di scrittura con lettura e autodafé, nuove eliminatorie, elevator pich ad alto tasso di demenzialità, ultime eliminatorie e proclamazione del finalista…

Lo scrittore di talento, esordiente o meno, sa bene che in qualsiasi racconto è necessario dosare la tensione, e che ficcando in poche pagine decine di momenti topici non si fa altro che azzerare presto sia il ritmo della storia che l’attenzione del lettore.

Solo una volta, anche se lunga. E solo alla fine.

C’è un’altra cosa che chi ama leggere e scrivere (e campare) farebbe bene a imparare:

non si giudica un libro dalla sua copertina.

Qui c’è l’esatto opposto. C’è anzi un tentativo, una ricerca consapevole, una pretesa di libri uguali alla loro copertina: di gente che dato che si presenta in un certo modo allora deve per forza portare storie di un certo tipo.
Eclatante l’esempio della “punk”, definita così solo dai giudici e dal “coach” (mai virgolette furono più azzeccate): Andrea De Carlo motiva il suo no proprio con il fatto che “anche se tu non ti definisci punk, io da un certo modo di porsi, di vestirsi, mi aspetto uno stile e un’espressività di un certo tipo che qui non ho visto”.

Il Professor Frank’n’Furter non approverebbe

Anche oggi l’autobiografismo ha spadroneggiato: alla copertina deve corrispondere il libro. Quindi:

  • alla ex professoressa di italiano si fanno i complimenti per l’italiano (che, per il poco che ho potuto sentire, ho trovato raggelante: “scrivere come una professoressa” una volta non era un difetto?)
  • il libro del serbo tornato a Belgrado parla di un serbo tornato a Belgrado
  • l’avvocato della Roma bene con una delusione d’amore… indovinate di che cosa potrà mai avere scritto? E dove mai l’avrà ambientato?

Brillante eccezione, l’autrice che ha scritto di elefanti famosi che si incontrano nel loro paradiso degli elefanti. Una simile originalità andava premiata, insieme a chi le ha dato la roba.

Chi non ha mai tremato di fronte a loro?
Non lei, non lei.

Una nota in più meritano gli esclusi.
La prima “bocciata” è un’autrice pizzicata in un vizietto ben noto: copiare passi interi del proprio romanzo da Google. Un classico del nostro mestiere, purtroppo.
Il secondo l’hanno cacciato proprio in base a quanto detto poco sopra: nella tua biografia ci sono cose straordinarie, hai preso master e hai viaggiato il mondo, ma hai scritto solo un romanzo sull’alchimia, avremmo voluto leggere anche di tutto il resto di quello che hai fatto. Tanto libro, poca copertina. Fuori.
L’ultimo: un baldo trentenne provinciale che commette l’errore tipico dello scrittore provinciale: ha ambientato il suo romanzo negli USA visti solo nei telefilm, e ha dunque prodotto la scadente imitazione di un telefilm.
Quello delle ambientazioni è un problema spesso presente nei romanzi esordienti: e quando l’ambientazione è quella statunitense, purtroppo lo scivolone è quasi assicurato.

Mi è molto piaciuta, però, la reazione dell’uomo (e scusate se mi rifiuto di chiamare “ragazzo” un trentenne) nel momento in cui è stato respinto nella seconda eliminatoria, quella “dai sei a quattro perché sì”:

“Quando ho preso il mio romanzo dalle mani dei giudici e sono andato via, ho pensato: un giorno sentirete comunque parlare di me”.
Bravo! Così si fa!

…e subito dopo, l’annuncio di Andrea De Carlo: “Ora restano due concorrenti, dei quali solo uno sopravviverà“.

Questa come altre uscite dei giudici mi hanno lasciata davvero perplessa.
Capisco che il montaggio è tiranno (e questo spicca soprattutto nelle “prove immersive” nelle quali non si capisce praticamente nulla, a parte che il “coach” Coppola si piace, si piace da morire): ma tra i tre giurati l’unica che fa bella figura, almeno secondo me, è Selasi.
La giurata esprime valutazioni chiare, brevi, intelligenti e di grande personalità, non giudica ad personam e mostra predilezione particolare per alcuni temi come il rischio della scrittura, la difficoltà/necessità dello scrittore di esporsi, il ruolo della letteratura e le sue implicazioni: temi quindi letterari, lei parla e pensa alla scrittura e lo fa in modo personale e ficcante.

