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Intervista a Roberto Furlani

 

Dopo aver affrontato più volte l’argomento “fantascienza” qui sul blog di Studio83, abbiamo pensato di discuterne con qualcuno che di fantascienza se ne intende: Roberto Furlani, fondatore e – da più di dieci anni, nonostante la giovane età – curatore della webzine Continuum, dedicata appunto a questo controverso genere, si è offerto di rispondere alle nostre domande.



INTERVISTA A ROBERTO FURLANI


Studio83: Come abbiamo più volte rimarcato sul nostro blog, la galassia di concorsi letterari dedicati alla fantascienza è praticamente scomparsa: secondo te, come mai?

 

Roberto Furlani: In realtà mi sembra che di concorsi letterari ce ne siano perfino troppi. Navigando tra portali e motori di ricerca si può trovare un sacco di bandi di concorso che possono rappresentare delle interessanti opportunità per chi scrive fantascienza.

Quello che è venuto a mancare è il grado di specificità del concorso fantascientifico, cosicché al giorno d’oggi abbiamo premi dedicati al fantastico in genere e altri destinati ai disparati sottogeneri della sf. Forse i latini che sostenevano che in media stat virtus non erano poi tanto sciocchi.

Credo che una simile (disgraziata) evoluzione sia legata a quello che ci dice il mercato: se da una parte la fantascienza piega la testa di fronte ai moderni fenomeni fantasy e horror (penso alle saghe di Harry Potter e Twilight, tanto per fare due esempi), dall’altra la rialza attraverso opere appartenenti a determinati filoni (come l’ucronia e il postumanesimo).

 

 

Poi il fatto che mettere a confronto un racconto di sf con uno fantasy possa risultare maldestro (visto che la parentela tra questi due generi è molto più labile di quella tra la stessa sf e il giallo) o che dover scegliere il vincitore tra un racconto che parla di un mondo alternativo in cui i tedeschi hanno vinto la seconda guerra mondiale e un altro che parla di un mondo alternativo in cui i tedeschi hanno vinto la seconda guerra mondiale sia un’operazione a metà strada tra il ridicolo e il patetico, mi pare evidente.

Solo che le logiche del mercato a volte hanno ripercussioni che invece di logico non hanno proprio nulla.

 


S83: La fantascienza è un genere prezioso, la cui importanza, tuttavia, non sempre viene riconosciuta. Secondo te, da questo punto di vista, le cose sono migliorate col tempo oppure no?

 

RF: Direi di no, e parte della responsabilità ricade sugli stessi scrittori di fantascienza. Anche qui il fenomeno è duplice, perché esistono sia autori che hanno travalicato il muro di cinta della fantascienza (rinnegando successivamente la propria appartenenza al genere) che autori che hanno scavato una nicchia nella nicchia.

Eppure la fantascienza ha delle attitudini assolutamente uniche nell’ambito letterario. Da un po’ di tempo faccio parte di un comitato per l’istituzione di cattedre fantascientifiche, ma in realtà ritengo che la sf andrebbe fatta conoscere soprattutto ai più giovani. Questo perché in letteratura possiamo trovare avventure fantascientifiche che nulla hanno da invidiare ai classici che vengono imposti ai ragazzi delle scuole medie inferiori.

Con una sostanziale differenza: che leggendo “I robot e l’Impero” di Asimov un ragazzo può scoprire che esistono la fusione e la fissione nucleare, mentre leggendo “Zanna bianca” di London forse no.

 


 S83: Oltre a gestire la rivista “Continuum”, sei tu stesso un autore di scifi: quali sono, secondo te, gli strumenti necessari per cimentarsi nel genere?

 

RF: Lo scrittore di fantascienza non è esentato dal rispettare certi requisiti universali a cui devono sottostare tutti i generi letterari. Anche qui sono richieste la bontà della prosa, la capacità del tocco, la padronanza del linguaggio, l’utilizzo delle giuste misure (che variano da storia a storia).

Ma a chi scrive fantascienza è richiesto di più, e non solo perché deve avere tra le sue carte la competenza scientifica (e talora storica) e la capacità di generare sense of wonder.

