La crocifissione delle illusioni

È online la recensione del libro di Giuseppe De Santis, simpatico scrittore che si è rivolto a noi nell’ambito di “Esordiamo!”

Anche se la recensione non è positiva, non la considero una stroncatura in toto, come ho scritto le potenzialità ci sono. Quello che manca, forse, è la capacità di guardare da fuori, con un “occhio clinico”, i risultati del proprio lavoro: non è cosa facile e si acquisisce con molti sforzi… e grazie a pareri sinceri, anche se non lusinghieri, come quello che ho cercato di fornire.

 

Giuseppe De Santis, La crocifissione delle illusioni, Il Filo, Roma, 2006

“La crocifissione delle illusioni”, se vogliamo, è una sequenza di descrizioni, alcune molto ben riuscite, altre suggestive, altre noiose e altre ancora incomprensibili. Ci sono ambienti, sogni, emozioni, sensazioni, ricordi, senza soluzione di continuità… qualsiasi accadimento è ben nascosto, perciò l’opera risulta un lungo esercizio di stile.

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6 Replies to “La crocifissione delle illusioni”

  1. bookswebtv ha detto:

    se lo segnalavi oggi invece che ieri eri più in tema con le crocifissioni… 😉

  2. Gamberetta ha detto:

    Non ho letto il romanzo in questione, dunque non entro nel merito. Però c’è un passaggio della recensione che non ho capito:

    “L’autore afferma di voler presentare alcune questioni personali legate a illusioni che intende poi andare a disvelare, da qui il titolo, ma non va a narrare nulla, preferendo la strada del mostrare.”

    In generale è una cosa buona mostrare invece di raccontare (narrare), ci sono eccezioni, e dipende anche dalla sensibilità e dallo stile dell’autore, però è normalmente una giusta impostazione quella del mostrare.

  3. giuliaS83 ha detto:

    @ booksweb: …D’OH!

    @Gamberetta: ciao! Sì, ho presente cosa intendi dire, e so dalle tue recensioni che sei un’accesa sostenitrice del “mostrare” rispetto al “C’era una volta…” 🙂

    Il problema, se così vogliamo chiamarlo, dell’opera è che il “mostrare” non è assunto a tecnica narrativa, ma consiste in una mera descrizione ininterrotta di oggetti (siano sentimenti, pensieri, sogni, oggetti fisici) e non di eventi.

    A presto!!

  4. utente anonimo ha detto:

    Inizio col ringraziare del tempo dedicatomi. Specie perché fatto senza fine alcuno, se non la stretta necessità della passione che ci accomuna. Come scrittori – se tale ci si può definire. Nel caso parlo solo per mio conto – e come lettori.

    Dico questo anche per ribadire come ogni critica alla sua recensione sarà assetata solo di semplice voglia di capire e confrontarmi.

    Sono d’accordo su quanto scritto, ma non sempre. Forse non sono soddisfatto, forse non ho letto ciò che avrei voluto, o forse non ho semplicemente capito alcune parti della critica che considero contraddirsi.

    Cercherò di essere il più minuzioso possibile.

    La mia consapevolezza, delle difficoltà che incontra un lettore nel seguirmi, dovrebbe essere giudicata, non messa in dubbio. Un bene o un male? Non è di poco conto… ho fatto delle scelte, e abbraccio ogni singola conseguenza. Non volevo che il lettore mi seguisse passo dopo passo, anzi non volevo che il lettore mi seguisse affatto. Non è alla mia storia che volevo pensasse. Non alla mia storia il lettore si deve affezionare, non della mia storia il lettore deve leggere, non delle mie illusioni. Ma il malinconico dolore che accompagna ogni illusione. Solo questo. Invece lei scrive: “L’autore afferma di voler presentare alcune questioni personali legate a illusioni che intende poi andare a disvelare, da qui il titolo, ma non va a narrare nulla, preferendo la strada del mostrare.” Quindi perché crede volessi disvelare? Perché dopo parla di “necessità indotta” non soddisfatta come se fosse un difetto? Non volevo svelare il perché, ma solo comunicare il bisogno, senza svelarlo.

    “Il romanzo non è un romanzo vero e proprio, dato che manca un intreccio – se c’è, è incomprensibile”

    L’intreccio manca, lo si denota benissimo. Ovvero l’intreccio c’è ma è del tutto nascosto, è solo mio. Per un lettore l’intreccio manca, deve mancare! Ma se afferma “se c’è è incomprensibile” sottomette la mia volontà di non far trapelare l’intreccio, alla mia incapacità di farlo trapelare. Che può anche starci, ma sia chiara. Altrimenti rischia di affermare tutto ed il contrario di tutto.

