un classico al mese

Io, robot – Un classico al mese

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Chi non ha mai sentito parlare delle Tre Leggi della Robotica di Isaac Asimov? Nelle sue opere, i robot positronici accompagnano l’umanità come servitori, obbligati a rispettare le Tre Leggi. Questo assunto di base è lo spunto per analizzare tutti i problemi pratici e morali che ruotano attorno alla questione, e di cui l’antologia “Io, robot” è la perfetta summa.


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Madame Bovary – Un classico al mese

Nel paesino di Ry, nel nord della Francia, c’è una tomba molto particolare: quella di Delphine Delamare, moglie del medico Eugene Delamare, morta suicida a causa dei forti debiti contratti. Era il 1848, Delphine aveva cercato di sfuggire alla noia della provincia e della vita matrimoniale attraverso giovani amanti e spese folli; quando ogni cosa le si ritorse contro, la donna – al tempo appena ventiseienne – si tolse la vita ingerendo del veleno.

Pare sia proprio questo fatto di cronaca che ispirò Gustave Flaubert e che sarebbe stato la base del suo romanzo più celebre: “Madame Bovary”. Il testo, scritto a mano e poi accorciato e sezionato dagli editor con cui collaborò, venne pubblicato a puntate sulla Revue de Paris, nell’autunno del 1856. Emma Bovary, protagonista del romanzo, è la giovane sposa di un medico, rimasto vedovo prematuramente; incapace di sopportare la vita di provincia e la noia del matrimonio, Emma intreccia relazioni extra-coniugali e spende soldi senza alcun criterio, fino a ritrovarsi sommersa dai debiti: a questo punto, non le resta che compiere una scelta estrema.
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La capanna dello zio Tom – Un classico al mese

Si narra che, quando Abraham Lincoln incontrò di persona Harriet Beecher Stowe, autrice de “La capanna dello zio Tom”, le abbia detto bonariamente: “Quindi è lei la piccola donna che ha provocato questa grande guerra!” Lincoln si riferiva all’impatto che il masterpiece di Beecher Stowe, “Uncle Tom’s cabin”, aveva avuto sui lettori, ravvivando la causa abolizionista e portando tanti lettori ad abbracciarla o, comunque, a vederla con altri occhi.

Harriet crebbe in un ambiente fortemente religioso, figlia di un pastore congregazionista che, assieme alla cognata della scrittrice e a quest’ultima, sosteneva le ragioni del movimento anti-schiavista. Nel 1850 Harriet scrisse “La capanna dello zio Tom”: circa due anni dopo lo avrebbe pubblicato a puntate sulla rivista National Era. Tra gli elementi che l’avevano ispirata c’era la promulgazione della Fugitive Slave Law, che proibiva di aiutare gli schiavi in fuga e rendeva obbligatorio denunciarli, perché fossero restituiti ai proprietari.
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Le tigri di Mompracem – Un classico al mese

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo…

Così si apre “Le tigri di Mompracem”, primo romanzo del ciclo indo-malese di Emilio Salgari (posizione contesa a lungo a “I misteri della jungla nera”, che introduceva il ciclo indiano). Fu pubblicato a puntate su una rivista veronese (“La Nuova Arena”) nel 1883 con il titolo “La tigre della Malesia” e riedito nel 1900 con il nuovo titolo.

Il romanzo ruota intorno alla prima avventura del personaggio di Sandokan, principe del Borneo caduto in disgrazia e divenuto pirata a causa degli invasori europei.

Deciso a vendicare la morte della propria famiglia, sterminata dagli inglesi, Sandokan vive sull’isola di Mompracem e da lì guida le sue scorrerie marittime. Il suo fascino e la sua ferocia gli sono valsi il soprannome di “Tigre della Malesia”; a loro volta, i suoi fedelissimi compagni di battaglia sono stati rinominati “Tigrotti”.

