STUDIO83

RECENSIONI
 
Luciano Bianciardi,
Ai miei cari compagni,
Stampalternativa, Roma, 2007

“Ai miei cari compagni” è un’opera molto particolare.

È un’opera “composta” dal figlio di Luciano, Ettore Bianciardi, che ha raccolto alcuni scritti del padre e accostandoli ne ha fatto un insieme organico.
È il diario di eventi ai quali Bianciardi non ha mai assistito: vi si raccontano le Cinque Giornate di Milano, la spedizione dei Mille e l’inizio del processo di unificazione italiana.
Inoltre oserei dire che è un’opera ucronica, poiché l’autore mischia eventi storici e costume contemporaneo, barricate e telefoni, Cattaneo e Ugo Tognazzi in un pastiche che ha la disinvoltura di Arbasino e la sua efficacia, ma muove da un forte slancio ideale e arriva a diversi risultati.
Infatti, nonostante usi un modo tipico della fantascienza, e ami la citazione letteraria ed extraletteraria,  Bianciardi è un intellettuale schierato e appassionatissimo, e così è la sua arte. Lo scopo dei suoi racconti risorgimentali è la ricostruzione un periodo storico al quale l’autore si sente legato e che vorrebbe aver vissuto: e i versi posti in chiusura dell’opera testimoniano la spinta a vivere un nuovo Risorgimento, oltre che a raccontare del primo.

“Ai miei cari compagni”  è una rievocazione curata nei minimi dettagli, e il fattore ucronico non confonde le idee, semmai conferma il senso di alcuni accadimenti: Bianciardi ci strizza l’occhio e ci invita a non abbassare la guardia, a non farci distrarre dall’apparenza di una storia che morta e sepolta non è.
L’ironia e l’acutezza già trovate nei Bianciardini sono la cifra stilistica dell’autore, ma la caratteristica principale del racconto “neorisorgimentale” di Bianciardi è la passione e la forte spinta idealistica che conquista il lettore quasi da subito.

Il racconto si apre con lo sciopero del fumo indetto dai milanesi per danneggiare le finanze austriache e getta subito chi legge nel mezzo di quel mondo un po’ risorgimentale e un po’ contemporaneo – un mondo bianciardiano: questo impatto immediato disorienta un po’ il lettore, prima che la bravura dello scrittore si faccia capire e chiami al proprio gioco.
Superato lo “scoglio” dell’inusualità, infatti, è facile farsi coinvolgere dal racconto dei moti e delle barricate, nella prima parte, e nella seconda del viaggio movimentato dei Mille. Bianciardi riesce a ridare linfa a un momento storico unico, ed è forte il contrasto con le sciatte, brutte paginette che tutti abbiamo dovuto subire a scuola, non importa se giovani o vecchi, non importa se alle elementari o al liceo: la storia “ufficiale” del risorgimento è sempre la stessa, superficiale, retorica, automatizzata, abilmente edulcorata di ciò che sarebbe invece importante sapere per avere una chiave di interpretazione dei tanti conflitti del nostro paese.
Bianciardi introduce i conflitti e accenna qualche interpretazione: ma a mio avviso in “Ai miei cari compagni” prevalgono positività ed entusiasmo, come se la passione dell’autore preferisse rimandare il pianto sul latte versato per concentrarsi sulle parti da salvare. A dire il vero, ci riesce a meraviglia.

In coda al racconto di Luciano Bianciardi, Ettore Bianciardi ha stilato un'appendice in cui riassume gli argomenti di ogni capitolo e propone brevi temi di riflessione: il suo lavoro è ultile, ed è anche divertente. È una mano esterna, che aiuta il lettore a districarsi nell’entusiasmo di Luciano, ma è anche un ammiccamento alle logiche del feuilleton ottocentesco e al linguaggio del racconto principale. Non è quindi uno stacco, ma un’integrazione abile, che raccomando di utilizzare quanto più possibile per rendere la lettura ancora più chiara e piacevole.

La scelta da parte di Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampalternativa, di “Ai miei cari compagni” come manifesto politico e culturale mi sembra azzeccata. I testi di Bianciardi esprimono combattività e libertà di spirito; nonostante Bianciardi fosse un intellettuale lucido e la vita l’abbia a volte deluso, in “Ai miei cari compagni” emerge un’attitudine in particolare, che ne fa un manifesto perfetto: la gioia sincera di credere fortemente in qualcosa e di intraprendere una lotta per realizzare i propri ideali.


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