“Oltre che essere in grado di scrivere, un bravo scrittore deve essere in grado di osservare bene ciò che ha intorno”.

Gli altri due: spesso fuori fuoco, pronunciano frasi fatte su questioni di superficie o “dogmi” su come si dovrebbe scrivere, o spostano il punto su loro stessi.
De Carlo ha più volte parlato di come e cosa scrive lui, De Cataldo della sua panza. E ha pronunciato una frase che mi ha fatto letteralmente rabbrividire, diretta al concorrente serbo per il quale l’italiano usato negli scritti è la seconda lingua:

“Se si ha la presunzione di scrivere in una lingua che non è la propria, questa lingua bisogna conoscerla bene”.

No.
No, no e no.

Lascio la parola a Selasi: “La sintassi non è così importante, perché è facile da correggere.”
Ovvero sì, la sintassi è di vitale importanza per uno scrittore italiano, ma un autore di madrelingua non italiana è un’altra questione.
E se te lo devono dire gli altri, forse il presuntuoso non è chi hai davanti.

La figura peggiore a mio avviso la fa il “coach”.
Lo scrivo e lo ribadisco: con le virgolette, perché qui sappiamo che significa essere coach e fare i coach di scrittura e finora di questa nobile e generosa attività è emerso davvero nulla.
Le spiritosaggini e le battute di Coppola sono coccolate dal montaggio: non ce ne risparmiano una. Definito altrove “giovane, intellettuale, figo” (non qui, non è nessuna delle tre) il “coach” tiene molto a mostrarsi distaccato, sarcastico, arguto, colto e divertito, ma dimostra anche di fregarsene di chi ha davanti e di quello che dovrebbe aiutare a fare… purché possa infilare David Foster Wallace da qualche parte.
Poi se lo regali in italiano a un serbo, o dai un suo libro a una che l’avrebbe bocciato d’ufficio… fa niente, l’importante è che tu l’abbia nominato.

“David… chi?”

Memorabile, a questo punto, resta il suo scambio di battute con i due concorrenti prima dell’elevator pich (che spiega così: “un breve discorsetto in cui cerchi di prostituirti ma per scopi molto alti, ovvero vendere il tuo libro”. Pich clamorosamente fallito.):

CoachCoppola all’autore romano: In bocca al lupo!
Autore romano: Crepi!
CoachCoppola all’autore serbo: Au revoir!
Autore serbo: Crepi!

Dopo questa perla di demenza, il pich con Walter Siti: Nikola Savic se la cava bene con chiarezza e concisione, Alessandro Ligi è una mitraglia impazzita che con le parole “Porsche con interni Louis Vuitton” si brucia qualcosa come venticinque secondi su sessanta.

Ne resterà solo uno: resta il presuntuoso che ha osato scegliere la nostra lingua come mezzo espressivo. E che, lasciatemelo dire da editor, ha scritto il primo BEL racconto sentito a Masterpiece: la sua pagina di diario da neo-nonvedente.

“Un mio amico, caro diario, mi ha chiesto: che hai fatto di bello oggi?
Che cazzo vuoi che abbia fatto: ho sbattuto contro le cose, tutto il giorno.”




Masterpiece – Prima Puntata … e prime impressioni

Ieri sera è andata in onda su Rai3 la prima puntata di Masterpiece, il talent show (o reality game? O talent game? O game show? Boh) dedicato agli scrittori esordienti e alla gara “letteraria” che porterà il vincitore a essere pubblicato da Bompiani con una tiratura di 100.000 copie (che, ricordo ai meno smaliziati, poi quacuno si deve anche comprare perché vera vittoria sia fatta).

Il programma è unico nel suo genere, perché mentre è relativamente facile far gareggiare musicisti o performer vari, ben diverso è applicare la stessa logica televisiva a battaglie di contenuto letterario.
Quando ho iniziato la visione non sapevo bene cosa aspettarmi e mi è parso doveroso sospendere il giudizio.

I Giudici di Masterpiece: De Cataldo, De Carlo,  Selasi

Per cui riporto qui qualche mia primissima impressione a caldo, cercando di astenermi dalle valutazioni e trovandomi allo stesso punto di prima di cominciare: da Masterpiece non so ancora bene cosa aspettarmi.