Tutto cambia quando Sandokan si innamora della fanciulla ritratta in un quadro, lady Marianna Guillonk, la cosiddetta “Perla di Labuan”: la sorte gli darà modo di conquistarne il cuore, ma lo zio della ragazza ha giurato odio eterno verso i pirati…

Il personaggio di Sandokan ebbe un incredibile successo e Salgari dedicò un lungo ciclo di romanzi sia a lui, sia ai comprimari che appaiono in questo o in altri libri dello scrittore veronese: Yanez De Gomera, scanzonato portoghese, amico per la pelle di Sandokan e amato da quest’ultimo come un fratello; lord Guillonk, qui antagonista, poi alleato di Sandokan; Tremal-Naik e Kammamuri, protagonisti del ciclo indiano; James Brooke, antagonista e dominatore bianco del Sarawak.

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L’esistenza dell’isola di Mompracem è stata oggetto di discussione tra gli studiosi di Salgari: sugli attuali atlanti non c’è, ma il suo nome potrebbe essere apparso sulle carte nautiche antiche che studiò lo scrittore veronese. Secondo altri corrisponderebbe all’isola di Kuraman, ubicata tra il Sabah e il Brunei… proprio sotto Labuan, che invece esiste eccome!

Leggi anche: Ritornano le Tigri della Malesia, di Paco Ignacio Taibo II – Recensione

I primi film tratti dal ciclo indo-malese di Salgari risalgono al 1941 e furono entrambi girati a Cinecittà: “I pirati della Malesia” di Enrico Guazzoni e “Le due tigri” di Giorgio Simoncelli.
Nel 1963 vide la luce “Sandokan, la tigre di Mompracem”, diretto da Umberto Lenzi, e nel 1970 “Le tigri di Mompracem” di Mario Sequi.

Fu con la serie tv “Sandokan” di Sergio Sollima che il pirata di Salgari ebbe rinnovato successo: Kabir Bedi, attore indiano che lo interpretò, è tuttora il volto di Sandokan per eccellenza nell’immaginario comune.

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TITOLO: Le tigri di Mompracem

AUTORE: Emilio Salgari

CITAZIONE: “Da dove mai era uscito questo terribile uomo che, alla testa di duecento tigrotti non meno intrepidi di lui, aveva saputo in poco volger d’anni farsi una fama sì funesta? Nessuno lo avrebbe potuto dire. I suoi fidi stessi lo ignoravano, come ignoravano pure chi egli fosse.”




Frankenstein, o il Prometeo moderno – Un classico al mese

Esattamente duecento anni fa, l’11 marzo 2018, uscì in forma anonima un romanzo intitolato “Frankenstein, o il Prometeo moderno”. Narrava la storia di uno scienziato, Victor, che riporta in vita un corpo, da lui assemblato mettendo insieme parti di cadaveri diversi. L’opera era differente da qualunque cosa letta fino a quel momento. Non era una ghost story, aveva i tratti del romanzo gotico senza esserlo al 100%, utilizzava la scienza come punto di partenza per una riflessione politica, umana, morale. Solo in futuro sarebbe stato dato un nome a questo genere letterario particolare: fantascienza.

Mary Wollstonecraft Godwin Shelley

L’opera non ottenne subito il favore della critica, ma venne lodata da uno scrittore del calibro di Walter Scott. Il pubblico al contrario lo apprezzò molto e “Frankenstein” divenne un best-seller: quale sorpresa quando saltò fuori che era stato scritto da una donna, e di appena vent’anni! Si trattava, come tutti sappiamo, di Mary Shelley, figlia della defunta femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo William Godwin (a cui in effetti era indirizzata la dedica all’interno dell’opera).

La genesi del romanzo è celebre quasi quanto il romanzo stesso: un soggiorno nella suggestiva Villa Diodati di Ginevra; quattro scrittori chiusi in casa (lord Byron con la compagna/amante Claire Clairmont, sorellastra di Mary Shelley; quest’ultima e il marito, il poeta e filosofo Percy Shelley); una sfida, lanciata da Byron, a scrivere un racconto dell’orrore. Mary elabora una storia che rimarrà una pietra miliare della narrativa; ma anche un vero e proprio archetipo che oggi mantiene intatta la sua forza.

Villa Diodati

In “Frankenstein” c’è tantissimo. Una riflessione critica sul rapporto tra uomo e scienza, tra scienza e morale; un’allegoria del potere demiurgico femminile (Mary Shelley aveva seppellito una figlia di pochi mesi: la storia dello scienziato che crea la vita e poi l’abbandona è stata vista anche come una rielaborazione dell’esperienza); una rilettura del mito di Prometeo (che è infatti il sottotitolo dell’opera: “Frankenstein, o il Prometeo moderno”); un riconoscimento della morte come dolorosa necessità, intrinseca alla vita.

Oggi “Frankenstein” è un classico senza tempo, letto e tradotto in tutto il mondo. È anche il pilastro dell’intero genere fantascientifico, la cui nascita viene fatta coincidere proprio con la prima edizione del romanzo (nel 1931 uscì una seconda versione del testo, leggermente modificata in alcuni passaggi). È un’intramontabile parabola, il dono bellissimo e geniale che Shelley ha dato al mondo.

“Frankenstein” ha avuto grandissima influenza sull’immaginario collettivo e su altre forme di espressione artistica, in particolare il cinema. È stato trasposto e rielaborato praticamente in ogni salsa (fedele al testo, parodistica, horror), fra cui ricordiamo:

  • “Frankenstein” di James Whale (1931), basato su un precedente adattamento teatrale del romanzo, considerato una pietra miliare del cinema espressionista e di quello horror;
  • “Frankeinstein Junior”, immortale parodia di Mel Brooks (1974);
  • “Frankenstein di Mary Shelley” di Kenneth Branagh (1994), con Robert De Niro nei panni della Creatura.

Frankenstein Junior

Di recente, due serie tv di grande successo hanno dato una rilettura del personaggio di Frankenstein e della Creatura: “Penny Dreadful”, interessante team-up di trame e personaggi del romanzo gotico; e “The Frankenstein Chronicles”, disponibile sulla piattaforma Netflix.

Penny Dreadful

TITOLO: Frankenstein, or the modern Prometheus

TITOLO ORIGINALE: Frankenstein, o il Prometeo Moderno

AUTRICE: Mary Shelley

CITAZIONE: “Poteva essere l’uomo a un tempo possente, virtuoso e magnifico, eppure così vizioso e vile?”

 




Il vecchio e il mare – Un classico al mese

Era il 1951 e Ernest Hemingway si trovava a Bimini, Bahamas, quando scrisse uno dei suoi romanzi più celebri: “Il vecchio e il mare”, storia di un anziano pescatore e della sua lotta contro un marlin preso all’amo. L’opera fu pubblicata l’anno successivo e fu anche l’ultimo romanzo di Hemingway a uscire mentre l’autore era in vita. Sembra che il protagonista, il vecchio Santiago, fosse stato modellato su Gregorio Fuentes, un pescatore nato nelle Canarie e amico dello scrittore.


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Gennaio 2018: i post di Studio83

Ed eccoci alla fine di gennaio, pronti per iniziare il mese più breve dell’anno! Prima, però, facciamo un bel riepilogo di tutto ciò che abbiamo detto e scritto in questi primi trenta giorni del 2018…

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Cuore di cane – Un classico al mese

Per le gelide strade di Mosca, un cane randagio sta morendo assiderato. Con le sue ultime forze e l’arguzia che lo contraddistingue, commenta tra sé le persone che vede passare; finché una di esse, il celebre scienziato e medico Filip Filipovič Preobraženskij, non gli si avvicina  e lo porta con sé. Successivamente, il cane (battezzato Pallino) si troverà al centro di un controverso esperimento: impiantare ipofisi e testicoli di un uomo morto sul corpo dell’animale. Il morto in questione è un ubriacone accoltellato in una bettola e, pian piano, la sua personalità inizia a cambiare quella di Pallino. Il cane cammina a due zampe, beve, fuma e si esprime in modo volgare…


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2017: tutti i classici mese per mese

Anno nuovo, nuovi classici! Per adesso, però, facciamo un bel riepilogo del 2017: ecco i romanzi classici di cui abbiamo parlato mese per mese!

