Centenario del Genocido degli Armeni: consigli di lettura

Oggi ricorre il centesimo anniversario del genocidio armeno messo in atto dallo stato turco nel 1915.
Una pagina di storia tra le più tristi, che tra l’altro “inaugura” il Novecento e lo stesso termine “genocidio“, creato proprio in questa occasione dal giurista Raphael Lemkin.

Quest’anno l’attenzione internazionale sulla ricorrenza è alta, sia perché un centenario è comunque rimarchevole, sia grazie alle parole di Papa Francesco, molto più politiche di quanto sembrino e accolte dal premier turco in un modo davvero scomposto e inquietante.

Ecco qualche consiglio di lettura per conoscere meglio non solo la terribile tragedia vissuta dal popolo armeno, ma anche gli armeni stessi, la loro indole particolare e una cultura vivace e ancora vitale.

Un primo link riguarda una lettura della vicenda che secondo il suo autore “farà infuriare entrambe le parti”.

Dal sito de L’Internazionale: La verità sul genocidio degli Armeni di Gwynne Dyer. Si basa sulla consultazione di documenti originali e ci dà un quadro dell’intrico nel quale si trovò la sfortunata e inerme popolazione armena.

C’è stato un genocidio armeno. Certo che c’è stato. Quando quasi ottocentomila membri di una singola comunità etnica e religiosa muoiono di morte violenta, di fame o di assideramento in un breve periodo, mentre sono scortati da uomini armati di etnia e religione diversa, la questione è presto chiarita.

Gwynne Dyer

La scrittrice e docente Antonia Arslan è la voce italiana del genocidio: il suo best seller “La masseria delle allodole” è stato anche adattato in un film dai fratelli Taviani.

Antonia Arslan

Anche il seguito “La strada per Smirne” ha avuto un buon successo di pubblico. Pochi conoscono invece “Il Libro di Mush”, un testo da me recensito qualche tempo fa e che considero “minore” sotto tanti punti di vista, ma resta comunque una testimonianza interessante.

Lo stile di Arslan è sicuramente di un livello molto alto. Elegante e fluido, tratta di tragedie e di barbarie con intensa pietas e con dettagli che colpiscono al cuore; il registro è alto, il tono quasi fiabesco, i dialoghi realistici.

 Una lettura interessante è “La figura di Armin Wegner” di Pietro Kuciukian, tratto dal libro “Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli Armeni” dello stesso autore (Guerini & Associati, Milano, 2000), armeno milanese.

Pietro Kuciukian

Armin Wegner prestò servizio come ufficiale tedesco proprio accanto ai reggimenti turchi che operarono il massacro degli Armeni e, sconvolto da ciò che aveva visto, cercò in tutti i modi di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale con lettere e testimonianze, scattò fotografie e recapitò in segreto la corrispondenza di alcuni sopravvissuti.

Davanti allo sterminio, sotto il pallido orizzonte di una steppa bruciata, sorse in me involontariamente il desiderio […] di comunicare qualcosa di ciò che mi turbava […] a una più vasta, invisibile comunità.

Armin Wegner
Armin Wegner

Wegner è un personaggio considerato “giusto” anche dagli Ebrei. Sì, perché si prodigò più tardi anche in favore degli Ebrei, scrivendo lettere accorate ad Adolf Hitler protestando contro l’antisemitismo del governo tedesco!

(Nella sua celebre lettera, Wegner cita anche gli Armeni accanto agli Ebrei. Ma Hitler già conosceva la loro triste vicenda, che usò per convincere i suoi ufficiali più “timorosi” ad accogliere l’idea della Soluzione Finale: “Oggi” pare che disse, “chi si ricorda degli Armeni?”)

Fortunatamente se ne ricordano in molte e molti. E il popolo armeno esiste ancora, e mantiene vivo il ricordo del Medz Yeghern, il “grande crimine”.

Oltre a quello, mantiene anche una cultura e dei legami con le proprie radici molto forti, grazie anche a tanti personaggi pubblici di provenienza armena (Charles Aznavour, Atom Egoyan, il gruppo metal System Of a Down, André Agassi, ma anche Cher e Kim Kardashian. In Italia, l’attore e comico Paolo Kessisoglu).

