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Scrittori in causa fa il punto

Ciao a tutti,

vorrei continuare il discorso aperto con il post precedente e relativo agli Editori a Pagamento, alle giuste critiche ma anche alla constatazione che la realtà è molto più complessa della divisione “editori buoni contro squali a pagamento”.
(Questo, lo specifico che non si sa mai, NON per difendere gli editori a pagamento o giustificare chicchessia, ma per promuovere un dibattito organico e quanto più completo possibile, cosa questa che può avvantaggiare tutti, in particolare gli autori e di rimando anche i lettori.)

Nei commenti al precedente post, infatti, sia Sonia che Alberto hanno contribuito con la loro opinione a farci riflettere. Secondo Sonia

l’autore ha svolto un lavoro e come tale deve essere retribuito, anche fossero soltanto 2-3 euro.
Parlo in generale, di tutti quegli editori che seguono questa politica.
Io sono molto drastica sulle cose: se uno non ha i soldi da investire nella propria azienda, l’attività non si apre 🙂

E Alberto rilancia:

l’editore a pagamento ha una sua ragione di esistere perché il mercato afferma inequivocabilmente che molta gente è disposta a pagare per togliersi la soddisfazione. (…) C’è poco da dire: i maggiori editori di questo tipo raddoppiano ogni anno le pubblicazioni e direi che più che fare crociate (abbastanza inutili, ammettiamolo) bisognerebbe chiedersi perché. E di sicuro non è perché la gente viene costretta a pubblicare.

Ecco che torna in questione la complessità di questo sistema e la poca utilità di fare generalizzazioni come “gli editori a pagamento danneggiano gli editori veri” o “se sei bravo non hai bisogno di pagare perché troverai sicuramente l’editore” e così via. Sono cose vere ma non bastano, non sono assolute e non ci fanno fare passi avanti verso una consapevolezza maggiore.

Vi segnalo quindi il post interessantissimo di Scrittori in Causa, in cui si mettono in discussione prassi e comportamenti che danneggiano molto gli autori, li ingannano e approfittano della loro buona fede. E, guarda un po’, sono comportamenti di editori “tradizionali”, non a pagamento, dei “buoni”.

Dalla lettura di diversi casi di partecipanti al blog abbiamo capito che i contratti capestro sono un comune denominatore di piccole, medie e grandi case editrici. E abbiamo capito che esistono diverse case editrici porta bandiera di sana e progressista cultura ma, nella prassi, sono le prime a non pagare e a cavillare sulle forme contrattuali a tutto discapito dell’autore. Parliamo di cifre a tre zeri, parliamo di giochetti da migliaia di euro che in tempi di precariato spinto incidono notevolmente sul bilancio dell’individuo-autore.

L’articolo prosegue con esempi e altri fatti di cui consiglio a tutti la lettura.
Le mie conclusioni sono sempre le stesse: l’informazione è potere e la conoscenza è la base per ogni decisione. Ogni scelta, sia la pubblicazione a pagamento o quella in cui nessuno vi paga, fatela con cognizione di causa e non fatevi dire da qualcun altro chi sono i buoni o che potete fidarvi ciecamente.

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15 Replies to “Scrittori in causa fa il punto”

  1. utente anonimo ha detto:

    In sostanza i buoni e i cattivi sono una chimera quanto a suddivisione.
    Ho conosciuto un editore senza contributo (abbastanza rilevante qualche anno fa e con una storia di grandi successi alle spalle) che mi ha detto che un romanzo che arriva a 4000 copie vendute è un successo. E casualmente i suoi contratti pagavano i diritti a partire dalla 4001esima copia venduta (se decideva di pagarli).
    Poi ho conosciuto un editore con contributo (cifre non esose a dire il vero) che pagava fino all'ultimo centesimo di diritti e per i romanzi seguenti non dovevi nulla.
    Siamo sempre al solito punto. Le zone grigie sono troppe e spesso a nascondercisi sono i grandi. Davvero non so decidermi nel dare un giudizio, fermo restando che gli approfittatori esistono dal un lato e dall'altro (e con questo senza voler giustificare nessuno dei due schieramenti).
    In soldoni, tra uno che mi dice di dovere un contributo e poi mi paga quanto dovuto, e uno che non mi chiede soldi poi però non mi paga quanto dovuto, davvero non saprei dare un giudizio morale.

