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Riflessione sulla qualità

Vorrei segnalare una interessante discussione aperta sul forum del WD da una delle amministratrici, NayaN, che ha portato a un articolo sul blog del WD (nel quale è stato citato anche un mio intervento sull’argomento) e che ha a sua volta portato a una discussione sulla pagina Facebook del WD.

La domanda iniziale era: perché tanti libri di esordienti pubblicati da editori free sono di scarsa qualità o a malapena sufficienti? Partendo dal presupposto che un editore free guadagna sulle vendite, a rigore di logica dovrebbe pubblicare libri di qualità che siano appunto vendibili. Questo, però, non sempre accade.


Fori di proiettile lasciati da un lettore scontento

La risposta che ho provato a dare è la seguente: ci sono troppi editori improvvisati. Oggi le case editrici spuntano come i funghi, magari con ottime intenzioni da parte di chi ne apre una (quasi sempre un aspirante scrittore), ma spesso con poca competenza in materia. Fondare una casa editrice non rende editori più di quanto possedere Microsoft Word renda scrittori (e, aggiungerei, non si tratta di mestieri intercambiabili).

Ne abbiamo parlato più volte: un bravo editore è tale se ha una politica di catalogo e se quest’ultimo rappresenta un discorso culturale consapevole. La selezione dei testi avviene in base a questo criterio, cioè in base a quanto le finalità dell’autore si sposano con quelle dell’editore, senza contare le svariate figure professionali che ruotano attorno alla realizzazione di un libro, prima di tutto l’editor o curatore editoriale (per un approfondimento vi rimando a un articolo sull’argomento pubblicato qui sul blog alcuni mesi fa: Focus on: la figura dell’editor).

Non c’è una patente per diventare editori, così come non ce n’è una per diventare scrittori o lettori. In tutti e tre i casi, la competenza si vede sul campo.

La competenza del lettore è definita dal suo spirito critico.
La competenza dello scrittore è data dalla sua capacità di produrre materiale valido su cui l’editore possa lavorare.
La competenza dell’editore è dimostrata dalla qualità dei libri che cura e pubblica.

Un editore che seleziona un brutto testo e non lo cura a sufficienza non ha gli strumenti per fare il suo mestiere.

Qui il discorso si amplia: ci sono porcherie pubblicate anche da medie e grandi case editrici, con il benestare di una critica inefficiente quando va bene, disonesta quando va male. A un lettore non interessa chi ha pubblicato un libro e quale sia il suo fatturato: vuole solo un prodotto che abbia un minimo sindacale di qualità. Perché i lettori, quelli veri, non sono mai passivi e, anzi, hanno un forte senso critico.
Altro punto introdotto nella discussione sul WD è stato il problema del prezzo: pagare 13, o 14, o 15 euro per un’opera d’esordio, magari di scarsa qualità, mi sembra fuori dal mondo.
Ieri, in libreria, ho posato un libro di Aldous Huxley perché costava 20 euro (ma scherziamo? Un’edizione tascabile? E su che è stampato, carta laminata d’oro con inchiostro al tartufo?). Ecco, mi domando perché un lettore non debba applicare lo stesso criterio al romanzo di un autore sconosciuto, su cui deve scommettere a proprio rischio e pericolo, tanto più se la qualità generale non lascia ben sperare.

 


Ecco cosa si nasconde dietro il prezzo esorbitante di alcuni libri

Quindi abbiamo quattro parti in causa: gli scrittori, che producono materiale grezzo; gli editori, che lavorano quel materiale; i critici, che mediano il giudizio tra chi produce e chi fruisce; i lettori, destinatari finali.

Dalla domanda posta nell’articolo di Nayan si è originata una piccola diatriba su Facebook che ha coinvolto lettori, scrittori, editori e critici.

I lettori sono la categoria che, secondo me, ha più diritto a reclamare e ad alzare la voce. Sono gli utenti finali, i fruitori, il pubblico senza il quale l’opera letteraria è monca; last but not least, sono quelli che sborsano i quattrini e che investono il loro tempo nella lettura, e che quindi hanno tutto il diritto di protestare se ritengono che quel tempo e quei soldi siano stati ripagati male.

Quando si solleva una polemica di questo tipo, qualcuno controbatte sempre dicendo che parlarne non cambierà le cose, che generalizzare è inutile ecc.

Secondo me, vale l’esatto contrario: parliamone, parliamone sempre, parliamone tanto. Gli addetti ai lavori devono sapere che dall’altra parte c’è un pubblico smaliziato ed esigente che non si farà piacere tutto, ma pretenderà degli alti standard di qualità, in mancanza dei quali alzerà la voce e dirà la sua. Ancora meglio: internet permette a tutte le quattro categorie di cui sopra (editori, scrittori, critici e lettori) di interagire esprimendo opinioni e motivando malcontenti. Credo sia importante che le voci dei lettori non rimangano inascoltate o, peggio, portino a una “chiusura” da parte di scrittori ed editori, che finiscono per porre l’opinione dei lettori su un piano di validità inferiore al loro.

In fondo, addetti ai lavori, critici e utenti si muovono seguendo un obiettivo comune: la qualità.

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5 Replies to “Riflessione sulla qualità”

  1. giuliaS83 ha detto:

    Elena, veramente un bel post e bello anche il tuo intervento sul forum WD. Posso dire, tirando biecamente l'acqua al mio mulino, che essere dalla parte dei lettori significa anche aiutare gli autori a tirare fuori il meglio di sé? Posso dire che noi siamo qui proprio per questo, che le nostre bastonature, la nostra critica, le nostre schede lunghe e scassapalle sono pensate proprio per questo? Questo è sinonimo di operare per la qualità, per il lettore e per l'autore insieme, di aiutare l'editore, di contribuire alla formazione di un contesto letterario e non paraletterario o semplicemente trash.
    E aggiungo che chi invece prende male queste critiche, allora ha capito poco del suo lavoro. Del senso dello scrivere. Dell'utilità dell'insuccesso, che più del successo fa le ossa e fa migliorare.
    Fortunatamente, quando un lettore paga poi dice anche la sua. Che è molto più intelligente e acuta di quanto molti si augurano!