Dal punto di vista meramente televisivo, è chiaro il tentativo di gestire al meglio la difficoltà di cui parlavo poco prima: far combattare scrittori a colpi di romanzi non è semplice come eliminare musicisti basandosi sugli acuti.
Il ritmo per natura assente dalla competizione letteraria è stato quindi cercato a suon di momenti topici “per me è no, per me è sì” dei giudici, che hanno animato non so quanti gironi e quante eliminazioni.
A fronte del “ne resterà solo uno” che va dritto in finale, abbiamo assistito alle eliminatorie “da 70 a 6” in cui hanno sfilato diversi autori cassati (i giudici sanno perché, i telespettatori meno) e i sei promossi, poi ne hanno cassati altri due perché sì, poi i quattro rimasti sono stati divisi in coppie che sono state spedite in luoghi estremi (un centro di accoglienza per emarginati e una balera per anziani ringalluzziti, borderline puro) e sono tornate con il “mandato” di dover scrivere qualcosa in merito.
E lì ho visto materializzato il mio personale incubo di scrittrice: dover scrivere qualcosa in poco tempo e con una gigantesca lavagna luminosa alle mie spalle che riporta la schermata del mio pc, lettera dopo lettera, nel momento stesso in cui io la digito.

A questo punto, un momento leggermente meno concitato del resto, che ho molto apprezzato: i concorrenti hanno potuto leggere per intero quello che hanno scritto e noi sui divani abbiamo avuto l’opportunità di capire qualcosa di più della loro scrittura.
Dopo di che, doppia eliminazione con colpo di scena e proclamazione del primo finalista di Masterpiece.
(Finalista che, se posso aggiungere una nota strettamente legata al mio gusto personale, era quello che meno mi auguravo di rivedere: il trentaquattrenne con la sciarpetta che ha scritto un diario di discesa negli inferi di alcool e vita di strada, emulo dei soliti Fante e Bukowski, tremendamente autocompiaciuto, amico dei perdenti e diligente nel mostrarsi problematico e felice di esserlo. Sulla base della mia esperienza, da simili premesse escono fuori polpettoni incomprensibili, pieni di cliché e più inoffensivi di una ramanzina di mi’ nonna.
Fine della parentesi personale).

Televisivamente parlando, per ora non ho ancora ben capito dove si va a parare.
Forse perché per me è qualcosa di completamente nuovo: vedere nello stesso programma il pane della mia vita, ovvero il lavoro con gli scrittori, unito a un mio superficiale passatempo, ovvero guardare pezzi a caso di reality a caso immaginando cosa farebbero i concorrenti se la produzione potesse dotarli di armi a caso… è stato già abbastanza strano.
O forse perché in effetti c’è stata tanta carne al fuoco, in poco più di un’ora: i giudici, la loro presentazione trionfale e il delinearsi dei loro “personaggi”, gli autori, le prove, le trasferte, tutte quelle eliminazioni, i confessionali, il “coach” e i suoi commenti tagliati a casaccio (“Guardate come si divertono i vecchietti che ballano, io non mi sono mai divertito così! Ma non sarà perché sono vicini alla morte?” Ma non sarà che ci siamo tutti vicini allo stesso modo, e quindi sarebbe meglio risparmiare il fiato per dire cose che abbiano un senso?).

Oltre al contenitore e ai modi legati al programma televisivo e ai suoi aspetti intrinseci, ora, qualche nota sulla materia in sé, ovvero sugli autori e sulle scelte legate alla scrittura che ho visto nel programma.

La cosa che mi è più saltata all’occhio è stata l’assoluta identificazione tra lo scrittore e la propria opera: sono stati privilegiati (c’erano solo quelli, in pratica) gli autori che hanno presentato al vaglio del programma romanzi in cui parlavano di se stessi, della loro vita e delle loro personali esperienze autobiografiche.
Ci hanno quindi presentato le loro personalità, più che le cose che hanno scritto: queste ultime sono state riassunte sommariamente dai giudici nella fase di apertura, una fase già valutativa, in cui abbiamo capito cosa delle opere ne pensavano loro, e nulla di più. Sono stati passati in video alcuni secondi in cui gli autori leggevano passi scelti delle loro opere, che mi hanno confermato l’impressione che un autore sia sempre il peggior lettore di se stesso.
Quello che il programma ha dato sono le personalità, le storie: l’operaia riottosa che ha riversato nel fantasy la sua voglia di riscossa, il carcerato chandleriano, il trentenne “maledetto” che ha patito il freddo e la fame, la ex anoressica che ha scritto di una ex anoressica, il concentrato di complessi ambulante, il maratoneta che si astiene dal sesso (che infatti, povero, è durato un secondo e uscito di corsa).