  2. utente anonimo ha detto:

     Secondo me la distinzione non va fatta fra editori a pagamento e editori che non richiedono contributi, se si vuole stilare un elenco dei cattivi e un elenco dei buoni. Perché ci sono cattivi e buoni in entrambe le categorie.
     Prendiamo gli editori a pagamento. Ci sono quelli che ti fanno pagare un contributo per la pubblicazione della tua incredibile e bellissima e modernissima silloge di poesie stile ottocento, che venderà sì e no dieci copie fra i tuoi parenti, perché non possono fare altro, perché investirci dei soldi sarebbe una follia, ma alla fine ti fanno pure un bel lavorino e lo pubblicizzano un minimo, per quanto è possibile; e ci sono quelli che chiedono 5000 euro per la pubblicazione del tuo romanzo, e alla fine ciò che ti danno non è la pubblicazione ma la stampa, perché la pubblicizzazione del prodotto non esiste, la distribuzione consiste interamente nella consegna di cinquecento copie nelle tue ingenue mani, la qualità se va bene è scadente.
     E anche fra gli editori non a pagamento si nascondono dei furbetti che ti zeppano il contratto con mille piccole opzioncine, per cui magari ti ritroverai legato a vita con percentuali irrisorie all'editore, a cui dovrai consegnare venticinque manoscritti nel giro di due anni, pena multa salatissima.

     Insomma, i cattivi secondo me sono un po' dappertutto. Non per forza un editore a pagamento è cattivo. Bisogna informarsi, comprare qualche libro, capire perché abbia fatto questa scelta. Offre un servizio migliore? Vale quello che costa? O è soltanto un truffatore (perché questo sono)?
     Per quanto riguarda invece i diritti, la penso diversamente. So bene che i diritti sono l'unica forma di compenso (insieme all'anticipo, ma in Italia c'è ancora qualcuno che parla d'anticipo?) di un autore, eppure non trovo così sconvolgente che un editore inizi a pagarli solo dopo 500, 1000 copie vendute. La trovo una forma di editoria a pagamento molto onesta (eppoi dai, i diritti d'autore alla fine sono spiccioli viste le stime di vendita del mercato librario italiano, certo non ci vivi).

     Intendiamoci. In Italia non ci sono molti lettori assidui. Quelli che ci sono, comprano giallisti stranieri. Quando va bene (anzi, benissimo) un piccolo editore con un libro fa 1000 copie. Un medio 5000 (?). Pubblicare un libro costa parecchi soldini. Un investimento importante, insomma. Nella vita non ti regalano nulla. L'editore disonesto ti fa contribuire a questa spesa iniziale chiedendo un contributo, ma poi non rispetta le promesse, e ti truffa; l'editore onesto ti fa contribuire a questa spesa iniziale, chiedendoti un contributo o bloccando i diritti d'autore fino a un determinato numero di copie vendute (fino al quale probabilmente tale editore è ancora in rimessa), ma poi svolge il lavoro con passione e competenza. Insomma, è una cosa normale, no. Ti viene offerto un servizio, un prodotto, tu lo guardi e decidi se comprarlo o no. Questo fanno le piccole (e medie) case editrici, con pochi soldi. E io non ci vedo nulla di male, se il prodotto e il servizio sono buoni. Diverso invece il discorso delle grandi case editrici: insomma, loro i soldini li hanno e potrebbero (e ripeto, potrebbero) dare davvero una bella spinta alla letteratura (intesa come arte, e non come commercio), proponendo autori nuovi, giovani, capaci, pagandoli per scrivere e fare qualcosa di veramente buono, qualcosa che domani verrà studiato. Nuovi mecenati per costruire nuovi capolavori. Ma non lo fanno, quindi nulla.

     Finisco con due righe sull'autore. L'autore deve mettersi in testa di non poter campare sulla scrittura, in Italia; l'autore deve mettersi in testa che non può scrivere per fare soldi, perché non ne farà, in Italia (comunque uno scrittore non lavora per soldi, via, un vero scrittore pubblicherebbe anche con lo 0,1% di diritti); l'autore deve mettersi in testa che i contratti sono fatti per essere letti, sennò si potrebbe richiedere una firma su foglio bianco. L'autore non può peccare d'arroganza, di venalità, di stupidità, d'ingenuità, e poi venire a lamentarsi come un bambino; è stato truffato sì, è vero, brutta cosa, antipatica, ma accidenti, ci ha messo del suo per farsi truffare. La merda è intorno a noi, sempre.

