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Fogli e portafogli

In questi giorni, la blogosfera bibliofila ospita un dibattito molto interessante (e acceso) riguardante le varie forme di letteratura e il loro rapporto con il mercato librario. Un fulcro della discussione è l’atteggiamento e il ruolo che gli esordienti hanno in questo ambiente difficilissimo popolato di fabbrizzicorona, sia lettori, sia scrittori e stampatori.

Tutto cominciò con Aldo Moscatelli, e un post al vetriolo contro certi concorsi letterari vagamente truffaldini, e contro chi non vede l’ora di farsi truffare pur di avere “la quarta di copertina di celebrità” (come boutade non so quanto sia riuscita…mah). Le blogger Laura e Lory hanno rincarato la dose  chiedendosi ragione dei comportamenti di certi autori emergenti. Si sono pronunciati in tanti, e il “Mosca” ha chiuso il cerchio con un post semiserio sull’editoria, nel quale commenta i commenti (noi ci siamo portate avanti e lo abbiamo pure intervistato, tie’!)

A me prudevano le mani, mi sono letta tutto, ho aperto millemila popup per commentare anch’io… ma poi mi venivano cose lunghissime, ridondanti, i classici commenti che si saltano a pie’ pari. Piuttosto che intasare gli spazi altrui (ma prima o poi un commento umano mi uscirà, non mi arrendo), ho preferito scriverci direttamente un post, che se è un siluro uno può sempre cliccare sul crocino e chiuderlo, piuttosto che slogarsi il medio a furia di scrolling.

Nei blog si parla tantissimo di editoria e scrittura. L’università sta recuperando anni di ritardo, e fioriscono gli studi accademici sull’editoria, sulla sua nascita, sui suoi perchè (consiglio a tutti di leggere i lavori dei proff. Ferretti, Cadioli, Spinazzola, Turi, che mettono ordine in un argomento intricatissimo e forniscono validi strumenti di critica). Le stamperie on demand e le case editrici che richiedono un contributo agli autori fioriscono. Ogni anno escono sul mercato migliaia di novità. Ogni anno la percentuale di lettori cala.

Al di là degli arricciamenti di naso verso scrittorucoli miliardari (ma non citiamone sempre e solo uno, altrimenti ne facciamo un paradigma, quando in realtà è solo un clone), secondo me qui siamo di fronte a una questione sociale che coinvolge tutte le parti in causa, ma che non è esclusiva dell’editoria. Dalla rivoluzione industriale di metà Ottocento, che ha gradualmente allargato i confini del “mercato” fino a giungere a quello di massa, la nostra società ha assistito a una generale alfabetizzazione, a allo stesso tempo a una generale monetizzazione di tutto quello che ci circonda (tra un po’ sarà la volta dell’aria, con l’acqua ci stanno già provando).

Anche quando entriamo in libreria, non siamo cercati e interpellati come lettori, ma come consumatori. Il nostro portafoglio, non la nostra istruzione, fa differenza per gli editori moderni: per TUTTI gli editori moderni, solo che c’è chi tenta di conciliare cultura e impresa, chi mette su un’impresa per amore della cultura, e chi se se fotte:  vende libri come vende pezzi di pizza, conti in banca, vacanze, assicurazioni (sì, avete capito… è sempre lui).  La casa editrice è un’azienda  (almeno finchè la politica non si deciderà a promuovere illibro dal rango di merce a quello di bene… seeeee!) ,  e anche qui la vincono atteggiamenti imprenditoriali. Però ricordiamocelo sempre: i colossi editoriali di oggi si sono creati in base a congiunture favorevoli, non per meriti letterari o perchè i lettori li hanno premiati, ma grazie a concentrazioni di capitale extra editoriale – e adesso comandano loro. Secondo me dovremmo tenerlo sempre a mente prima di disprezzare il lettore medio o dare tutta la colpa a chi compra in base a quello che dice la televisione.

Il successo di un titolo, infatti, non dipende da chi lo compra. Paradossalmente, dipende da quanto ci si spende per lanciarlo, soprattutto per promuoverlo. Questo aspetto è stato trascurato nel dibattito dei bibliofili, ma è importantissimo, perchè secondo l’ottica di chi comanda il libro è un prodotto, chi lo compra è un consumatore, e le corde del consumatore, non quelle del lettore, bisogna pizzicare. Fai un regalo, appaga la curiosità, scopri di che si tratta, non rimanerne fuori, DIVERTITI: sono argomenti a cui pochi di noi, in generale, sanno resistere. E c’è anche chi non ha fatto dei libri la sua vita, chi si interessa di altro, e non per questo è un idiota o un babbuino: leggere non è il suo campo, e si lascia manovrare come magari noi ci lasciamo abbindolare per le crociere, per sky, per le auto.

