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E così vorresti fare lo scrittore?

Leggo oggi, su segnalazione del WD, un articolo di Luca Pakarov: “E così vorresti fare lo scrittore?“.
L’autore intervista Loredana Lipperini e coglie l’occasione per parlare di editoria ma soprattutto di scrittori, in particolare di autori esordienti. E devo dire che a fine lettura sono piuttosto stanca, e poco felice di averla letta e di quello che ci ho trovato dentro.

Inizio con il dire che la parte dedicata alla Lipperini è la migliore: la scrittrice e giornalista, donna intelligente e competente, non si lascia coinvolgere dai giudizi sprezzanti mascherati da domande di Pakarov, espone il suo punto di vista con serenità e chiarezza, porge consigli utili, analizza lucidamente alcuni aspetti spinosi come la vanity press e disinnesca panzane come questa:

Se l’eBook è, come sembra, il futuro dell’editoria, che sarà di fiere del libro come quella di Roma o Torino?
Posso dirti che è l’ultimo dei problemi? Ci saranno comunque testi che verranno scritti, autori che incontreranno il pubblico, e agenti che tratteranno diritti con gli editori. Quindi ci saranno le Fiere. Inoltre, non credo che l’eBook sostituirà il cartaceo […]

Complimenti, quindi, a Loredana Lipperini e alle sue parole accurate, chiare e chiarificatrici.

Non capisco, invece, tutto il resto dell’articolo. O meglio, lo capisco e non mi piace.

Infatti, come dicevo, sono stufa di una serie di atteggiamenti che spesso vengono portati avanti come vessilli, ma camuffano il nulla di una riflessione svolta solo a metà, o non svolta.

Passiamo agli esordienti, si scrive molto e si legge poco, tutta questa smania di raccontarsi e di raccontare, è causa della facilità di usare i sinonimi di Word (con penna, calamaio e dizionario era tutt’altra storia), di un masochismo autocelebrativo o è il modo di una generazione spremuta dalla comunicazione per tentare d’ingannare la solitudine?

Ecco, tralascerei i giudizi finali che si commentano da soli. Siamo comunque di fronte a un genere letterario preciso, che chiamerei la lamentazione colta generica, il cui topos principale è sempre quello: ci sono troppi scrittori, scrivono tutti e non legge nessuno, si intasano gli editori di manoscritti e si abbattono foreste (sì, più su nell’articolo Pakarov dice anche questo).
Sono fatti? Sì, ma solo a metà.

Ci sono tanti scrittori?
Bene! Come dice anche Lipperini, se la gente vuole raccontare storie ben venga: “La smania di raccontare è, in sé, cosa buona.
Si intasano gli editori di manoscritti?
Signori, leggere manoscritti fa parte del mestiere dell’editore. Per distinguere il grano dalla crusca basta un minuto, poi se il manoscritto è buono e va in valutazione è un’altra storia che esula dalla questione principale.

Semmai, si potrebbe dire che l’autore esordiente spedisce a casaccio, a tonnellata, spesso non si preoccupa nemmeno di sapere a chi sta spedendo, e questo, sì, è un atteggiamento piuttosto sprovveduto, se non a volte presuntuosetto, e può risultare fastidioso.
Tutti scrivono e nessuno legge
Vero solo fino a un certo punto.
Io leggo tre, quattro libri al mese. Ma ne compro uno l’anno, per una precisa scelta di politica e di vita.
Parliamo di lettori e ci basiamo sempre e solo sulle percentuali delle vendite, che sono un dato fuorviante. In questo paese ci sono biblioteche che funzionano (spesso, ahimé più al nord) e una comunità di lettori che si presta, si scambia, si fotocopia e si regala i libri.
Forse, per capire meglio (e per evitare l’abbattimento delle foreste) si dovrebbe uscire da questa logica assurda dei dati di vendita e delle tirature a tre zeri, per entrare davvero in una nuova era. Potremmo augurarci la nascita di editori che pubblicano dodici splendidi titoli l’anno e ne vendono cinquecento copie ciascuno, magari in rete e stampate on demand, a quei cinquecento lettori sparsi per il mondo e interessati veramente. E il resto della tiratura andasse pure alle diecimila biblioteche che vorremmo vedere sparse in tutto il paese!