Il fatto è che un romanzo di avventura è un romanzo di avventura, un romanzo fantasy è un romanzo fantasy e così via. Invece nello scrittore di sf si sintetizzano, coerentemente e in un’unica soluzione, le figure degli scrittori di romanzi di avventura, gialli, mainstream, rosa, fantasy, noir, polizieschi, spionistici e del divulgatore scientifico.

Poi chiaramente ogni autore farà leva su quelle che sono le sue personali inclinazioni (voglio dire, se Ray Bradbury non ci parla di fisica quantistica forse lo possiamo anche perdonare), ma questo è il motivo per cui ritengo la fantascienza un’espressione narrativa superiore e più complessa.   

 


S83: La collana di Fanucci interamente dedicata a Philip K. Dick è stata un grande contributo alla letteratura fantascientifica: auspicando che in futuro simili esperimenti si ripetano, quali sono secondo te altri autori che dovrebbero essere ristampati in blocco?

 

RF: Qui entriamo nell’ambito dei gusti personali. Fossi Fanucci probabilmente ristamperei Frederik Pohl, in virtù di quel senso del meraviglioso che nella fantascienza di oggi spesso è un ingrediente mancante.

Oppure, più coscienziosamente, mi affiderei ai numeri e ristamperei Robert Heinlein, vincitore di ben quattro premi Hugo nella categoria romanzo. I romanzi di Heinlien, peraltro, hanno contenuti che non sono strettamente vincolati al tempo in cui sono stati scritti, ma anzi risultano ancora attuali, per cui ben si presterebbero a un’operazione di questo genere.

 


S83: Ogni genere letterario ha avuto la sua “età dell’oro”: quale è stata, secondo te, quella della fantascienza?

 

RF: Finalmente una domanda facile. Direi il periodo della New Wave, e in particolare il periodo che va dai primi anni ’60 a metà degli anni ’70. La nascita di quella corrente offrì alla fantascienza una gamma di possibilità e un terreno d’indagine prima completamente inesistenti. La sf, dunque, non era più solo la narrativa delle esplorazioni spaziali e delle speculazioni scientifiche, ma ora gli autori avevano nuovi pezzi da muovere sulla loro scacchiera: l’uomo inteso come ingranaggio della società e l’uomo visto nella sua interiorità.

Un periodo talmente florido da far sì che Isaac Asimov (per molti il più grande autore di fantascienza di sempre) nell’arco di quel quindicennio riuscisse a vincere un solo premio Hugo con un’opera di narrativa (con “Neanche gli dei” nel 1973. In realtà ne vinse un altro, ma non per un’opera singola, bensì per il Ciclo della Fondazione…).

Allora i grandi maestri del genere (Asimov, Anderson, Heinlein, Clarke, Pohl, Williamson…)  dovevano confrontarsi con una nuova generazione dalla qualità straordinaria (Ballard, Silverberg, Delany, Ellison, Zelazny…), e spesso ne uscivano con le ossa rotte.

Oggi invece la sfida è tra Doctorow, Sawyer, Stross e Wilson: bravi, per carità, ma mi sembra che il gap tra i due periodi sia abbastanza palese.

 


S83: Antonio Serra, “papà” di “Nathan Never”, ha detto che la tecnologia ha ucciso la fantascienza. Sei d’accordo con questa affermazione?

 

RF: No. La fantascienza, secondo me, vive un periodo difficile non per la tecnologia, bensì per i suoi cattivi interpreti. Citavo prima Asimov: lui aveva capacità divulgative tali da permettergli di parlare nei suoi romanzi di fisica nucleare senza risultare incomprensibile a lettori di cultura media.

Oggi ci troviamo in presenza di autori che parlano a briglie sciolte di complicati concetti di meccanica quantistica o di elettronica senza preoccuparsi di rendere godibili i loro scritti anche dai neofiti di quelle discipline.

Assieme a questo, c’è un altro fenomeno che rappresenta lo strascico degli effetti collaterali della New Wave di cui parlavo in precedenza: la scomparsa (o quasi) del sense of wonder a favore di odissee interiori e di frustrati antieroi che ormai hanno stancato.

 


 S83: Per concludere, una domanda extra tra il serio e il faceto: …è più bello Star Wars o Star Trek

 

RF: Non mi fa impazzire nessuno dei due, ma dovendo scegliere opto per il male minore. Prendo Star Wars. E che la Forza sia con voi.

 

 

 

 

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