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Masterpiece – 23 febbraio 2014

Ieri sera non potevo mancare l’appuntamento con la prima puntata della fase finale di Masterpiece, il talent targato Rai3 e dedicato agli autori in cerca di esordio.

Ed è stato con molta curiosità, e anche un senso di aspettativa dato l’avvio incerto delle puntate precedenti, che mi sono messa davanti alla TV con blocco note alla mano (e neonata in braccio).

Il primo acchitto con questa seconda fase, molto pubblicizzata dai teaser del programma (sia in TV che su Facebook) non è stato molto positivo.

  • Stesso studio (arricchito dal “loft”, che sembra l’ufficio di Fantozzi con le scrivanie accatastate e le scatole di cartone)
  • stesso montaggio
  • stessa atmosfera
  • stesse regole un po’ nuove, un po’ oscure, un po’ riassunte in tempo reale dai giudici (ora ci apprestiamo a mettere uno di voi tra i candidati all’eliminazione, così poi si andrà a scontrare con un secondo, in una sorta di semifinali tra il primo del primo turno e il terzo del secondo turno… se, vabbè).

Stesso quasi tutto. CoachCoppola ha cambiato barbiere e Taiye Selasi acconciatura. Per la prima mezz’ora ho trovato davvero, davvero difficile non spegnere e andarmene direttamente a dormire.
Poi, piano piano e a fatica, è arrivata la sospensione dell’incredulità e del giudizio, allenata da anni di editing paziente e certosino su ogni tipo di testo.

Il primo momento davvero televisivo e anche divertente è stata la prova degli autori “su strada”, nella quale dovevano scrivere testi commissionati loro dai passanti. Memorabile la richiesta di un distinto torinese a passeggio: un modo poetico per mandare a quel paese il figlio adolescente. Vince la scrittrice russa, con la formidabile quartina in rima baciata AABB “mondo-tondo, cortese-paese”. Prova simpatica e momento di aria – dato che è l’unico girato in esterni. Ed è anche l’unico nel quale appare il grande assente della situazione: il pubblico.

…e le armi. Chiedo troppo?

Il pubblico infatti è completamente trascurato da Masterpiece. Non c’è in studio. Non c’è nei discorsi e nei pensieri di nessuno, dato che i giudici ragionano di massimi sistemi e i coraggiosi autori sono troppo impegati a sopravvivere (e ad autorappresentarsi) per poter pensare ad altro.

Eppure, almeno in questa seconda fase, un pubblico ci sarebbe stato benissimo, anche e soprattutto in studio: un pubblico da inquadrare, da arringare, da sentire applaudire e magari al quale affidare una prova di gradimento.

Un pubblico che sia lì a rappresentare, ebbene sì, un giudice altrettanto vero e valido degli addetti ai lavori: i lettori, coloro che danno vera vita e compimento all’opera letteraria.

Un pubblico educato e telecomandato come quello di Fazio, o rumoroso e di pancia come a Italia’s Got Talent, oppure un pubblico parlante e polemico come quello della migliore De Filippi…

qualcuno, santo Cielo, a dare un po’ di movimento (vero e non a colpi di montaggio) a un programma che incorre in dei momenti davvero incartapecoriti.

Tipo i “commenti dal loft” degli autori non in gioco, che seguono le prove degli altri. Noi vediamo sconosciuti che parlano di altri sconosciuti, dato che: i concorrenti sono tanti, le prove velocissime, le eliminiazioni come se piovesse e non ci viene mai dato il tempo di visualizzare e riconoscere nessuno.
In questa narrazione, purtroppo, c’è troppo ritmo, poche pause e momenti di raccordo e pochissima descrizione che non sia il raccontarsi dei giudici.

Questione giudici: mi è caduto un po’ il mito di Selasi, che mi è andata a ripescare una concorrente terribile: la professoressa di lettere in pensione. Selasi, certo, non è italiana e non è tenuta a conoscere la nostra scuola e i nostri sistemi educativi. Ma una figura come il “personaggio” di Maria Isabella Piana, assolutista, giudicante, permalosa e incatenata al livello dantemanzoni della lingua italiana, incarna un mostro. L’Idra di Lerna che ogni scrittore che ha fatto le superiori ha dovuto subire. Molti, ahimé, non ce l’hanno fatta.

 

Sei intelligente ma non ti applichi. Ora posa quel romanzaccio popolare e ripeti l’aoristo del verbo PIPTO.

 

Il momento che ho preferito dopo la prova su strada è stato ovviamente quello in cui gli autori hanno letto le loro creazioni. I giudici si sono sbizzarriti e i giurati ospiti hanno svolto bene il loro ruolo.

A causa del montaggio, però, non sono riuscita a capire se abbiamo avuto le letture integrali dei testi, o solo degli estratti, nel qual caso sarebbe un vero peccato. Sì, d’accordo, c’è internet dove è tutto disponibile, lo si può leggere, si vota e si ripesca, ma a mio avviso un programma televisivo deve avere in sé tutto ciò che serve a se stesso senza rimandare a “bibliografie” esterne. Anche perché la scrittura dovrebbe essere il vero fulcro dello show!
Non inizio a leggere un romanzo che già dalle prime pagine mi avvisa che sì, la storia te la racconto, ma per sapere che faccia hanno i personaggi ti devi comprare le figurine.

Le criticità di questo programma sono tante e ora che ci avviciniamo alla fine della prima edizione si fanno sempre più chiare. Continuo a pensare che sia un esperimento virtuoso, in ogni caso: con luci e ombre, ma è normale che sia così. E continuerò a seguirlo e a parlarne anche per capire cosa salvare e cosa far fruttare, perché sicuramente il buono c’è e va evidenziato.

Questo post, però, lo concludo con la palma d’oro alla peggiore creazione della serata, che non è di un concorrente, ma di un giudice.

De Cataldo confeziona una frase letteralmente orribile, da qualunque lato la si voglia intendere:

(rivolgendosi a due concorrenti, uno ammesso alla gara e l’altro inserito nel girone degli eliminandi:)

Tu vai dai salvati, tu invece dai sommersi, tra i quali ci sarà l’affogato di questa puntata.

 

Non può averlo detto veramente…

 

…alla prossima puntata di Masterpiece!

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