Il “romanzo inattuale”

Vi segnalo un pezzo pubblicato su “Il Fatto quotidiano” in cui Andrea Pomella si interroga sulla questione della forma letteraria del romanzo nel mondo di oggi e in un ambiente non solo letterario ma ipermediato come il nostro. Secondo Pomella, la letteratura italiana perde terreno, cristallizzata in forme che forse andrebbero ripensate e spesso troppo dipendente dal voler creare a tutti i costi una relazione con il cosiddetto “tempo presente” cronachizzato e sensazionalizzato.

La forma romanzo ha una resistenza fortissima ad ammettere le mutazioni di un’epoca e questa riluttanza può arrivare fino alla completa cecità di fronte alle peculiarità che costellano il nostro tempo. Tuttavia, credo che una delle ragioni che spiegano la depressione psicotica in cui versa la letteratura contemporanea italiana sia da ricercare proprio nella rincorsa, a volte tormentosa e straziante, di una relazione del testo col tempo presente.

Le forme del racconto, è un fatto,  si evolvono e il romanzo è un’espressione non solo letteraria, non solo narrativa, ma anche storica. In parte, condivido la critica alla letteratura italiana, specie per quanto riguarda questa corsa alla violenza che riguarda un po’ in generale alcuni generi letterari come il noir e il thriller, o almeno quelli che “sfondano” da noi e che quindi vengono imitati (di solito, ahimé, malamente, in una corsa in discesa in cui editori golosi incoraggiano scrittori vanitosi con la complicità di editor superficiali).

Non sono però molto sicura che la forma romanzesca sia obsoleta semplicemente perché la nostra epoca è “dominata dalla velocità dei flussi d’informazione, dagli spot di 3 secondi, da una specie di puzzle ipnotico-sensoriale che ci racconta di storie in perenne mutazione“. In questa visione stona il fatto che i prodotti librari più venduti negli ultimi anni siano romanzi lunghi diverse centinaia, se non migliaia di pagine, spesso addirittura articolati in saghe. Al contrario, esperimenti come i racconti venduti singolarmente e i vari libretti da leggere in metropolitana (per non dire di quelli pensati per il cesso…) restino in una nicchia senza imporsi nemmeno nel dibattito.

Forse i tempi non sono maturi. Forse questi spot, questi flash di cui siamo circondati non costituiscono di per sé un racconto e non bastano a decretarne il cambiamento formale. Forse non siamo ancora pronti a dire addio a quella pagina della storia umana occidentale che ha fatto la fortuna della forma romanzo.

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One Reply to “Il “romanzo inattuale””

  1. utente anonimo ha detto:

     Se, in un’epoca caratterizzata dalla velocità dei flussi d’informazione, l’essere umano continua a trovarsi affascinato dai romanzi, questa semplice constatazione dimostra che il lettore desidera rifugiarsi in un mondo, in un’atmosfera che non necessariamente corrisponde alla vita di tutti i giorni. A questo punto la riflessione di Andrea Pomella si fa serrata, in quanto investe il ruolo stesso della letteratura. Egli dice: uno dei compiti della letteratura è raccontare il presente o compito principale dello scrivere è connettersi a una dimensione che proviene da un altro luogo, fosse anche da un altro tempo e da un’altra terra? Io penso che il racconto del presente può benissimo avvenire anche rifacendosi ad una vicenda accaduta in tempi lontani, purché la narrazione trasmetta emozioni e  passioni: non bisogna condizionare in alcun modo lo scrittore e i lettori. Qualsiasi genere venga letto, anche i romanzetti rosa per intenderci, merita attenzione e rispetto. Come dice Giulia, il romanzo è un'espressione non solo letteraria, non solo narrativa, ma anche storica, nel senso che è la testimonianza di un’epoca, con il suo linguaggio, che è mutevole. Condivido la critica ad una certa letteratura italiana,desiderosa di stabilire una relazione del testo col tempo presente, ma temo che una tale situazione sia inevitabile. In conclusione, il nostro tempo “tecnologico”, pensiamo alla rete che mi consente di intervenire, cosa questa impensabile fino a non molto tempo fa, (al limite si veniva relegati nelle Lettere al direttore che raramente venivano lette), offre comunque numerose opportunità. I quesiti sono molto stimolanti e meriterebbero un maggiore approfondimento, e ringrazio Giulia per averci offerto il suo contributo.
    Massimo Cortese

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