Ai titoli di coda, poi, diversi spezzoni simpatici ed efficaci, in cui scrittori pubblicati davano alcuni consigli su come scrivere bene ed evitare i classici errori degli esordienti.
Questo mi ha portata a una domanda: ma quindi questo programma è dedicato agli autori esordienti? Quindi sono proprio loro il target specifico?

Qualunque sia la risposta, torniamo a un discorso strettamente letterario: posso dire con una certa sicurezza (e dodici anni di manoscritti esordienti alle spalle) che questa coincidenza tra personalità travagliata e opera autobiografica è di solito un ingrediente micidiale dei manoscritti nel cassetto.
Con il passare degli anni e delle pagine mi sono accorta che le opere parlano sempre degli autori che le hanno scritte… ma che è meglio che gli autori non lo facciano tanto direttamente, specie se alle prime armi. Cosa, questa, rimarcata tra l’altro da diversi dei consigli finali dei titoli di coda.

Certo, probabilmente la logica televisiva spinge verso il personaggio, verso la storia personale riconoscibile e ben confezionata che possiamo attaccare alla fronte del concorrente per ricordarcelo e fare il tifo. Questo non è un male di per sé, è solo un meccanismo, un modo narrativo che in TV funziona. Spero che non sia tutto e non sia tutto qui.

Perciò aspetto di vedere le prossime puntate di Masterpiece, i prossimi concorrenti e cosa ne sarà di loro. E spero di non dovermi mai trovare in una scena come quella che ho visto stasera, perfetta per un mio nuovo, prossimo incubo:

  • in un ascensore trasparente e silenzioso che sale e basta per 59 secondi;
  • di fronte a Elisabetta Sgarbi truccata da Willy Wonka che mi guarda a labbra strette;
  • con il compito di performare un elevator pitch relativo al mio romanzo nel cassetto;
  • (con un romanzo nel cassetto);
  • a Torino.

Continua nelle prossime puntate!
E a voi è piaciuto Masterpiece? Lo rivedrete? Che impressione vi ha fatto?

 




Self Publishing, verso una nuova frontiera: l’Indie Publishing

Buone notizie! Il self publishing è sbarcato anche in Italia!

Fino a un anno fa, la pubblicazione autonoma era una strada ancora poco conosciuta e soprattutto poco considerata, snobbata dalla maggior parte degli operatori culturali e degli autori con ambizioni culturali “elevate”.

Ma negli Stati Uniti l’autopubblicazione rappresenta una fetta del mercato editoriale imponentissima. Se consideriamo che qui rispondiamo alle novità del mondo anglosassone con un paio di anni di ritardo, è facile capire che era solo una questione di tempo.

Ci sono diversi motivi per cui ora, piano piano si sta sdoganando:

  • l’esempio più avanzato e di successo dei nostri colleghi d’Oltreoceano
  • la diffusione dei lettori ebook che sono ora reperibili in qualsiasi mediastore a prezzi contenuti
  • l’affermarsi (finalmente!) di un formato standard per l’ebook, ovvero il formato epub
  • la solita, generale crisi del mondo dell’editoria che rende molto difficile l’accesso agli scrittori emergenti
  • al contrario, l’ottima attività di marketing culturale e non solo di alcune realtà nostrane.  Come Simplicissimus Book Farm, che oltre a essere fautore del “Lulu italiano” di self publishing Narcissus.me ha appena patrocinato un Festival dedicato al Self Publishing e pubblica dal suo blog articoli interessanti e pieni di positività.

Queste condizioni fanno sì che si stia facendo largo una nuova sensibilità e si consideri l’autopubblicazione e le aspirazioni degli autori emergenti con sentimenti diversi da quelli (negativi) di prima.

  • Sta per partire un talent-show dedicato proprio agli autori che verrà trasmesso su Rai3 in prima serata, da questa domenica 17;
  • la prima edizione del già citato International Self Publishing Festival 2013 ( #ISFP2013) ha avuto un buon riscontro in termini di post e opinioni;
  • di self publishing si parla sui giornali e nei rotocalchi anche televisivi (ho da poco visto un servizio in merito nella rubrica “Costume e società” del Tg2)
  • parlandone in un’ottica personale, riceviamo sempre più richieste da parte di autori che non cercano più solo assistenza nella ricerca o nelle trattative con editori, ma ci chiedono di aiutarli nell’autopubblicazione attraverso percorsi mirati e strutturati.