Un romanzo poco conosciuto nel quale ritroviamo gli Armeni e il loro sterminio è “Barbablù” di Kurt Vonnegut. Come è tipico di Vonnegut e della sua narrazione, qui il genocidio sembra questione di secondo piano che viene solo sfiorata, e invece è un elemento molto importante per capire il personaggio di Rabo Karabekian.

Le lezioni erano terminate, quel giorno, e il mio futuro padre si era trattenuto, tutto solo, in un’aula – mi racconterà un giorno – a scrivere poesie. Quando udì la soldataglia, capì subito che intenzioni avessero. Papà né vide né udì la carneficina. Per lui, la quiete del paesino – del quale, al calar della sera, era rimasto l’unico abitante […] – fu il ricordo più orrendo del massacro.

Sebbene i ricordi che del vecchio mondo serbava mia madre fossero assai più macabri di quelli di mio padre – poiché lei era venuta a trovrsi nei campi di sterminio – riuscirà tuttavia a lasciarsi il massacro alle spalle e trovare molto di cui rallegrarsi, negli Stati Uniti, molto di cui sognare a occhi aperti per l’avvenire della sua famiglia.

Mio padre invece non ci riuscì mai.

“Barbablù” di Kurt Vonnegut

Un libro che parla poco del genocidio e molto degli armeni è “Che ve ne sembra dell’America?” di William Saroyan, raccolta di racconti edita in Italia da Elio Vittorini e davvero bella da leggere.

Saroyan ci dona vivaci ritratti familiari (ma lui è cresciuto in orfanotrofio), immagini dalla Grande Depressione, personaggi simbolici ma realistici descritti con un linguaggio accurato e insieme lirico: una giostra con qualcosa di familiare.

Leggendo le sue cronache ho avuto come la sensazione di essermi appena alzata da un pranzo di Natale dai miei: feroci discussioni politiche venete e comuniste alternate a sfottò romaneschi tra tombola, noccioline e qualcuno arrivato da fuori che presenzia col sopracciglio alzato.

Da una mia pena particolare potevo immaginare che qualcosa andava male nel mondo, ma non sapevo che cosa. Però, mia nonna cantava in un modo che mi fece cominciare a capire. Cantava, mentre lavorava per la casa, con furore e forza, lugubremente, a voce spiegata. Dal suo canto io imparai il linguaggio in poco tempo, ed era naturale, poiché lo avevo in me, e avevo solo da applicare le parole al ricordo. Io ero armeno. E maledicevo i bastardi che facevano tutto il male nel mondo, e non sapevo che nessuno è bastardo, e che l’amarezza dell’armeno è anche l’amarezza del turco e che il turco in sé è buono e semplice come l’armeno e che odiare l’uno significa odiare l’altro perché sono entrambi la stessa cosa.

[…] I turchi uccidevano gli armeni, e il generale Antranik e i suoi soldati uccidevano i turchi. Uccideva turchi buoni e semplici come lui e i suoi soldati, e non già turchi criminali perché i criminali si trovavano lontani dalla scena della lotta.
Occhio per occhio, ma sempre l’occhio sbagliato.

“Che ve ne sembra dell’America?” di William Saroyan

C’è un fatto inquietante: siamo qui a ricordare un genocidio tremendo, che ha quasi distrutto un popolo in nome di dis-valori nazionalisti, estremisti e fascisti. E a distanza di cento anni in Turchia è ancora vietato parlarne, ed è al potere un leader nazionalista, estremista e fascista.

Un fatto triste, preoccupante e che ci fa arrabbiare. Speriamo di vedere presto Erdogan cadere nella polvere come tanti dei suoi epigoni, eppure, come ormai sappiamo, morto un dittatore se ne fa un altro, se le persone non riescono a superare le fratture sociali e a trascendere dall’odio e dal desiderio di dominio.

Leggere voci come quelle che vi abbiamo consigliato è un buon modo per allenarsi, e per cercare di portare qualcosa di ciò che ci insegnano anche qui, nella pratica quotidiana delle nostre giornate, per vivere con attenzione, apertura, comprensione, solidarietà. Tutte cose che con i dittatori e i genocidi vanno poco d’accordo.

Leggiamo, quindi, e lottiamo per restare solidalə e giustə ogni giorno.

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