  2. utente anonimo ha detto:

    Posso portare la mia esperienza, che all'apparenza non ha molto a che vedere con questo articolo, ma che in realtà fornisce molte spiegazioni.
    Qualche mese fa ho partecipato al concorso IoScrittore indetto dal Gruppo Mauri Spagnol. Sono quasi riuscito a vincere, ma purtroppo sono incappato in un paio di lettori/scrittori che hanno considerato il mio manoscritto troppo commerciale e mi hanno dato un voto basso.
    Ebbene, al Torneo sono stati premiati anche i migliori lettori, A vincere, ovvero a mantenersi più vicini alla media, sono stati quelli che hanno dato come voto sei a tutti i libri. Ovvero coloro che non hanno trovato libri belli e neppure libri brutti. Quelli sono considerati il pubblico ideale.
    Ovvero gente che darebbe lo stesso voto leggendo Melissa P o Umberto Eco, le barzellette di Totti o Alessandro Manzoni.
    Se un gruppo come Mauri Spagnol, secondo polo editoriale italiano, considera i lettori a questo livello, e di conseguenza pubblica libri per lettori del genere, come ci si può aspettare che il metro di giudizio dell'altra editoria, piccola o grande, possa essere differente?
    Secondo gli editori, e bada bene che dico "secondo gli editori", un libro mediocre rende molto di più di uno bello, perché il pubblico è mediocre (loro dicono medio, non mediocre, ma io proprio non vedo la differenza tra i due termini).
    Dico questo per ridimensionare il problema: l'editing non è tutto, il prezzo non è tutto, neppure la copertina o il marchio dell'editore. L'unica cosa che conta in un libro sono le idee e la capacità di esprimerle. Finché gli editori, tutti gli editori, piccoli o grandi che siano, pubblicheranno solo libri per lettori medi (leggasi mediocri), e cureranno l'editing, metteranno belle copertine, con marchi prestigiosi, considerando però secondario il contenuto, l'editoria non farà che precipitare sempre più in basso.

  3. CommentoRimosso ha detto:

    Utente Anonimo/Editore: in questo blog la SPAM non è permessa.
    Piuttosto che lasciare un finto commento con due parole di circostanza e lo spot alla tua nuova casa editrice, fatti un account o un sito sul quale cliccare e contribuisci DAVVERO alle discussioni. Sarebbe la migliore pubblicità.

  4. utente anonimo ha detto:

      Bell'articolo. Detto questo, credo sia molto difficile trovare un lettore medio insoddisfatto di un esordiente che ha pubblicato con una piccola casa editrice. Questo perché il lettore medio non compra libri di piccole case editrici. Solo i lettori informati, smaliziati, appassionati del mondo letterario underground (la vera arte moderna?) comprano le opere prime edite dalle piccole case. Solitamente questi lettori (poche centinaia) non scelgono proprio al buio, ma prima di ordinare si leggono qualche recensione, e tuttavia a volte rimangono lo stesso delusi. Perché molte opere prime sono immature; perché molti piccoli editori non sono all'altezza (parlo di lavoro sul testo, di editing e correzione bozze) e peggiorano le cose.
      Ma sono, secondo me, sempre di gran lunga preferibili alle opere prime pubblicate dai grandi editori. Diciamo la verità, un esordiente può uscire per Mondadori perché:
    a) conosce una figura importante all'interno della casa editrice (40%);
    b) è famoso o conosciuto al lettore medio (50%);
    c) ha scritto un testo artisticamente di livello infimo, ma altamente commerciabile (10%).
      Delle ultime due possibilità non parlo, perché solitamente non compro testi scritti da persone famose o che hanno vagine e vampiri in copertina. Posso parlare invece del terzo punto. Ho letto alcune prime opere di ventenni usciti con Bompiani, Mondadori, Rizzoli; arrivato in fondo ai libri mi sono chiesto come fossero riusciti ad arrivare a Bompiani, Mondadori, Rizzoli; ho fatto una breve ricerca e ho scoperto che tizio conosceva tizia e caio caia. Questi libri non erano scritti male e non mostravano errori evidenti. Insomma, erano stati pesantemente editati. L'editing lo vedi, lo senti in un testo (quando è usato in dosi massicce), perché lo neutralizza, lo smussa, gli toglie il carattere, distrugge lo stile (se ce n'era uno, e su questo ho dei dubbi). Ma pur non presentando strafalcioni o distrazioni, i testi erano orribili, nella loro vuotezza, e il pensare che godevano di una distribuzione nazionale (e capillare), di interviste e di articoli sui maggiori giornali e quotidiani italiani, di tirature considerevoli e vendite sensibili, beh, mi metteva (e mi mette tuttora) tristezza.
      E io allora chiudo (perché non ho più voglia di scrivere e mi accorgo di essere stato abbastanza disordinato) dicendo che preferisco mille volte la voce minimamente originale e magari un pochino sporca di un esordiente "piccolo" (che comunque danni, ripeto, ne può fare ben pochi, viste le distribuzioni) a quella standardizzata e raccomandata di un esordiente "grande".

  5. utente anonimo ha detto:

    Scusate, il commento oggi è uscito anonimo. Mi firmo: cidrolo. Ciao.

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