Gennaio 2017: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”

La Prima guerra mondiale, un gruppo di ragazzi poco più che diciottenni, il sogno di partire per la guerra, combattere il nemico e vivere una grande avventura. Iniziò davvero così il percorso che condusse migliaia di giovani alla morte tra il 1914 e il 1918, anni in cui è ambientato il romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque.


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I promessi sposi – Un classico al mese

“Quel ramo sul lago di Como, che volge a mezzogiorno…” Impossibile non ricordare a memoria l’incipit de “I promessi sposi” capolavoro di Alessandro Manzoni e pietra miliare della letteratura in lingua italiana. Fu anche il primo romanzo storico propriamente detto scritto nella nostra lingua, e il titolo più rappresentativo del Romanticismo italiano. Complice l’inserimento nei programmi scolastici delle scuole superiori, inoltre, è ancora oggi uno dei testi italiani più letti e celebri.

Il percorso che avrebbe portato Manzoni alla stesura definitiva del romanzo iniziò nel 1821, quando scrisse i primi capitoli di un’opera intitolata “Fermo e Lucia”. Sebbene a scuola si insegni spesso che quella fu la prima versione dell’opera, di fatto si trattava di un romanzo a sé stante, con intreccio e struttura diversi. L’obiettivo di Manzoni però era già chiaro, come comprese a fine stesura: il “vero storico”. Manzoni lesse verbali, notizie, manoscritti che lo aiutassero a documentarsi sul periodo di cui narrava (il dominio spagnolo in Lombardia); uno degli episodi storici che lo ispirarono riguardava proprio un prete minacciato per impedirgli di sposare una coppia. [Qui potete trovare un riassunto dei capitoli di “Fermo e Lucia” e la trascrizione di alcuni passaggi; il romanzo, rimasto inedito per molti anni e poi pubblicato in prima edizione come “Gli sposi promessi”, oggi si può trovare come testo a sé stante col titolo originale.]

Alessandro Manzoni

Nel “Fermo e Lucia” era stata abbozzata, ma non conclusa, la profonda ricerca linguistica che avrebbe reso il romanzo di Manzoni un testo basilare nella stessa storia della lingua italiana. Negli anni successivi, lo scrittore lavorò al romanzo che sarebbe diventato “I promessi sposi”: dalla struttura più equilibrata e solida, personaggi rielaborati nella caratterizzazione e nel nome, digressioni troppo lunghe (come quella relativa alla monaca di Monza) ridotte sensibilmente. La versione de “I promessi sposi” che ne venne fuori è detta “Ventisettana”, perché fu pubblicata a partire dal 1827. Lo scrittore aveva studiato il toscano e si recò a Firenze per “risciacquare i panni in Arno”, ovvero acquisire strumenti linguistici che avrebbe applicato alla revisione del testo.

Anni dopo, tra il 1840 e il 1842, Manzoni lavorò a un’ulteriore revisione del romanzo (detta “Quarantana”). Per combattere le edizioni abusive del testo, che circolava in vere e proprie copie pirata, decise di aggiungere anche una serie di illustrazioni e un compendio finale sulla storia degli untori ai tempi della peste (che, per alcuni, può essere addirittura considerato un nuovo finale del romanzo stesso).

Oggi “I promessi sposi” è un testo fondamentale in tutti i percorsi didattici scolastici, croce e delizia di ogni studente: analizzato, smembrato, osservato nel dettaglio. Può essere una bella riscoperta in età adulta, da leggere tutto d’un fiato! E per chi ama le versioni cinematografiche del testo, ne ricordiamo qualcuna: il film muto di Mario Morais (1909); l’edizione del 1941 di Mario Camerini; lo sceneggiato televisivo del 1989 con Alberto Sordi, per la regia di Salvatore Nocita. Non sono naturalmente mancate le parodie televisive, come quella celeberrima del 1990 con Il Trio – Lopez Marchesini Solenghi, nonché quelle fumettistiche, come “I promessi paperi” (1976) e “I promessi topi” (1989), pubblicati su Topolino.

 

TITOLO: I promessi sposi

AUTORE: Alessandro Manzoni

CITAZIONE: “È uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi.”