menu

Emilio che spezzò la penna

 

Cento anni fa, dopo un’esistenza segnata da lutti, povertà e ritmi di lavoro inumani, si toglieva la vita Emilio Salgari.

Salgari è uno di quegli scrittori il cui semplice nome è collegato a un intero immaginario: romanzi d’avventura, ambientazioni esotiche, eroi selvaggi; ma anche vecchie copertine sgualcite con pirati e scimitarre, e tutto l’universo che si è sviluppato intorno alle sue opere (romanzi apocrifi, fumetti, fanfiction, cartoons, serie tv, film). Tralasciando la qualità letteraria di molti suoi scritti (spesso inviati agli editori senza revisione a causa delle insostenibili scadenze a cui era obbligato), le opere di Salgari evocano un immediato senso di fascinazione per l’esotico e l’avventuroso a cui è difficile resistere.

Kabir Bedi ne “Il Corsaro Nero” di Sergio Sollima, 1976

Salgari rappresenta una sorta di “guilty pleasure” ante-litteram: nel bene e nel male, non si può non amarlo. E l’ho amato tanto che, come credo molti, sono rimasta molto male nel leggere, anni dopo, delle sue drammatiche vicende personali – inclusa la malattia della moglie – e del gesto estremo che ha posto fine alla sua esistenza.

Salgari è stato uno schiavo del sense of wonder dei lettori, ma soprattutto – come scrittore – la vittima di un mercato editoriale che si andava affermando come tale e che, spesso, puntava alla vendita più che alla qualità, alla tiratura più che alla dignità del rapporto professionale.

E ammetto che rileggere “Le tigri di Mompracem” alla luce di tutto questo ha dato un altro sapore a un romanzo che, durante l’adolescenza, era stato un grande tuffo in mondi meravigliosi.

Prima opera del Ciclo indo-malese

Mi domandavo, dunque, mentre ragionavo su cosa scrivere nel presente articolo: esiste un modo per commemorare Salgari senza che si rivolti nella tomba? Rievocare opere che noi abbiamo amato leggere, ma lui ha probabilmente detestato dal profondo del cuore scrivere, non è un controsenso?

Ma alla fine ho pensato che, a cento anni dalla sua morte, Salgari è un autore di culto e un caposaldo della narrativa avventurosa d’intrattenimento italiana, è conosciuto e tradotto all’estero e viene letto dai ragazzi oggi come ai tempi di mia nonna (che infatti al liceo ne era un’accanita fan).

Sandokan e Yanez nel cartoon della MondoTV, 2001

Ho quindi deciso che, come tributo, avrei riportato qui sul blog l’explicit del romanzo di Salgari che ho amato di più, “Il Corsaro Nero”. Un’opera che è sì entertainment infarcito dei tipici canoni salgariani (come le improbabili digressioni botaniche e antropologiche), ma è anche una storia sulla perdita, sul dolore e sul perdono, capacità che a volte neppure l’amore può dare.

Quando i filibustieri volsero gli sguardi atterriti verso il ponte di comando, videro il Corsaro piegarsi lentamente su se stesso, poi lasciarsi cadere su di un cumulo di cordami e nascondere il volto tra le mani. Fra i gemiti del vento e il fragore delle onde si udivano, a intervalli, dei sordi singhiozzi.
Carmaux si era avvicinato a Wan Stiller e indicandogli il ponte di comando, gli disse con voce triste:
“Guarda lassù: il Corsaro Nero piange!….”

 

Condividi il post

4 Replies to “Emilio che spezzò la penna”

  1. utente anonimo ha detto:

    Volevo commentare prima l'articolo, ma tutte le volte che mi preparavo rimanevo senza parole. Troppo rispetto per Salgari per sparare due stronzate così. Quindi dico solamente che è stato un grande. Ora me ne esco di corsa, mi sento inadeguato.

    cidrolo

  2. utente anonimo ha detto:

    Ah, con "due stronzate" non mi riferivo all'articolo di Elena, naturalmente, pezzo molto apprezzato. Alludevo a un mio eventuale commento più articolato. 🙂

    cid

  3. elenaS83 ha detto:

    Ah ah ah, tranquillo, avevo capito 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *