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Io, schiavo di una casa editrice

Lo sfruttamento del lavoro di giovani stagisti e redattori da parte degli editori non è cosa nuova, ahimé, e anche dalle pagine di questo blog ne abbiamo parlato più volte.

Abbiamo parlato della Rete dei Redattori Precari, ovvero un tentativo di organizzazione e di coalizzazione di questa categoria vessata e (non più) invisibile. I Redattori Precari hanno anche una pagina su FaceBook e una e-zine, “La Repubblica degli Stagisti”, dalle quali pubblicano e linkano contributi e articoli molto interessanti sul tema, potete iscrivervi QUI e vi invito a farlo.

Abbiamo parlato, inoltre, di quanto costi lo sfruttamento di stagisti in termini di qualità dei testi: se io stagista non sono pagato, non sono professionalizzato, non sono seguito, non ho prospettive di crescita in azienda, e mi devo pure sbrigare a correggere le bozze perché ci sono i bancali di libri da scaricare… qualche errore ci scappa, no? Ed ecco quindi la sfilza di libri dalla confezione sfavillante e zeppi, dico zeppi, di refusi, errori e orrori vari.

Il costo di questa pratica, però, è anche e soprattutto umano. Vi segnalo quindi alcune testimonianze di giovani redattori che hanno toccato con mano cosa significhi essere sfruttati.

In “Io, schiavo per tre anni di una casa editrice”, Tobia (pseudonimo) ci racconta la quotidianità del suo lavoro e le scappatoie di un editore: gli allunga ogni tanto una mazzetta di poche centinaia di migliaia di lire, e in cambio lo “usa” come tuttofare e galoppino. Per poi fare il solito piagnisteo su quanto sia difficile fare l’editore oggi, e bla bla, fino a vantarsi sui giornali.

Sono più di vent’anni che quest’uomo ha un’attività editoriale che sopravvive grazie all’evasione fiscale e al nero dei lavoratori. Possibile che nessuno se ne sia mai accorto?

In Quell’eterna adolescenza forzata dei precari” una battagliera redattrice ci dà altre informazioni interessanti. Come la prassi dei pagamenti in una casa editrice scolastica, o il grande punto debole della generazione dei precari: secondo lei, è l’individualismo, che non permette di avere una visione d’insieme del problema e fa dire “ma sì, in qualche modo me la cavo”; così, però, non ci si rende conto che

si sono diffusi i modelli di alcune persone di successo che sono riuscite a realizzarsi, così ognuno crede di poter fare altrettanto nel proprio piccolo, senza considerare gli aspetti più macroscopici, e cioè che se tutti abbiamo questi stipendi penosi, l’economia non gira e anche le tue possibilità di realizzazione personali si riducono, perché non puoi diventare grande editor se non ci sono soldi.

Oltre a questo individualismo, aggiungo che secondo me c’è anche molta ignoranza e un certo “bambinismo” che fa ì che ragazzi di venticinque, ventotto anni si lascino sfruttare senza rendersi conto di quello che succede. E ben venga una realtà come quella dei Redattori Precari, che contribuisce a far girare le informazioni per creare una sorta di nuovo senso comune.

Come afferma anche Federico Di Vita in un’intervista, infatti,

esiste la percezione che sia socialmente prestigioso lavorare nell’editoria e in particolare per una realtà indipendente: aiutare a far crescere una piccola impresa, sfidare i grandi giganti editoriali può sicuramente essere appassionante. Ma se mi presto a lavorare gratis o per cifre irrisorie in realtà io sto svalutando quel lavoro, è come se ammettessi che il valore di quello che faccio è nullo o quasi. Non è solo una questione personale, ma anche sociale. Io sconsiglierei vivamente di intraprendere questa strada.

Federico Di Vita è autore di “Pazzi Scatenati – usi e abusi dell’editoria italiana”, un libro inchiesta proprio sull’argomento.

Concludendo, una piccola riflessione: la piccola editoria indipendente è da tempo in crisi, perchè non ha l’artiglieria di una grande holding e perché il mercato dei lettori si restringe, sempre di più. Ma siamo sicuri che la soluzione per sopravvivere sia scaricare i costi sul più debole? Quanta indipendenza, quanta “cultura” c’è in questo comportamento?

 

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