menu

Masterpiece – seconda puntata

Prima del report relativo alla seconda puntata del “reality show degli scrittori”, qualche dato di share sulla precedente, tanto per non farci mancare nulla: 5,14  % di share, pari a 689.000 spettatori, esordiente più, esordiente meno.
Un risultato secondo me per nulla malvagio! Considerato che parliamo delle undici di sera di domenica e di schermi senza possibilità di cliccarci dentro, detti anche “televisivi”.

Comunque, nell’attesa spasmodica dei nuovi dati di share rieccomi qui a commentare la seconda puntata di Masterpiece, che mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni aspetti che cominciano a delinearsi.


La struttura della puntata è esattamente la stessa della precedente.
La cosa è positiva se penso alle mie prime impressioni e al desiderio di capirci qualche cosa in più: la ripetitività del format mi ha dato il tempo di abituarmi, riconoscere i momenti chiave e potermi concentrare anche sul resto, ovvero i contenuti, le parole e i racconti, le reazioni degli autori, le smorfie di disgusto di Andrea De Carlo.


Considerando però che “i posti nella finale di Masterpiece sono 12”, non sono sicura di essere in grado di reggere altre dieci puntate così senza piombare addormentata sul divano già dalla prossima volta.
(A meno che non possa continuare, nel frattempo, a messaggiare ferocemente con Elena, roba che manco a sedici anni ai tempi dei primi grandifratelli.)

Mi pare di nuovo che a farla da padrone non sia la scrittura, né i giudizi, nemmeno i casi umani che stavolta non erano tragici come la volta scorsa (scelta giusta, meglio iniziare col botto): no, qui regna il montaggio. Un montaggio videoclipparo, che forse vuole rendere la scrittura interessante, ma appiattisce, pialla tutto, con in più un micidiale effetto “frullatore”.

Il problema non è la poca scrittura. Ripeto, la scrittura in TV è comunque difficilissima da rendere. Il problema secondo me è televisivo già in partenza.
C’è un condensato estremo di moltissimi momenti diversi che sono stati tagliati, cuciti e pressati in un’oretta scarsa: eliminatorie iniziali da otto a sei, dai sei a quattro con esclusione “perché lo diciamo noi”, prova immersiva con stravaganza a casaccio, prova di scrittura con lettura e autodafé, nuove eliminatorie, elevator pich ad alto tasso di demenzialità, ultime eliminatorie e proclamazione del finalista…

Lo scrittore di talento, esordiente o meno, sa bene che in qualsiasi racconto è necessario dosare la tensione, e che ficcando in poche pagine decine di momenti topici non si fa altro che azzerare presto sia il ritmo della storia che l’attenzione del lettore.

Solo una volta, anche se lunga. E solo alla fine.

C’è un’altra cosa che chi ama leggere e scrivere (e campare) farebbe bene a imparare:

non si giudica un libro dalla sua copertina.

Qui c’è l’esatto opposto. C’è anzi un tentativo, una ricerca consapevole, una pretesa di libri uguali alla loro copertina: di gente che dato che si presenta in un certo modo allora deve per forza portare storie di un certo tipo.
Eclatante l’esempio della “punk”, definita così solo dai giudici e dal “coach” (mai virgolette furono più azzeccate): Andrea De Carlo motiva il suo no proprio con il fatto che “anche se tu non ti definisci punk, io da un certo modo di porsi, di vestirsi, mi aspetto uno stile e un’espressività di un certo tipo che qui non ho visto”.

Il Professor Frank’n’Furter non approverebbe

Anche oggi l’autobiografismo ha spadroneggiato: alla copertina deve corrispondere il libro. Quindi:

  • alla ex professoressa di italiano si fanno i complimenti per l’italiano (che, per il poco che ho potuto sentire, ho trovato raggelante: “scrivere come una professoressa” una volta non era un difetto?)
  • il libro del serbo tornato a Belgrado parla di un serbo tornato a Belgrado
  • l’avvocato della Roma bene con una delusione d’amore… indovinate di che cosa potrà mai avere scritto? E dove mai l’avrà ambientato?

Brillante eccezione, l’autrice che ha scritto di elefanti famosi che si incontrano nel loro paradiso degli elefanti. Una simile originalità andava premiata, insieme a chi le ha dato la roba.

Chi non ha mai tremato di fronte a loro?
Non lei, non lei.

Una nota in più meritano gli esclusi.
La prima “bocciata” è un’autrice pizzicata in un vizietto ben noto: copiare passi interi del proprio romanzo da Google. Un classico del nostro mestiere, purtroppo.
Il secondo l’hanno cacciato proprio in base a quanto detto poco sopra: nella tua biografia ci sono cose straordinarie, hai preso master e hai viaggiato il mondo, ma hai scritto solo un romanzo sull’alchimia, avremmo voluto leggere anche di tutto il resto di quello che hai fatto. Tanto libro, poca copertina. Fuori.
L’ultimo: un baldo trentenne provinciale che commette l’errore tipico dello scrittore provinciale: ha ambientato il suo romanzo negli USA visti solo nei telefilm, e ha dunque prodotto la scadente imitazione di un telefilm.
Quello delle ambientazioni è un problema spesso presente nei romanzi esordienti: e quando l’ambientazione è quella statunitense, purtroppo lo scivolone è quasi assicurato.