Secondo me la cultura con la cappa maiuscola non è e non sarà mai un aspetto di massa, non di questa massa. La competenza letteraria si acquista con tempo e fatica che non tutti hanno, e non è questo grande problema: spero che siate d’accordo con me, non ritengo un essere meno umano perchè meno colto. Ognuno ha la propria ricchezza, non pretendo che la mia sia la più valida.

Per finire, quindi, voglio fare a tutti i lettori, che giustamente si lamentano della mercificazione del libro, una semplice domanda: quanti di voi frequentano le biblioteche pubbliche

Giulia

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5 Replies to “Fogli e portafogli”

  1. Palestrione ha detto:

    Hai perfettamente ragione. La letteratura di oggi è davvero in crisi. E’ per questo che ho parlato molte volte di decadenza della letteratura. Il consumo: è questo che rappresenta oggi la letteratura. I romanzetti erotici di Melissa P. o le boiate adolescenziali di Moccia o quelle altre boiate che saranno poi tradotte in film. Ne ho già parlato di questa decadenza.

    Purtroppo il mercato è determinato dalla legge della domanda e dell’offerta. Che cosa vogliono i lettori italiani? Le storie adolescenziali? Ecco Moccia. Vogliono l’erotismo sconcio? Melissa P.! Vogliono sentirsi dire che Gesù Cristo era sposato? “Il Codice Da Vinci” (che comunque è di un autore non italiano, ma ha avuto successo in Italia, così come all’estero)!

    E’ decadente la nostra letteratura. Decadente rispetto ai grandi autori del passato.

    Oggi, tolto il solo Eco (il mio Maestro), nessuno è degno di finire sui libri di letteratura. De Carlo, Baricco, Ammaniti… potremmo mai trovarli sullo stesso libro in cui troviamo Moravia, Pirandello o Svevo? Sono scettico, su questo punto. Non ci sono veri talenti.

    Penso che gli scrittori di livello, in Italia, siano davvero pochi. Io farei tre nomi. A parte Eco, direi Faletti e Manfredi.

    Faletti sa scrivere, benché i suoi romanzi siano commerciali. E’ forse più adatto al mercato estero, che a quello italiano. Infatti molti generi letterari, quali thriller, fantascienza, fantasy, gothic, provengono dal mercato estero. In Italia si cerca di scrivere il romanzo “intellettuale” o “problematico”. Il guaio è che ormai tematiche quali l’adolescenza, la coppia, il sesso, l’amore, l’omosessualità, sono ormai abusate, nella letteratura così come nei film.

    Manfredi, dicevo, è un altro grande autore, di respiro internazionale. Scrive romanzi storici, con uno stile limpido, lucido, razionale. E non è complesso. Dunque i suoi romanzi diventano un prodotto fruibilie anche alla cosidetta “massa”; più verosimilmente a chi abbia una cultura media.

    Su Eco non spenderò altre parole di elogio. E’ il più grande scrittore italiano vivente, secondo me. E’ il mio scrittore preferito ed è un intellettuale di grandissimo livello.

    Bel post.

    Peccato che non molti lo abbiano apprezzato.

    Il poeta del Neodecadentismo, re del silenzio.

  2. Studio83 ha detto:

    Ciao Palestrione,

    ho seguito con interesse la tua querelle con Elena e Daisy sul tuo blog. Io sono d’accordo con loro, ma a leggere le tue risposte mi sembri una persona pacata, attenta e non disposta a far degenerare il dibattito nella polemica, cosa rara, quindi ti faccio i complimenti in ogni caso.

    Per quanto riguarda la situazione italiana, è vero, non è delle più rosee, ma il tuo mi sembra un attegiamento sprezzante che non ti porterà da nessuna parte, e ti ripagherà con una buone di fiele da ingioare e niente più.