    “[…]è piuttosto un percorso a ostacoli, a tratti piacevole e stimolante, ma spesso semplicemente illeggibile.” Se spesso è illeggibile, perché poi aggiunge: “Per apprezzarlo, bisogna leggerne massimo un capitolo al giorno, in silenzio e con molta attenzione, e possibilmente rileggerlo.”

    Nel primo periodo sembra che il libro sia spazzatura – mi permetta il termine – dato che solo in pochi tratti è stimolante. Poi dice che per apprezzarlo bisogna dedicarci tempo. Leggerlo e rileggerlo. Che è quello per cui poi tale libro è stato scritto. La successione delle pagine non deve essere necessariamente la consecuzione logica con cui tale libro andava letto. Può leggere una pagina a caso all’interno. Le assicuro – e questo dovrebbe dirmelo lei; confermarlo o negarlo – che la raggiungerebbe dritta al cuore comunque. Questo è il bisogno intrinseco che non si svela esplicitamente. Il bisogno di comunicare ciò che brucia dentro. Accade questo? Perché mi è sembrato che leggerlo sia stata una perdita di tempo, o comunque, una perdita di tempo si potrebbe rivelare. E come prima ho detto, potrebbe anche essere. Ma che mi sia detto chiaramente. Inoltre lo definisce anche un manierismo vuoto, goffo, banale. E questo mi riporta ad un’altra domanda. Cosa ha trovato banale? Perché ho riportato nelle parole la banalità che rivedevo, ricordavo, risentivo. Sarebbe quindi banale comunque? Ma soprattutto se si tratta di un manierismo goffo e vuoto, perché soffermarsi a leggerlo e rileggerlo come se fosse una poesia da gustare?

    Per quanto riguarda la prosa poetica è stata scelta perché si plasmava meglio alle mie necessità. Che fosse arduo o meno, poco mi importava. Non potevo modificare le mie necessità, quindi non potevo cambiare la tecnica da adoperare. Coraggio o incoscienza non sono mai state da me prese in considerazione. E se la qualità è scadente per la forma difficile, di certo non cercherò scuse dicendo: Ma era difficile. Ma pretendeva cinquanta anni di esperienza. Ma all’epoca ero incosciente.

    “[… La mia inesperienza salterebbe all’occhio in ogni caso, e rischiando di rompermi l’osso del collo sembrerei non solo inesperta, ma anche poco realista.

    La scrittura è un’urgenza, un dono, un talento, ma è anche una tecnica, un’abilità con regole e strumenti propri, e non capisco perché non debba valere lo stesso discorso.”

    Cosa centra con me tutto questo? Sono stato inesperto? Poco realista? Non ho abilità? Non ho un talento, un dono, o forse sì? Cosa vede lei? Le ho chiesto conti di inchiostro, che tali mi siano resi! Sia chiaro la mia non è una critica – scusi il gioco di parole – alla sua critica. Io non avrei titoli per farlo! Le chiedo maggiore chiarezza perché io non leggo chiarezza. Sicuramente ogni altro utente che si sia prestato a leggere tale recensione avrà già capito cosa lei intende dire. Ma a me serve che lei ribadisca alcune cose. Quindi, per favore, non legga quanto scrivo come se lo facessi con orgoglio, stizza, o senso di sfida. Cerco solo di capire… di capire tra l’altro cosa le è arrivato leggendo questo libro.

    “[…] e aprire un libro, e leggerci che lo scrittore stesso non è sicuro di presentare qualcosa di compiuto, non lo dispone al meglio.”

    Non l’ho mai fatto. Ho presentato chiaramente quale era il mio intento, e la comprensione di un intreccio, di una trama, di una storia non era nei mie intenti. Ed è ribadito. Quindi le chiedo; cosa ha trovato di incompiuto? Ho scritto solo che il lettore scelga la sua strada. Si senta di leggere, di scegliere le sue parti, le sue pagine, il suo frutto più goloso, la sua erba più verde. Come? Può leggere una pagina a caso all’interno. Le assicuro – e questo dovrebbe dirmelo lei; confermarlo o negarlo – che quelle pagine raggiungerebbero il lettore dritto al cuore. Ma qui rischio di ripetermi.

    “[…] il debordare della personalità dell’autore su quella dell’io narrante, che investe il lettore con la sfilata di sé stesso e del suo ego.”

    Come è possibile questo? Impongo il mio punto di vista su l’io narrante, ma solo perché l’io narrante non narra – scusi ancora il gioco di parole – una trama ben precisata, ma le mie sensazioni.

    “[…] al lettore non interessa nulla delle emozioni di chi scrive, delle sue esperienze, del percorso più o meno sofferto e delle epifanie adolescenziali, se per leggerle deve soffrire, se deve scalare un muro perché lo scrittore non è capace di coinvolgerlo, o peggio, non vuole.