E qui arriviamo al punto, un punto importante dal quale noi di Studio83 partiamo per andare oltre. Il self publishing infatti è già superato.
Certo, muove da premesse ancora più che valide e sacrosante:

  • il bisogno espressivo della ormai consolidata fascia di lettori prosumers, ovvero che oltre a consumare contenuti (consumers) vogliono anche produrne (producers);
  • la voglia di dare un “esito” anche pubblico alle proprie storie e a un proprio percorso di vita e di scrittura;
  • le possibilità infinite offerte dai nuovi media, come il web e le tantissime piattaforme social e user friendly;
  • l’opportunità per scrittori tecnici (saggisti, ricercatori, esperti, amatori e intenditori, una vera legione!) di sfruttare al meglio le proprie conoscenze e professionalità divulgandole e contribuendo alla comunità e al sapere generale.

Si parte da qui ed è meraviglioso.
Questo è il periodo migliore in assoluto della storia umana per essere scrittori!

Il chi-fa-da-sé però non basta. Non basta perché il mero self-publishing ha anche una serie di inconvenienti e problemi che di fatto rendono quasi vane le fatiche fatte per arrivarci.

Autopubblicarsi ormai è facile… è talmente facile che lo si fa a volte a sproposito e senza alcun criterio o filtro. Ed ecco che, dall’altra parte del fiume delle parole, il lettore si trova bombardato, sommerso di titoli e di input: l’era dell’informazione è ormai diventata l’era dell’attenzione, nella quale non basta esserci, bisogna anche e soprattutto spiccare, distinguersi per sperare di essere notati e di arrivare a qualcuno. E i “trucchi” che potevano funzionare i primi tempi trovano ormai un pubblico di lettori sgamati e ben corazzati.

Non è che si rischia di tornare al punto di partenza? Come scrive Massimo Chiriatti nell’ottimo pezzo Anche chi fa da sé nel suo piccolo…

l’editore non serve più per pubblicare ma per farsi trovare

..quindi di nuovo è favorito lo scrittore che trova un editore capace e in grado di usare bene il web per il proprio catalogo, cosa non automatica, ma possibile. E chi si autopubblica rischia di affogare nel maremagnum delle proposte insulse e sgrammaticate che popolano Ilmiolibro&co.

Proprio per questo lo scrittore autopubblicantesi, il self publisher, deve ora trasformarsi in qualcosa di più per se stesso e per i suoi lettori: deve diventare un indipendent publisher, un autore indipendente. Il self publishing naviga già verso la sua naturale evoluzione: l’Indie Publishing.

Negli Stati Uniti questo concetto è già di uso comune e riconosciuto dagli editor free lance, che sono una legione rispetto a noi pochi pionieri. E rispecchia un’attitudine nuova e insieme antica, che unisce autonomia e interdipendenza in un processo creativo e tecnico superiore.

La Pubblicazione Indipendente non è la semplice Auto Pubblicazione.
L’Indie Publishing indica quel processo di pubblicazione in cui l’autore, pur restando autonomo rispetto a un’etichetta editoriale, si fa affiancare da uno o più professionisti per creare un prodotto libro degno di questo nome, che presenti cioè:

  • un linguaggio corretto e privo di qualsivoglia errore o svista
  • uno stile letterario o tecnico che si adatti perfettamente alla materia e coinvolga il lettore nel modo più efficace
  • una grafica piacevole, elegante, accurata e tecnicamente perfetta
  • una confezione e una presentazione professionali
  • magari, perché no, una strategia strutturata di marketing che comprenda azioni online e offline volte alla promozione

Quelli che conoscono l’attuale panorama editoriale italiano sanno che spesso nemmeno gli editori riescono a rispettare tutte queste regole (per la crisi? O per qualche vizietto di troppo?):  ma esse sono essenziali per la presentazione e per la riuscita di un buon libro!

Pubblicare, cioè uscire con un testo disponibile al pubblico, non è garanzia di successo.
Pubblicare aiutati da editor professionisti è garanzia di qualità:

  • superiore ai propri standard, perché l’occhio vigile e competente di un esperto fa sempre e comunque crescere;
  • superiore agli standard comuni, che vedono ancora una grande confusione e una miriade di offerte pessime e sconclusionate, in mezzo alle quali è ancora facile e automatico emergere.

Il self publishing sta arrivando? Noi siamo già pronti alla prossima fase.
Studio83 è infatti l’unica realtà italiana che unisce da tempo la mentalità vincente del coaching letterario alla strategia mirata dell’Indie Publishing.

E i risultati… sono sul nostro sito, nero su bianco: i commenti entusiastici degli autori che hanno lavorato con noi.

È tempo quindi di raccogliere le forze e di spiccare il volo. È tempo di scrivere, di pubblicare, di fare gli scrittori nel modo giusto. Come? Pianificando la propria pubblicazione in modo professionale, dandosi obiettivi chiari e definiti e buttando giù una bella strategia volta al raggiungimento del successo… del proprio successo, qualunque esso sia.

Parleremo ancora dell’Indie Publishing, con una serie di consigli e tips dedicati agli autori che vogliono spiccare il volo insieme a noi!

È risaputo che se qualcuno crede veramente di poter fare qualcosa la farà, e se crede che qualcosa sia impossibile nessuno sforzo la convincerà che la si possa realizzare.
Robert Dilts




“Lo zucchero e la frusta”: intervista a Michaela Sebokova

Abbiamo intervistato Michaela Sebokova, autrice del fortunato esordio “Dal diario di una piccola comunista” edito da Besa, da noi recensito prima dell’estate, e penna di Venti Nodi. Abbiamo parlato di scrittura, di pubblicazione, e del percorso da esordiente fatto insieme a Studio83.

 Mi sono imbattuta nel nome Studio83 in rete, ho provato a scrivere una lettera, e loro mi hanno risposto. In modo molto conciso, professionale, con proposte che erano accessibili.
Mi sono fidata, mi sono buttata. E non me ne pento.

Leggi l‘intervista a Michaela Sebokova




Leggere (e scrivere!) libri in Italia

La creativa Annamaria Testa (dato un’occhiata a Nuovo e Utile, il suo sito ricco di spunti sulla creatività) scrive un pezzo breve ma incisivo sulla situazione dell’editoria italiana in relazione ai dati sulla lettura.
Contiene molti link e una visione chiara:

Ho il sospetto che qui da noi la situazione sia così tragica che, per modificarla in modo sostanziale, già potrebbero bastare un po’ di buonsenso e di buona volontà, la rinuncia a velarsi di panni catastrofisti, tanto nobili e seducenti quanto inconcludenti, e il coraggio di ripartire dalle piccole cose.

Noi siamo perfettamente d’accordo e lo dimostriamo con il nostro lavoro con gli autori esordienti, che affianchiamo nello scrivere, spingiamo a leggere, incoraggiamo a sognare.

Tra blog e post e opinionisti e forumisti tutti d’accordo a storcere il naso, a dileggiare gli scrittori, a vilipendere il mondaccio brutto e cattivo dell’editoria (di cui loro stessi fanno o vogliono far parte), a dire ai giovani di rinunciare e agli emergenti “tu non sei uno scrittore, tutt’al più uno scrivente”… noi diciamo altro. Siamo altro.

Occuparsi di scrittura è un modo diverso per iniziare a credere nel potere della letteratura. Sognare il proprio successo e adoperarsi per perseguirlo è una strada valida e reale per interessarsi di dinamiche culturali. Una porta inusuale, ma che non ha senso chiudere a priori.

Al momento il settore non aiuta, anzi: in generale, accompagna la strada della “matricola” con scarsa empatia, per non dire aperta manifestazione di antipatia.
Ecco quindi che gli italiani leggono poco e scrivono tanto, che gli scrittori che pagano la pubblicazione sono sempre dei vanitosi e dei presuntuosi, che chi non pubblica con editori “seri” (che vuol dire?) non è uno scrittore, tutt’al più uno “scrivente”.
Attenzione alle trappole che un tempo erano critiche nate dal buon senso, ma sono ormai un vero e proprio malcostume intellettuale di cui ci si deve liberare, per rimettere in gioco energie e contribuire insieme al bene comune…

(da: Porte aperte agli esordienti, in Venti Nodi 2)