Mi è molto piaciuta, però, la reazione dell’uomo (e scusate se mi rifiuto di chiamare “ragazzo” un trentenne) nel momento in cui è stato respinto nella seconda eliminatoria, quella “dai sei a quattro perché sì”:

“Quando ho preso il mio romanzo dalle mani dei giudici e sono andato via, ho pensato: un giorno sentirete comunque parlare di me”.
Bravo! Così si fa!

…e subito dopo, l’annuncio di Andrea De Carlo: “Ora restano due concorrenti, dei quali solo uno sopravviverà“.

Questa come altre uscite dei giudici mi hanno lasciata davvero perplessa.
Capisco che il montaggio è tiranno (e questo spicca soprattutto nelle “prove immersive” nelle quali non si capisce praticamente nulla, a parte che il “coach” Coppola si piace, si piace da morire): ma tra i tre giurati l’unica che fa bella figura, almeno secondo me, è Selasi.
La giurata esprime valutazioni chiare, brevi, intelligenti e di grande personalità, non giudica ad personam e mostra predilezione particolare per alcuni temi come il rischio della scrittura, la difficoltà/necessità dello scrittore di esporsi, il ruolo della letteratura e le sue implicazioni: temi quindi letterari, lei parla e pensa alla scrittura e lo fa in modo personale e ficcante.

“Oltre che essere in grado di scrivere, un bravo scrittore deve essere in grado di osservare bene ciò che ha intorno”.

Gli altri due: spesso fuori fuoco, pronunciano frasi fatte su questioni di superficie o “dogmi” su come si dovrebbe scrivere, o spostano il punto su loro stessi.
De Carlo ha più volte parlato di come e cosa scrive lui, De Cataldo della sua panza. E ha pronunciato una frase che mi ha fatto letteralmente rabbrividire, diretta al concorrente serbo per il quale l’italiano usato negli scritti è la seconda lingua:

“Se si ha la presunzione di scrivere in una lingua che non è la propria, questa lingua bisogna conoscerla bene”.

No.
No, no e no.

Lascio la parola a Selasi: “La sintassi non è così importante, perché è facile da correggere.”
Ovvero sì, la sintassi è di vitale importanza per uno scrittore italiano, ma un autore di madrelingua non italiana è un’altra questione.
E se te lo devono dire gli altri, forse il presuntuoso non è chi hai davanti.

La figura peggiore a mio avviso la fa il “coach”.
Lo scrivo e lo ribadisco: con le virgolette, perché qui sappiamo che significa essere coach e fare i coach di scrittura e finora di questa nobile e generosa attività è emerso davvero nulla.
Le spiritosaggini e le battute di Coppola sono coccolate dal montaggio: non ce ne risparmiano una. Definito altrove “giovane, intellettuale, figo” (non qui, non è nessuna delle tre) il “coach” tiene molto a mostrarsi distaccato, sarcastico, arguto, colto e divertito, ma dimostra anche di fregarsene di chi ha davanti e di quello che dovrebbe aiutare a fare… purché possa infilare David Foster Wallace da qualche parte.
Poi se lo regali in italiano a un serbo, o dai un suo libro a una che l’avrebbe bocciato d’ufficio… fa niente, l’importante è che tu l’abbia nominato.

“David… chi?”

Memorabile, a questo punto, resta il suo scambio di battute con i due concorrenti prima dell’elevator pich (che spiega così: “un breve discorsetto in cui cerchi di prostituirti ma per scopi molto alti, ovvero vendere il tuo libro”. Pich clamorosamente fallito.):

CoachCoppola all’autore romano: In bocca al lupo!
Autore romano: Crepi!
CoachCoppola all’autore serbo: Au revoir!
Autore serbo: Crepi!

Dopo questa perla di demenza, il pich con Walter Siti: Nikola Savic se la cava bene con chiarezza e concisione, Alessandro Ligi è una mitraglia impazzita che con le parole “Porsche con interni Louis Vuitton” si brucia qualcosa come venticinque secondi su sessanta.

Ne resterà solo uno: resta il presuntuoso che ha osato scegliere la nostra lingua come mezzo espressivo. E che, lasciatemelo dire da editor, ha scritto il primo BEL racconto sentito a Masterpiece: la sua pagina di diario da neo-nonvedente.

“Un mio amico, caro diario, mi ha chiesto: che hai fatto di bello oggi?
Che cazzo vuoi che abbia fatto: ho sbattuto contro le cose, tutto il giorno.”

Condividi il post

2 Replies to “Masterpiece – seconda puntata”

  1. Vlad ha detto:

    Questa sì che è un’analisi davvero tecnica del programma e del format 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *