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Editori a tempo determinato

"Lo sfruttamento del precariato: una piaga del mondo editoriale": questo il titolo di un breve articolo apparso sul portale Booksblog a proposito di una politica editoriale ormai tristemente diffusa:  sfruttare la "manodopera" sottopagata per i compiti più disparati.
Non parliamo solo di amministrazione, commissioni o di tutte quelle mansioni a "bassa responsabilità" solitamente affidate a uno stagista, ma anche di lavoro sul testo, correzione di bozze, addirittura di editing e traduzioni.

Purtroppo, a Booksblog hanno proprio ragione: il modo di lavorare di molte case editrici è una vera e propria piaga che pesa tutta sulla qualità dei testi pubblicati e quindi sulle spalle del povero lettore.

Lo sfruttamento del precariato però è un’arma a doppio taglio. Certo, sulle prime fa risparmiare: uno stagista non pesa sul bilancio aziendale quanto un editor assunto (se non a tempo indeterminato, anche per un paio di anni).
Assumere una persona, però, significa anche puntare sulle sue potenzialità e  su una crescita professionale che all’inizio va coltivata, ma che poi dà i suoi frutti e porta dei vantaggi all’azienda in termini di competenza, responsabilità, conoscenza del contesto nel quale si lavora. Tutte qualità importanti e indispensabili in campo culturale.

Gli editori pensano di poter andare avanti di sei mesi in sei mesi, con redattori sempre nuovi, sempre diversi. Spesso, dicono, è una questine di sopravvivenza. Ma i risultati di questa politica cieca cominciano a farsi tragicamente evidenti. Dal pezzo su Booksblog:

Libri farciti di refusi roboanti, traduzioni approssimative, grossolani errori di impaginazione e scarsa cura generalizzata sono solo alcuni degli effetti più visibili di questa piaga.

Ne abbiamo parlato nell‘intervista a CaRtaCaNta:

La qualità redazionale/tipografica continua a diminuire a causa della corsa al risparmio degli editori – di tutti, grandi e piccoli – che vanno avanti con il lavoro sottopagato degli stagisti. La qualità della letteratura non dipende solo dai geni dell’arte, ma anche da una serietà professionale, direi quasi artigianale, che di questi tempi è difficile mantenere.

Non sono solo chiacchiere. Fate una prova: aprite un titolo qualsiasi, magari di narrativa meglio ancora se tradotta, di un’edizione dal 2004 in poi. Confrontatelo con un testo precedente della stessa casa editrice, facendo attenzione alla quantità di imprecisioni, errori e refusi. Se volete andare a colpo sicuro, "testate" un Mondadori o un Einaudi, che negli ultimi tempi sono in caduta libera.
E poi diteci se quella dello schiavo interinale è una strategia vincente, o se piuttosto non ci perdono tutti quanti.

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5 Replies to “Editori a tempo determinato”

  1. utente anonimo ha detto:

    Giusto.
    Date un’occhiatina a Educazione di una canaglia … il capolavoro di Bunker è mitragliato dai refusi!
    E parlo di un testo pubblicato da un superEditore.
    Sob!

    Ciao ciao,
    Kito.

  2. giuliaS83 ha detto:

    Ciao Kito! Purtroppo in questo caso la distinzione grande/piccolo editore non è una discriminante di qualità… sì, forse i piccoli editori potrebbero essere più "tentati" di sfruttare gli stagisti.
    Se così fosse, però, non si capisce la qualità tragica di molti best sellers non solo Einaudi, come quello da te nominato, ma anche Mondadori.
    Un altro esempio: "Tortuga" di Evangelisti: pessima fattura (carta &co.), pessima correzione di bozze e un editing tragicamente ASSENTE che consegna il lettore a una pessima scrittura, un blockbuster tirato su in quattro e quattr’otto dove a brillare è la mancanza di professionalità di tutta la filiera, a partire dallo scrittore per finire all’editore e al suo staff.
    La promozione, invece, ha funzionato anche troppo bene: forse è una spia del tipo di politica editoriale e aziendale che ultimamente va per la maggiore.
    🙁

  3. elenaS83 ha detto:

    La solita strategia in stile prodotto cinese: zero costi di produzione, qualità inesistente o – peggio – prodotto dannoso per l’utente. Quando questa politica va a toccare la cultura, la cosa diventa ancora più triste.

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