    Secondo te “nessuno è degno di finire sui libri di letteratura” a parte Umberto Eco (e anche il futuro te stesso, vero?)? Immagino quindi che avrai letto tutti gli autori italiani contemporanei, alcuni dei quali scrivono da decenni (dato che citi Moravia, ti dice qualche cosa il nome Dante Maffia? Stavolta guardare su Wikipedia non vale:-P). Non ti sto dando dell’ignorante, però sto giudicando quello che hai scritto (e, la ripetizione è d’obbligo, non te come persona): più che amore per la cultura, mi sembra che nelle tue parole arda un autocompiacimento narcisistico per quanto sei bravo e non mediocre. Citi sempre, come tue nemesi, gli stessi tre scrittorucoli, che fanno abbastanza schifo, è vero, e per questo non meritano di essere elevati a eterno paradigma. Non ci sono solo loro!!!!

    Inoltre, il fatto che tu accosti con tale e tanta disinvoltura Eco e Faletti mi obbliga a farti una domanda “tecnica”: specifica, per favore, cosa intendi con LETTERATURA.

    Ti do un indizio: la letteratura è COMPLESSA per definizione, il che non implica che debba essere anche COMPLICATA.

    Ciao e grazie per i tuoi interventi.

    Giulia

  3. Palestrione ha detto:

    Giulia, hai colto proprio nel segno. Io non conosco gli autori contemporanei. Non riesco a leggere nulla di italiano e contemporaneo. C’è un totale rifiuto da parte mia. Sono troppo legato all’Ottocento.

    Non accosto Eco e Faletti: sono due scrittori completamente diversi. Ho solo detto che questi sono tra i migliori, ma ovviamente sto parlando di generi differenti.

    Cosa intendo per letteratura? Quali opere sono degne di essere definite “opere letterarie”? Mi faccio aiutare dal Maestro.

    Nel saggio “Il superuomo di massa”, Eco distingue il romanzo “problematico” dal romanzo “popolare”. Il romanzo problematico è quello che non soddisfa le esigenze del pubblico. E’ quel tipo di romanzo che una volta terminato di essere letto, apre una serie di dibattiti sul suo significato e che NON IDENTIFICA necessariamente il lettore nel protagonista. Esempi ne sono “Madame Bovary” e “Delitto e castigo”, o anche “Il rosso e il nero”.

    Invece il romanzo popolare è un romanzo in cui i personaggio non sono altro che dei prototipi; le situazioni si ripetono, il lettore si identifica nel protagonista (il “buono”) e spera che ci sia per egli/ella un lieto fine. Esempi ne sono “Il Conte di Montecristo”, “I tre moschettieri” o “I misteri di Parigi”.

    Ecco, per me la letteratura è il romanzo problematico, non il romanzo “popolare”. Perché non studiamo Salgari, Verne, Dumas, Collodi, Asimov, Tolkien, Vampa eccetera? Perché sono considerati autori “popolari”, non problematici.

    Senza dubbio Faletti e Manfredi scrivono romanzi popolari, mentre Eco scriver romanzi “problematici”, dacché, se leggi i suoi romanzi, ti rendi conto che aprono una serie di dibattiti; mentre i romanzi di Faletti e di Manfredi finiscono. Punto. Fine. Vince il buono, perde il cattivo. Ecco il romanzo popolare.

    Oggi, generi quali thriller, fantascienza, erotismo eccetera, sono generi “popolari”.

    Ammetto di non conoscere gli autori italiani contemporanei, perché mi rifiuto di leggerli. Se leggo un romanzo è perché voglio arricchirmi, e un romanzo contemporaneo può arricchirmi? Non ne leggo, è vero, ma mi basta leggere la trama pe capire che non mi interessano.

    Allora preferisco di gran lunga leggermi i romanzi dell’Ottocento, perché so che hanno un grande valore letterario.

    Se ho migliorato il mio stile e se ho elevato la mia cultura è solo perché ho letto autori di livello (ottocenteschi), e questo da quando ho incominciato a frequentare l’università.

    Me l’hanno fatto notare altre persone che sono troppo narcisista. Sì, forse lo sono, ma solo su ciò che scrivo. E d’altronde penso che alla mia età uno scrittore non sia ancora nato. Penso davvero di poter crescere, di potermi arricchire e di scrivere altri romanzi, naturalmente migliori di quelli che ho già scritto.

    Poi non è un caso che negli ultimi tempi mi trovi ad abbandonare parecchi romanzi, dopo aver letto solamente poche pagine. E i nomi sono abbastanza illustri, non sono autori contemporanei (T. Mann, Moravia, Pasternak, Dostoevskij, Cronin e altri).

