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Storia universale della distruzione dei libri

Bentrovati! Dopo un’assenza di qualche giorno di troppo, vi saluto pubblicando una nuova recensione: il mio commento al saggio di Bàez  “Storia universale della distruzione dei libri”.

Guerre, furori sacri, incuria, rivalità tra scuole filosofiche, bigottismo, razzismo: i lati peggiori dell’umanità e della convivenza civile sono quelli che portano a distruggere i libri, quando non gli uomini.
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Il saggio mi è piaciuto, anche se l’eccesivo dilungarsi su elenchi di cifre non gioca a suo favore; l’argomento però suscita per forza di cose l’interesse bibliofilo.

Bàez si sofferma anche sull’attuale occupazione dell’Iraq, sia in apertura che in chiusura del saggio, per portarla a esempio dei danni dell’incuria, spesso peggiore di un rogo nella distruzione culturale.

Come “controcanto” vorrei consigliare caldamente la lettura de “La bibliotecaria di Bassora“, un fumetto (oggi si chiamano graphic novel, vabeh) di Mark Stamaty che racconta la storia vera dell’eroismo di una bibliotecaria e della gente del suo quartiere: all’avvicinarsi della catastrofe, hanno cominciato a svuotare la biblioteca, troppo esposta al fuoco nemico e ai saccheggi, e a trasferire i libri e i manoscritti nelle case, nelle soffitte, nelle cantine. Hanno salvato più di 40.000 volumi, con la sola forza delle braccia e spesso a rischio della vita. È una storia incredibile e una lettura commovente.

Io non penso che i libri non vadano proprio mai distrutti. Bàez mi odierà, ma secondo me se ne trovano tanti che meriterebbero una dignitosa eutanasia (un esempio? Quelli di Arrigo Petacco, mi suscitano viuuulenza).

Ma l’atto distruttivo squalifica qualsiasi intento, specialmente quando diventa un comportamento sociale (e forse il saggio di Bàez non mette il giusto accento su questo aspetto).

Molto più semplice controbattere con critiche sensate, o ignorare i libri che non siano degni di questo nome, o boicottare parole o atteggiamenti faziosi e ignoranti, indegni di essere messi su carta.
Sono scontata? Allora perché il Mein Kampf si vende ancora?

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