Leggendo il pezzo di Pakarov mi accorgo invece di altri, diversi dati di fatto.
Il primo è l’atteggiamento giudicante e svalutante nei confronti dei colleghi scrittori, siano esordienti, pubblicanti, paganti, e così via.
È un atteggiamento che nel mio lavoro, quello di editor valutatrice per lo più di esordienti, trovo molto spesso. E sapete in quali autori? Non negli esordienti assoluti, ma nei “non più esordienti”: quelli che magari hanno una, due piccole pubblicazioni, e per diversissimi motivi si considerano arrivati, o pensano di avere capito tutto, o magari sono stati delusi e sentono la necessità di tirarsi fuori dai giochi, ma senza che l’amor proprio ne risenta, quindi elaborando la strategia del “è un mondo marcio, io non ci sto più, basta compromessi” e così via.
Hanno pubblicato senza pagare, hanno un’infarinatura di come funziona l’editoria, hanno fatto qualche reading, venduto qualche copia e scritto e ottenuto qualche recensione per e dai colleghi. E ora disprezzano tutti gli altri, senza accorgersi che alcune valutazioni qualificano solo chi le fa.

[…] la causa di questi bancali di manoscritti che si muovono su e giù per il paese è la compulsione che alimenta quanti credono di avere un talento e che, per overdose di carboidrati o di alcol, hanno sperperato la possibilità di giocarselo in un più onesto e competitivo ambito sportivo. C’è da aggiungere che una sana crisi economica, la disoccupazione dilagante e l’inevitabile fancazzismo hanno favorito l’uso spasmodico di una tastiera e di un monitor, istigando la popolazione mondiale, più o meno consapevolmente, a linkare una qualche remota autostima al più delirante dei processi sociali: il successo. L’accettazione di sé potrebbe tranquillamente passare per lo studio di un’analista ma è il fatto empirico che conta, il potenziale scrittore ha la concreta esigenza di rodare il proprio genio ricavandone umiliazioni e guai, ma se mai trovasse un editore abbastanza sbronzo d’ascoltarlo allora comincerà a cantarsela, descrivendo senza pari quell’irrefrenabile voce psichica a cui dare sfogo o le piacevoli giornate e le epiche notti (oohh le nottate!), i tramonti, i tramonti e i tramonti, fradici di miracoli, trascorsi ad inseguire una parola, ricamare un concetto, ronzare attorno una frase.

Il mondo è pieno di persone appassionate a hobby e interessi tra i più vari. Esistono ballerini che stanno imparando, calciatori della domenica e pittori da scantinato, sportivi in erba, appassionati di vela e lottatori non professionisti a cui nessuno augura uno psicanalista perché la smettano.

Perché poi non si può essere anche praticanti scrittori o autori del lunedì? Perché lo scrivere si porta attaccata questa patina di “perfezione o niente”, questa etichetta di “attività che se non scrivi best seller o sillogi incomprensibili allora sei un ignorante presuntuoso e un po’ pitocco che rompe le palle ai lavoratori onesti, foraggia i sanguinari editori a pagamento e disbosca l’Amazzonia”?

E poi: ce la prendiamo con i praticanti se uno sport o una disciplina sono in crisi?

Lasciate che vi dica una cosa io, che con gli autori della domenica lavoro da quasi sette anni, cinque solo con Studio83.

Non c’è niente di sbagliato nello scrivere male, leggere poco e non avere idea di come funziona una pubblicazione, perché tutti possono migliorare. Tutti.

Abbiamo editato ottimi scrittori che sono diventati ancora più bravi, scrittori discreti che ora scrivono racconti piacevoli e autori che avevano difficoltà con la grammatica italiana, che ora si esprimono propriamente e senza errori. Qualcuno vuole scrivere il romanzo del secolo, qualcun altro vincere un premio, alcuni scrivono favole per i nipotini, altri memorie di infanzie difficili, o felici, o di paesi lontani, o di periodi neri della propria vita.
“Nostri” scrittori hanno vinto pubblicazioni e premi letterari, alcuni ci hanno chiesto riservatezza (noi la diamo di default, qui non leggerete mai “questo l’ho editato io!” a meno che non sia l’autore a chiederci di dirlo), altri non ci hanno mai ringraziato, con altri siamo diventati amici.

Ormai ci consideriamo delle coach, delle allenatrici.
Tra centinaia di allievi di un preparatore atletico, quanti arrivano all’oro olimpico? Quanti vincono gare nazionali? Quanti non gareggiano neppure? Alcuni faranno dei progressi straordinari e arriveranno alla decenza da sotto zero, ed è un traguardo splendido, anche quello! Altri ancora arriveranno a essere discreti, altri invece chiedono solo di allenarsi, allenarsi, perché amano farlo e se ne fregano della medaglia.

Scrivere è bello di per sé e se tanta gente ama farlo significa che tanti scrittori possono diventare sempre più bravi e consapevoli.
Scrivere è una disciplina e può portare a uno sviluppo tecnico e umano grazie all’esempio di grandi maestri-miti, a un lavoro con un preparatore accorto e soprattutto a un atteggiamento positivo, umile, costruttivo, che tende sempre al proprio meglio e se ne frega di quanti successi o insuccessi fanno gli altri.

Se qualcuno prendesse in giro un vostro tema di terza media, non vi darebbe un po’ fastidio? Spesso un cattivo manoscritto è solo il tassello di un percorso di consapevolezza e di ricerca, magari ingenua, ma genuina e sincera. E la pubblicazione è uno sviluppo naturale della scrittura. Non c’è niente di male a cercarla, purché essa sia, appunto, solo una parte del discorso, il capitolo di un romanzo molto più lungo: se così non è, lo scrittore danneggia solo se stesso, per tutto il resto è irrilevante.

Siamo tutti bravi a scrivere articoli sui mali della cultura italiana, a irridere gli altri e le loro colpe, ad allenare il nostro sarcasmo e a gonfiarci con le risposte giuste.
Ma è solo paccottiglia.
Se invece imparassimo ad andare oltre le apparenze, a riflettere senza pregiudizi e a domandarci di cosa abbiamo paura, magari la cultura italiana non migliorerà… ma lo farà la nostra visione delle cose, le nostre proposte e la nostra ricerca di strategie e soluzioni.
E forse, chi lo sa, ne guadagnerebbe anche la prosa.

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3 Replies to “E così vorresti fare lo scrittore?”

  1. utente anonimo ha detto:

    sono totalmente d'accordo con te. Aggiungo solo che mi auguro di non trovare mai tipi del genere lungo il mio cammino perchè in un istante sarei capace di azzerare anni e quintali di libri letti. gente così è in grado di generare soltanto il nulla per se stessa e per gli altri. molto probabilmente apparterrà alla categoria di quelli che per anni coltivano un manoscritto chiuso a chiave nel cassetto persi nel mito di un tipo di perfezione senza altro connotato che la freddezza in sè. scarnificatori delle anime altrui avendo perso la propria senza accorgersene, occupati come sono nel dirsi quanto sono bravi e quante cose sanno in questo mare d'ignoranza e di congiuntivi sbagliati.

  2. giuliaS83 ha detto:

    Ciao Utente anonimo, grazie del tuo commento. Io sinceramente non conosco Pakarov e il mio articolo non era teso a giudicare la persona, quanto ciò che ha scritto e un certo atteggiamento che, credimi è molto comune nel settore, a prescindere dal carattere e dalle esperienze. Perché il campo letterario / emergente è così denso di implicazioni emotive, di giudizi sprezzanti, cosa posta molte persone (a prescindere da Pakarov, è un discorso generale) a mettersi su un piedestallo e guardare il resto del mondo con rancore? Cosa mi cambia, perché mi arrabbio se un autore manda o non manda un cattivo manoscritto a un editore? Perché insomma non ci rilassiamo e guardiamo la cosa da una prospettiva diversa?
    Ciao e grazie! 🙂

  3. utente anonimo ha detto:

    Ho letto l'intervista e la nota di Giulia, sempre appropriata.  Bisogna avere rispetto per le persone che desiderano scrivere, e mi piace la riflessione sugli scrittori non più esordienti che, magari per aver pubblicato qualche copia, si sentono in grado di avere capito tutto. Invece tutti dovrebbero avere una maggiore umiltà, fare un passo indietro (espressione molto in voga)e recitare il mea culpa. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa la scrittrice intervistata della Legge Levi: credo tuttavia che non sia un reato esprimere la propria opinione sui mali della cultura italiana, con serenità e ponderazione.
    Massimo Cortese

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