    Se leggo un romanzo, deve essere alla pari o superiore di quelli che ho già letto. Non ho molto tempo per leggere, pertanto le mie scelte sono molto accurate. Eppure, i grandi romanzi li so “fiutare”.

    Il poeta del Neodecadentismo, re del silenzio.

  4. Studio83 ha detto:

    Onestamente mi sembra difficile categorizzare un universo complesso come la letteratura attraverso due soli parametri, con tutto il rispetto per Eco… Però non puoi dirmi che Asimov è uno scrittore “popolare”, né puoi infilare la fantascienza nello stesso cassonetto in cui metti la narrativa di intrattenimento (che poi ha comunque una sua valida ragion d’essere); ti assicuro che la fantascienza è stato uno dei generi letterari più importanti del ‘900; oltre Asimov, dove me li metti Dick, Vonnegut, Huxley, Sterling, Lem, la Bradley, Bradbury e tanti altri, tutti autori di libri immensi e uomini di altrettanto immensa cultura? Anzi, ti dirò: la fantascienza sopravvive come uno degli ultimi generi in grado di affrontare tematiche universali che la narrativa mainstream contemporanea si è lasciata dietro da tempo.

    Così come è vero che oggi ci sono molti autori italiani assolutamente meritevoli, e che nessuno conoscerà mai perché sono tutti troppo occupati a dare addosso all’ultimo blockbuster di turno.

    Credo sia vitale leggere i classici dell’Ottocento e in questo sono d’accordo con te; tuttavia, non credo proprio che la letteratura si sia fermata lì.

    🙂

    Elena

  5. Palestrione ha detto:

    E’ vero, la fantascienza non è un genere del tutto “popolare”. Tra l’altro ultimamente mi sto avvicinando a questo genere perché sto progettando un romanzo di fantascienza, ma devo ancora incominciare a scriverlo. Infatti l’altro giorno ho visto “La guerra dei mondi” di Spielberg, giusto per avere un’idea di come rappresentare la realtà aliena.

    Poi credo che dovrò anche leggere alcuni romanzi di fantascienza. Avevo pensato ad Asimov, ma il tempo è poco e non posso incominciare una saga senza finirla. Così ho pensato o a Verne o a Wells (l’autore della “Guerra dei mondi”, romanzo che risale addirittura al 1897).

    Che cosa mi consiglieresti per incominciare?

    Premetto che è la prima volta che mi cimento nella fantascienza (non ho mai letto “Nathan Never”, ma solo e unicamente Tex). Beh, proprio la prima no, perché ho scritto un racconto breve di fantascienza, ma niente di particolare. Poi mi piacciono i film di fantascienza. L’unico che non ho “digerito” è stato “2001 – Odissea nello spazio”. Ora tu mi dirai: “E’ un capolavoro, non discuterlo eccetera eccetera”, però io ti dico che dopo un’ora e mezza di film non facevo altro che sbadigliare, così non l’ho nemmeno finito di vedere. E’ un capolavoro e non lo discuto, ma personalmente non mi è piaciuto e l’ho trovato poco avvincente. Eppure gli altri film di Kubrick che ho visto (“Arancia meccanica”, “Barry Lindon”, “Shining”, “Eyes wide shut”) mi sono piaciuti tutti, ma questo proprio no.

    In breve il mio romanzo riprende “Atto di forza”, solo che qui si parla di un futuro in cui i personaggi cercano di tornare sulla Terra. La storia è abbastanza complessa, e penso anche lunga.

    Non ne ho parlato sul blog perché è ancora tutto in fase di progettazione. Sto seguendo i consigli del Maestro: prima progettare e poi scrivere. Voglio avere tutto chiaro e devo già sapere che cosa descrivere e in quale modo. Non sarà facile, ma so di aver superato la fase delle storielle adolescenziali. Lo ammetto: fino ai 18 anni mi incentravo sulla coppia, l’amore e quelle boiate lì. Poi sono cambiato, fortunatamente. E se vuoi leggere il mio primo romanzo di livello (non lo dico solo io, ma anche altri, e comunque è palese la superiorità rispetto a ciò che lo precede), lo sto finendo di pubblicare sul blog. E’ il “Diario di James Utopia”. Puoi anche non leggerlo tutto, ma giusto qua e là. E’ molto profondo ed è stato fondamentale per la mia crescita.

    Se proprio non ti va di leggerlo sul blog te lo mando via email.

    Il poeta del Neodecadentismo, re del silenzio

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