    De Santis è onesto, e consiglia a chi non ci capirà nulla di “lasciarsi trasportare dai suoni, dagli odori, dalle sensazioni mostrate pagina per pagina”, ma se poi lascia che sia il lettore a dover fare tutto il lavoro da solo, non ha mantenuto nemmeno le sue seppur minime promesse.”

    Voglio coinvolgere il lettore, ma a modo mio. Non nella mia storia personale, ma in uno stato d’animo che può essere di tutti, e questo cerco di farlo tramite descrizioni, suoni, odori… questo non sono riuscito a farlo? Per questo dice che non ho mantenuto le mie “minime promesse”? Perché a tratti, dalla sua recensione, mi sembra di aver capito di esserci riuscito, altre volte mi sembra che non ci sia riuscito affatto .

    “La crocifissione delle illusioni” è un tentativo interessante, ma secondo me non sarebbe stato ancora pronto per la pubblicazione. Abbreviato, ripulito dalle ridondanze, asciugato da almeno un terzo di vocaboli, sinonimi, puntini e sregolatezze, di sicuro ci avrebbe guadagnato. A mio avviso inoltre le potenzialità dello stile di De Santis, che ci sono, emergerebbero di più in lavori brevi, brevissimi, che non diluiscano in chiacchiere e imperizia l’effetto fulminante a volte raggiunto con anafore, onomatopee e allitterazioni ben gestite e distribuite.”

    Di questo, invece, penso di dovermi scusare semplicemente.

    La ringrazio di aver riconosciuto delle potenzialità.

    Giuseppe.

  5. giuliaS83 ha detto:

    Salve Giuseppe,

    grazie di aver espresso il suo parere, ha tutti i “titoli” per fare anche una critica, dato che parliamo della sua opera, mi sembra il minimo.

    Come le ho anche scritto, capisco la sua voglia di dettagli, forse però la recensione non è lo strumento giusto per quello che cerca, che sarebbe più appropriato a una scheda di valutazione letteraria. Non lo dico per interesse o per avere un tornaconto, ma perché è un dato di fatto che la recensione richieda una certa sintesi delle argomentazioni. Cercherò comunque di essere esaustiva, anche se sintetica.

    La metafora sciistica era, in effetti rivolta a lei. Sì, a mio avviso è ancora inesperto, lo dimostra il fatto che più volte mette la virgola tra il soggetto e il predicato della frase, errore grammaticale che mal si confa alla complessità che cerca, e altri particolari.

    Non metto in dubbio le sue intenzioni, solo i risultati: per parlare all’emotività di qualcuno non bisogna lasciarsi trascinare dalla propria, ma costruire il discorso molto attentamente.

    Le “vuole” e il lettore “deve”… purtroppo non funziona così. Per ottenere l’effetto voluto lo scrittore deve mettersi da parte e plasmare il proprio lavoro in vista di qualcun altro, non per se stesso.

    Purtroppo le sue pagine non raggiungono al cuore, e non perchè il discorso sia complesso , ma perché è confuso .

    Non discuto assolutamente se lei abbia talento o no, quello di cui parlo sono i risultati del suo scritto sul lettore, parlo quindi di tecnica, che anche se non c’è può essere imparata e affinata. Giustamente è contento che io abbia riconosciuto le sue potenzialità: la esorto a riflettere bene anche sulle critiche, inquesto modo darebbe un senso anche al mio lavoro e di sicuro non butterebbe il tempo.

    A presto, buon lavoro e buona Pasqua!

  6. utente anonimo ha detto:

    Giulia,

    le sue critiche non mi danno solo da riflettere, ma mi danno molte risposte che cercavo.

    Sono stato io stesso a volermi mettere in gioco, onde evitare di andare a pubblicare altri esercizi di stile.

    In questi due anni ho lavorato molto, in modo del tutto individuale, raggiungendo buoni compromessi di scrittura. Sono stato contento di sottolineare le potenzialità che lei vede, non per cercare pubblicità, o perchè possa così ritenermi soddisfatto e felice. Ma solo perchè ora posso lavorare molto meglio, se alla necessità di scrivere, aggiungo una buona dose di sicurezza personale, data da un pizzico di talento o di potenziale. Sicurezza che manca finchè qualcuno, disinteressato magari, non te lo dice.

    Cerco solo di dirle che le sue critiche non sono state semplici sussurri, ma sono e saranno un urlo stimolante. Cerco di dirle che tra non molto dovrà farmi tanti complimenti! 😉 Ed è una promessa.

    Grazie di tutto.

    Giuseppe.

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