     Oh, e tutto questo lo dice uno che si è sempre tenuto alla larga dall'editoria a pagamento. Non rappresento alcun editore, solo me stesso, un lettore appassionato (non di gialli stranieri).
     Poi magari mi sbaglio.

    cidrolo

  3. elenaS83 ha detto:

    Sono d'accordo sull'impossibilità di fare distinzioni nette, anche perché molte scorrettezze accadono nell'ombra. Tanti editori free, dietro le quinte, non pagano gli autori come promesso, spariscono nel nulla e fanno lavorare le persone per nulla.

    Ho sempre detto che all'editoria a pagamento non contesto tanto il contributo (cioè, sì, nello stesso modo in cui contesto l'esistenza di stage non retribuiti, per esempio), quanto la scarsa cura dedicata ai libri che pubblicano, il pagamento da parte dell'autore come unico criterio di selezione.

    Un editore, secondo me, assolve una funzione soprattutto culturale. Se un EAP pubblica buoni libri, curati, passati al vaglio di un editor, a quel punto il contributo è un problema tra lui e l'autore.

    Però, appunto, un editore free che poi non rispetta i termini del contratto e non retribuisce l'autore come pattuito si macchia di un altro tipo di disonestà.

  4. utente anonimo ha detto:

    diciamo le cose come stanno, una volta per tutte! ammiro chiunque svolga opera di dissuasione a cedere alle lusinghe delle case editrici a pagamento, apprezzo tutte le battaglie dei vari blog, editori seri e aspiranti scrittori (come sono io)..
    però, secondo voi, perchè esistono e sono proliferate le EAP? semplice, perchè molti, troppi autori pur di vedere il proprio ego ingigantirsi a dismisura per il fatto di leggere il proprio nome e cognome stampato in un libro (ho scritto "stampato" non a caso) sono stati disposti a sborsare fior di palanche a questi sedicenti editori.
    se nessuno sin da subito avesse ceduto alla proposta, per nulla allettante dal punto di vista meramente economico, di pubblicare a quelle condizioni, ora non staremmo qui a indignarci, a commentare, a divulgare, a persuadere i giovani autori a compiere un errore simile.
    purtroppo a nulla serve intentare cause (ho letto anche questa!) contro le EAP, quando si firma un contratto "carta canta" si dice dalle mie parti, oramai il danno è fatto e se uno è maggiorenne sa a cosa va incontro, a meno che non venga circuito a porre una firma (ma questo sarebbe eventualmente tutto da dimostrare)…
    quindi ragazzi, non è corretto parlare di truffa ai danni di ingenui scrittori, loro in fin dei conti offrono un servizio che sta a noi accettare o meno..
    io contesto aspramente il sistema! contesto il fatto che la SCRITTURA venga trattata come una sorta di MODA PASSEGGERA, di sfizio da togliersi, tanto per vantarsi con gli amici, che magari nemmeno sanno dell'esistenza di EAP.
    la scrittura dovrebbe essere prima di tutto un PIACERE, poi un'URGENZA, un BISOGNO, una NECESSITA' per l'ANIMA.
    critico pure gli editori che non danno compensi… capisco che ci si dà una mano in mille modi, nella promozione, nella pubblicità (in fondo lo facciamo per il nostro libro, la nostra creatura) ma farlo senza il miraggio di un minimo riscontro non mi sembra giusto… non si tratta di essere avidi, di mirare al denaro, di voler arricchirsi ma è un discorso che riguarda il riconoscimento della nostra passione, della nostra fatica e del nostro impegno, dovessero essere vendute anche 50 copie.
    l'importante sarebbe trovare un editore che creda in quello che hai scritto, che a questo punto come minima credenziale deve avere la QUALITA', che decida pertanto di investire sul nostro lavoro e si impegni per il bene di entrambe le parti (noi scrittori, loro editori) a far conoscere il prodotto finito, dopo editing e quant'altro.
    dovrebbero essere scontato come meccanismo ma a quanto pare la realtà sembra essere alquanto diversa
    Gianni Gardon

  5. elenaS83 ha detto:

    Salve, Gianni, e benvenuto 🙂

    Vorrei fare una precisazione: non non abbiamo mai definito "truffa" l'editoria a pagamento. Semmai, abbiamo criticato la scarsa qualità che accompagna quasi sempre pubblicazioni di questo tipo (e il discorso si è ampliato negli ultimi mesi: spesso anche l'editoria free ha standard qualitativi piuttosto bassi).

