Fabrizio, al di là del tempo

Ieri è stato il decimo anniversario dalla scomparsa di Fabrizio DeAndré. Definirlo “cantautore” o “poeta” finirebbe per essere riduttivo e non renderebbe giustizia a questa straordinaria figura, e a quello che la sua opera ha significato. Credo basti il suo nome a darne una definizione: genere e categoria a sé stante, semplicemente “Fabrizio DeAndré”.

E’ stato meraviglioso vedere quante persone gli abbiano reso omaggio ieri, quante generazioni ha riunito nella sua poetica, che è riuscita a sollevarsi oltre il semplice racconto di un’epoca (cui pure fanno riferimento molti suoi testi) per abbracciare temi universali. Credo sia questo che contraddistingue gli autori destinati a lasciare una traccia nel tempo: imprimere nella loro opera un senso valido al di là del tempo stesso. DeAndré non è morto, perché le sue parole saranno ugualmente potenti, ugualmente pregne di significato fra cento anni come trent’anni fa, e lo sono oggi come ieri.

 


Lasciamo quindi alle sue parole il compito di parlare: invito tutti coloro che passano di qui a lasciare tra i commenti il testo di una sua canzone, o anche solo poche righe tratte da un suo brano, una sorta di “medley silenzioso” per ricordare un artista che aveva inquadrato l’intero universo 🙂

Inizio io con “Fiume Sand Creek”, una canzone densa di significati, anche storici, tratta dall’album “L’indiano”.

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio d’un temporale

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì

A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l’albero della neve
fiorì di stelle rosse

Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c’erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare

La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio d’un temporale

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

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One Reply to “Fabrizio, al di là del tempo”

  1. utente anonimo ha detto:

    Beh, complimenti per il post e per le parole in ricordo di un poeta moderno. Io posto il testo de “Il testamento di Tito”, una canzone davvero stupenda che proprio nella sua polemica dimostra qual’è l’originario spirito del cristianesimo, quasi sempre dimenticato.

    “Non avrai altro Dio all’infuori di me,

    spesso mi ha fatto pensare:

    genti diverse venute dall’est

    dicevan che in fondo era uguale.

    Credevano a un altro diverso da te

    e non mi hanno fatto del male.

    Credevano a un altro diverso da te

    e non mi hanno fatto del male.

    Non nominare il nome di Dio,

    non nominarlo invano.

    Con un coltello piantato nel fianco

    gridai la mia pena e il suo nome:

    ma forse era stanco, forse troppo occupato,

    e non ascoltò il mio dolore.

    Ma forse era stanco, forse troppo lontano,

    davvero lo nominai invano.

    Onora il padre, onora la madre

    e onora anche il loro bastone,

    bacia la mano che ruppe il tuo naso

    perché le chiedevi un boccone:

    quando a mio padre si fermò il cuore

    non ho provato dolore.

    Quanto a mio padre si fermò il cuore

    non ho provato dolore.

    Ricorda di santificare le feste.

    Facile per noi ladroni

    entrare nei templi che rigurgitan salmi

    di schiavi e dei loro padroni

    senza finire legati agli altari

    sgozzati come animali.

    Senza finire legati agli altari

    sgozzati come animali.

    Il quinto dice non devi rubare

    e forse io l’ho rispettato

    vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie

    di quelli che avevan rubato:

    ma io, senza legge, rubai in nome mio,

    quegli altri nel nome di Dio.

    Ma io, senza legge, rubai in nome mio,

    quegli altri nel nome di Dio.

    Non commettere atti che non siano puri

    cioè non disperdere il seme.

    Feconda una donna ogni volta che l’ami

    così sarai uomo di fede:

    Poi la voglia svanisce e il figlio rimane

    e tanti ne uccide la fame.

    Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore:

    ma non ho creato dolore.

    Il settimo dice non ammazzare

    se del cielo vuoi essere degno.

    Guardatela oggi, questa legge di Dio,

    tre volte inchiodata nel legno:

    guardate la fine di quel nazzareno

    e un ladro non muore di meno.

    Guardate la fine di quel nazzareno

    e un ladro non muore di meno.

    Non dire falsa testimonianza

    e aiutali a uccidere un uomo.

    Lo sanno a memoria il diritto divino,

    e scordano sempre il perdono:

    ho spergiurato su Dio e sul mio onore

    e no, non ne provo dolore.

    Ho spergiurato su Dio e sul mio onore

    e no, non ne provo dolore.

    Non desiderare la roba degli altri

    non desiderarne la sposa.

    Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi

    che hanno una donna e qualcosa:

    nei letti degli altri già caldi d’amore

    non ho provato dolore.

    L’invidia di ieri non è già finita:

    stasera vi invidio la vita.

    Ma adesso che viene la sera ed il buio

    mi toglie il dolore dagli occhi

    e scivola il sole al di là delle dune

    a violentare altre notti:

    io nel vedere quest’uomo che muore,

    madre, io provo dolore.

    Nella pietà che non cede al rancore,

    madre, ho imparato l’amore”.

    Grande!

    Giulia

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