“L’oblio della ragione” di Chiara Vitetta – Recensione

È on-line una nuova recensione per la rubrica “Esordiamo!”: si tratta de “L’oblio della ragione” di Chiara Vitetta, una breve antologia di due racconti.

La recensione, che può apparire negativa, in realtà vuole porre l’attenzione su un aspetto importante: la scelta, da parte di molti esordienti, di ambientazioni e personaggi statunitensi. Stephen King e molti suoi colleghi sono capisaldi del genere horror, d’accordo; ma riprendere in blocco il contesto sociale e culturale di cui parlano, magari per timore di “impoverire” un racconto se lo si ambienta a Pavia piuttosto che a Castle Rock, è una scelta che raramente paga.

L’horror viene quasi sempre catalogato come paraletteratura, ma io credo che sia un genere con moltissimo da dire e da dare, e che si presta a molteplici sottotesti politici o di denuncia della realtà in cui viviamo. Ricondurre questo genere alla realtà culturale italiana (che, tra l’altro, soprattutto a livello cinematografico ha una tradizione che ha fatto scuola nel mondo) non impoverisce nulla, anzi: impreziosisce l’opera.

Naturalmente ogni autore è libero di scegliere dove e come ambientare i propri scritti: tuttavia, troppo spesso ho l’impressione è che questa non sia una vera e propria scelta, ma sia condizionata dal meccanico rifarsi ai modelli made in USA.

La stessa impressione ho avuto leggendo il libro d’esordio di Chiara Vitetta, un’autrice con – a mio avviso – molte potenzialità, ma la cui opera è stata penalizzata da quanto detto sopra.

“L’oblio della ragione”, opera d’esordio di Chiara Vitetta, è una raccolta di due racconti di genere noir-horror. Come da titolo, entrambi narrano la più o meno progressiva perdita della ragione in favore degli istinti più violenti: il primo (“Giustizia”) racconta la storia di un condannato a morte, il secondo (“Blackout”) la follia di un padre dopo l’orribile mutazione del figlio.
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One Reply to ““L’oblio della ragione” di Chiara Vitetta – Recensione”

  1. utente anonimo ha detto:

    Salve,
    grazie per la recensione! 🙂
    Non sono d'accordo a proposito del discorso sui nomi stranieri. In primo luogo, nel racconto "Giustizia" si parla di pena di morte e nello specifico della sedia elettrica, il che necessitava quell'ambientazione, e poi credo che i nomi e i luoghi siano poco importanti, rispetto a tutto il resto. 
    Penso inoltre che la voglia di uno scrittore esordiente di far somigliare i propri racconti a quelli degli autori che ama non sia sempre negativa. E anche se lo fosse, se il libro rimane valido, è bello vedere che agli esordi quello specifico autore era insicuro e giocava un po' a simigliare ai propri modelli. 🙂 Per questo quando c'è stata la ristampa del libro con l'aggiunta del terzo racconto che in origine doveva far parte della raccolta, questo è stato uno dei motivi che mi ha spinto a non cambiare i nomi. 
    Non uso più ambientazioni straniere e nomi stranieri, ma mi piace che i miei lettori possano leggere questa mia prima opera con tutti i suoi difetti, ma pur sempre valida. 🙂

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