    Personalmente condivido il senso generale del tuo discorso, ma non alcune premesse.
    Quando si parla di scrittura come "bisogno, urgenza e necessità dell'anima" si parla proprio dei cardini della vanity press: l'urgenza, la necessità di scrivere a tutti i costi (e, di conseguenza, quella di pubblicare e farsi leggere prima di essere pronti per questo passo).
    La scrittura è un mestiere che si basa soprattutto sulla tecnica e sull'esperienza, mai sulla necessità. Non è necessario scrivere e farsi leggere più di quanto sia necessario suonare e farsi ascoltare: ma se io non padroneggio almeno le basi tecniche, difficilmente potrò definirmi un chitarrista.
    La tecnica si impara col tempo e con lo studio; la necessità si fa da parte per lasciare spazio alla ricerca. Penso che tante pubblicazioni a pagamento derivino proprio dalla fretta di compiere un passo per cui non si è ancora pronti.
    Un autore che scrive un testo valido e lo pubblica, però, ha pieno diritto a essere retribuito per il suo lavoro. Non c'è niente di cui vergognarsi nel pretendere un compenso, secondo me 🙂
    L'editore investe su un prodotto e deve giustamente pagare l'autore per la prestazione (o comunque la si voglia chiamare).
    Giustamente, come dici tu, la qualità è ciò che conta ed è quello a cui dovrebbero puntare editori e autori. L'editoria a pagamento non è una truffa, ma spesso, purtroppo, è ben lontana dalla qualità.

  6. utente anonimo ha detto:

      Ciao Gianni, vorrei risponderti su due cose che hai detto.
      Pur condividendo la tua insofferenza nei confronti dell'ingenuità di molti autori (come avrai letto nel mio primo post), e pur giustificando a volte il ricorso a una forma di editoria a pagamento, devo ribadire che a casa mia far leva sulle debolezze degli altri per fare soldi, fare contratti con promesse di pubblicizzazione e di qualità eppoi stampare due volantini e cinquecento copie di carta pressoché straccia, beh, è un comportamente disonesto. Poi se si vuol entrare nella problematica di poter usare o meno il termine "truffa", che si riferisce a un illecito, beh, non mi sembra una gran cosa. Chiamiamolo un po' come ci pare, fermo restando che è una cosa disonesta, punto. Come vendere un prodotto che non rispecchia le caratteristiche descritte, come i santoni che ti massaggiano la pancia e così dicono di toglierti le malattie, e si fanno pagare a suon di centoni. Truffe? Legalmente forse no. Ma moralmente sì, eccome. E non possono essere giustificate con l'esistenza di gente credulona o semplicemente ingenua. Certo, queste persone aiutano la proliferazioni di tali attività.. e allora?
      Seconda cosa. Dici che la scrittura è un bisogno: siamo d'accordo. Che non è una moda passeggera: siamo d'accordo. Che è una necessità dell'anima: possiamo essere d'accordo. Eppoi però sotto mi dici che hai bisogno dei venticinque euro delle tue 50 copie vendute, per soddisfazione, per il riconoscimento della passione. Ecco, il riconoscimento della vera passione di scrivere viene dal lettore, e solo dal lettore; viene dal sapere che il nostro libro è stato letto da cinquanta persone; ascoltare i loro pareri. Fine. Qui sta il riconoscimento della vera passione dello scrivere, non i venticinque euro che al massimo andrai a sventolare (quelli sì!) davanti all'amico.

      Eppoi si continua a voler essere sordi. La situazione è questa. Le grandi case non pubblicano esordienti, e se lo fanno sono eccezioni che non possono essere prese a modello. Le medie e piccole case pubblicano esordienti, e non hanno soldi (o meglio, hanno i soldi per investire sul nostro libro, e questo dovrebbe bastare). Quindi, se vuoi scrivere per fare soldi, anche trenta euro, non scrivere. Se vuoi scrivere per farti leggere, o per passione, scrivi, ché se il libro merita veramente qualcuno troverai, e magari (dico magari, perché è l'ultima cosa) se tutto va bene alla fine una pizza con gli amici ti ci rientra pure, se stai tranquillo.

    cidrolo

  7. utente anonimo ha detto:

    Rispondo ai due commenti che facevano riferimento al mio precedente post..
    A quanto pare sono stato frainteso e mi auguro di riuscire a spiegarmi meglio.
     
    Per Elena:
     
    innanzitutto un grosso saluto a te, Giulia e lo staff di Studio83: sebbene da “esterno”, seguo con molto interesse il vostro lavoro e ho avuto modo di apprezzarlo negli ultimi mesi, sia per il grande spazio concesso agli esordienti, sia per le lucide e dettagliate disamine di molteplici aspetti dell’editoria e soprattutto dei numerosi e preziosi servizi che offrite. Continuate così! J
    detto questo, vorrei riconsiderare alcune mie affermazioni “contestate”. Io quando elenco alcuni aspetti fondamentali da tenere conto quanto ci si approccia alla lettura, parto proprio da presupposti antitetici al Vanity Press. Non c’è nessuna forma di “vanità” alla base, almeno nel mio caso.
    Dico che nel momento in cui uno decide di esprimere quello che ha dentro lo deve fare per una serie di elementi che io (ma siamo appunto nel campo delle opinioni personali) reputo importanti. L’ impeto di scrivere non deve necessariamente essere correlato ad un’aspettativa di pubblicazione, assolutamente! Anzi, sono d’accordissimo con te in merito ad  alcuni presupposti basilari che occorre possedere quando ci si imbatte nella creazione di una storia o più in generale, nella scrittura.
    Determinate regole letterarie, grammaticali, linguistiche devono essere rigorosamente rispettate, pur nel rispetto della creatività e dello stile personale. Parlo da laureato in Lettere ed ex insegnante delle scuole medie, figurati se non reputo importanti le istanze che hai precisato.
    Se ognuno di noi davvero pubblicasse quello che gli sgorga dal profondo, in una sorta di flusso narrativo senza costrutto, assisteremmo al concretizzarsi di quello che esponenti del gruppo Albatros il Filo sostengono da tempo: la “democratizzazione culturale”, sorta di neologismo atto a far alimentare le speranze di coloro che probabilmente non riuscirebbero mai a farsi pubblicare secondo i canoni standard, non a pagamento.
    Spero di essere riuscito a chiarire il mio concetto.
     
    In risposta a cidrolo
     
    Anche tu in sostanza mi hai frainteso e quindi il dubbio che io mi sia espresso male si è nel frattempo accentuato ulteriormente J
    Non credo però di essere stato incoerente in quello che ho scritto e che tu contesti. Primo perché io non sono certo uno che ha bisogno di vantarsi con gli amici per le eventuali 50 copie (nominate a mo’ di esempio) vendute. Nel modo più assoluto. Come dici tu se scrivo per il piacere di farlo e ho bisogno di un riscontro sulla presunta validità dell’opera, dovrebbe bastare il giudizio disinteressato di amici, parenti, conoscenti (e poi, con la diffusione dei blog si possono reperire diverse recensioni o pareri in tempi brevi). Se devo pertanto guardare alla mia esperienza, di gratificazioni in questo senso ne ho già ottenute: ho frequentato un Master in Giornalismo, ho pubblicato molti articoli, sono apparso in riviste sportive nazionali e, dopo aver spontaneamente lasciato il mondo della scuola per motivi ahimè noti (la situazione non è delle migliori e per un giovane insegnante precario come posso essere io le prospettive sono veramente poco incoraggianti), lavoro a tempo pieno come educatore/formatore (mi occupo di teatro terapia in favore di soggetti deboli mentalmente; ho scritto e diretto due commedie teatrali e ho appena avviato il terzo progetto educativo in questo senso).
    Quindi, giustissimo quello che dici tu, almeno su questo punto.
    Ma se per caso quello che ho scritto, oltre a piacere ed aver affascinato la cerchia dei “sostenitori” dovesse interessare anche un editore, al punto da fargli decidere di investire sul prodotto, gradirei che anche quelle “pochissime” (restringiamo il cerchio!) copie vendute mi venissero riconosciute. Se per te questo significa essere attaccati al denaro o scrivere per soldi, non so cosa dirti!
    Io credo che sia soltanto una cosa giusta.
    Un altro affare è riuscire a farsi pubblicare, a emergere dal marasma dei sedicenti o aspiranti scrittori. Ma credo che stiamo andando fuori tema.
    Saluti a tutti e grazie per il bel confronto!
    Gianni G.

  8. utente anonimo ha detto:

      Ciao Gianni, in verità non ti avevo frainteso. Io non so se scrivi per passione o per soldi, non mi interessa e in entrambi i casi non ci sarebbero problemi, per me. Non mi riferivo a te quando parlavo delle 50 copie vendute o del vantarsi con gli amici, riprendevo solamente gli esempi che avevi fatto. Mai mi è passato per la mente che riguardassero realmente te. Quando inoltre io dico "tu fai", o "tu sei", non lo faccio riferendomi a qualcuno in particolare, a un interlocutore, ma lo faccio perché mi sembra che il discorso prenda di più, sia più comprensibile. Mi scuso con te se sono sembrato aggressivo, non volevo esserlo.
      Detto questo, io ti ho risposto principalmente sul concetto di "truffa". Per quanto riguarda il discorso diritti d'autore, sono d'accordo con voi. Meglio che ci sia il pagamento dei diritti d'autore, e magari anche l'anticipo. Quello che volevo dire io, forse esagerando, è che questi non devono essere indispensabili, ecco, almeno non per un esordiente. Un esordiente non può guardare ai soldi. Se un editore mi venisse a dire "ti diamo una bella distribuzione, ti diamo una bella promozione, ti diamo un bella impaginazione in libro tascabile, ti diamo un ufficio stampa serio però non possiamo pagarti i diritti fino alla terza ristampa" e se dietro queste promesse ci fosse un marchio serio, beh, io, se fossi uno scrittore, accetterei al volo.

    cidrolo

  9. utente anonimo ha detto:

    ciao cidrolo, ho apprezzato il tuo intervento.
    immaginavo che non fosse rivolto a me quello che hai scritto però i toni mi erano sembrati un po' eccessivi e per questo ho voluto spiegare meglio il mio punto di vista.
    detto ciò, amici come prima e ci risentiamo per altri confronti dialettici, magari poprio su queste "pagine"

    buona giornata

    gianni

  10. elenaS83 ha detto:

    Stavolta non sono d'accordo con Cidrolo 🙂

    Scrivere è un lavoro e come tale va retribuito. A un autore spettano 25 euro? Bene, deve averli. Che raggiunga i lettori, che trovi la sua personale soddisfazione anche in altri aspetti della pubblicazione, è qualcosa che riguarda solo l'autore; il compenso però gli spetta.
    Non è un problema dell'autore se la casa editrice con cui ha pubblicato non ha i soldi (a meno che la mancata retribuzione non fosse prevista dal contratto; non condivido al 100%, ma è un altro discorso).
    L'editore non fa un favore all'autore, quando lo pubblica. Si tratta di lavorare insieme su un prodotto culturale che poi viene venduto.
    La soddisfazione che viene dai lettori è un altro paio di maniche, ma non cambia l'aspetto economico della questione 🙂

  11. utente anonimo ha detto:

    perfetto Elena!!! hai sintetizzato il mio pensiero in modo egregio! 🙂

    ciao

    gianni g.

  12. utente anonimo ha detto:

    Me lo permettete un commento, anche se non c'entra nulla con la discussione?
    Ho constatato con estremo piacere una qualità espressiva decisamente superiore alla media in questo blog. Parlo degli utenti, utenti come lo sono quelli che bazzicano in altri luoghi dedicati a scrittori e scrittura, di cui fra l'altro ho notato un tasso di inflazione senza precedenti, ma dove la nostra lingua viene violentata e seviziata senza pietà proprio da quelli che si considerano "scrittori". 
    Le opinioni qui sono espresse in tutt'altro modo e quindi acquistano un certo spessore. In altri luoghi cadono nel ridicolo nel 90% dei casi.
    Be', è un piacere leggervi.
    E scusate l'intrusione. 
    Stefania

  13. elenaS83 ha detto:

    Che sia o no in tema con la discussione, è un commento che fa davvero piacere leggere 🙂 Grazie!

  14. utente anonimo ha detto:

     Alla luce della mia esperienza personale, posso dire che Il poter pubblicare un testo è comunque una cosa molto bella e importante, in quanto incide su due categorie di persone: lo scrittore stesso, che in un modo o nell’altro si mette in discussione, ed il lettore, che può rimanere interessato o indifferente alla lettura dello scritto. Io sono sempre preoccupato quando leggo di scrittori che, a seguito delle varie difficoltà incontrate, preferiscono tenere il proprio lavoro nel cassetto: questa è la mia opinione di sempre.  L’umiltà è una dote che manca a tanti giovani scrittori, come pure la mancanza di autocritica ed il saper far tesoro dei propri errori, e quello che spesso accade non certo aiuta.
    Un cordiale saluto
    Massimo Cortese                                                                                                                                                                                
     

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