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Più Libri Più Liberi 2015 – Ecco com’è andata

Lo scorso martedì 8 dicembre ho fatto un giro alla fiera di Roma Più Libri più Liberi. Per tante ragioni: guardare i libri, guardare chi comprava i libri, parlare di libri. Salutare qualche amico. Farmi semplicemente un giro.

Negli anni passati abbiamo parlato più volte di PLPL  in modi diversi. Tanti anni fa, ai nostri esordi, la visitammo con la telecamera alla mano per realizzare le interviste digitali di Editori In Fiera. Poi, come visitatrici, constatammo un netto calo del morale e delle proposte in una fiera poco fiera.

L’anno scorso abbiamo dedicato di nuovo ampio spazio alla fiera, con tre speciali densi di consigli di lettura. I libri sono ancora in circolazione, per cui eccoli:

Più Libri Più Liberi 2014 – Parte I – I Dolori

Più Libri Più Liberi 2014 – Parte I – Le Gioie

Più Libri Più Liberi 2014 – Parte III – Ragazzi e bambini

Quest’anno mi è parso un po’ diverso dagli altri e per varie ragioni. Ho avuto impressioni contrastanti e non saprei dire se la visita mi abbia lasciato un sapore più dolce o più amaro.

Partiamo con le cattive notizie.

In un giorno festivo tradizionalmente dedicato allo svago, la fiera è rimasta semivuota dal mattino fin quasi alle 16,30 quando qualcosa ha iniziato a muoversi (e io me ne sono andata).

Qualcuno dovrebbe spiegarmi il senso di una pista di pattinaggio proprio di fronte all’entrata dell’esposizione. No, perché io ero sola, ma caso mai avessi voluto portare le mie figlie alla scoperta dei libri penso che staremmo ancora lì a litigare, loro attaccate alla ringhiera urlandomi non voglio libri, voglio paaaaahttiniiiiih.

Dentro. Un’espositrice ha riassunto abbastanza bene una visione che mi è parsa comune, se non generale.

Chi è credente ora è al Giubileo, chi non è credente ha paura dei terroristi.

Tanto per restare in tema, ho risposto:

Beh dai, tranquilla che tanto i libri non se li filano manco i terroristi!

Non sono sicura che l’ironia sia stata colta… perché a questa mia uscita caustica, qualcuno lì accanto mi ha dato ragione.

Girovagando per gli stand, ho poi trovato un netto peggioramento della situazione cataloghi.

Già l’anno scorso molti editori si erano limitati a generici, tristi segnalibri con su indicato il sito, accompagnati dalla frase: “Il catalogo è online”. A ‘sto giro, molti non avevano manco i segnalibri e hanno demandato la funzione al ditino indice, teso verso i manifesti: “Ecco, quello è il sito, ci trova online!”

Alla mia timida, ripetuta domanda: “Ma non avete nemmeno una cartolina? Un pezzo di carta tanto per ricordarmi il nome in mezzo ad altri diecimila?” le risposte andavano da un’alzata di spalle a… veri capolavori come:

“Non li ho stampati nemmeno perché il catalogo si aggiorna spesso e quindi è praticamente inutile.”

“Li avevo lasciati qui nell’angolo ieri e se li sono finiti, certa gente prende il catalogo per sport, manco li collezionassero!”

“Non me li hanno spediti in tempo.”

“Non li abbiamo stampati in tempo.”

“Tutto finito da due giorni.”

“Li abbiamo finiti tutti a Lucca, che figata, c’era il pienone, evvai!”

Risposte incredibili ma vere che ho avuto il dispiacere di udire con le mie orecchie.

E non ho davvero più parole per esprimere il mio smarrimento, di fronte a esempi tanto sconfortanti di pressapochismo, cattiva comunicazione e zero spirito imprenditoriale.

Parlando di cultura, il discorso cambia, le proposte erano tante, ma anche da questo punto di vista vorrei partire con l’amaro, anzi, con l’acido.

Ho assistito alla conferenza “Davidi contro Golia”, dedicata alla controversa fusione tra Mondadori e Rizzoli, chiamata ormai il caso Mondazzoli.

La fusione darà vita a un colosso editoriale decisamente fuori misura: che, oltre a ridisegnare gli equilibri nazionali ed europeri del libro, sta facendo letteralmente cagare sotto i suoi diretti concorrenti.
Che non sono i piccoli editori. Non sono i giovani underground. Non sono gli intellettuali maledetti. Non sono i nuovissimi indipendenti.
Sono gli altri colossi.

Colossi di numeri e anche di cultura, a voler essere giusti: alla conferenza hanno partecipato Alessandro Palombi, Chiara Valerio per Ginevra Bompiani, c’è stato un breve e simpatico intervento del Direttore di Radio3 e la conduzione abbastanza sbilanciata ma comunque consistente di Lidia Ravera.
La quale si è lamentata degli attentati al pluralismo e dei pericoli per la democrazia, per poi deplorare il fatto che “oggi con i social ogni cretino ha il diritto di far circolare la propria opinione, non è che la dice al bar, la manda in giro”. Ravera ha poi espresso parole di comprensione per gli autori che hanno lasciato Rizzoli per seguire Elisabetta Sgarbi nella sua nuova casa editrice “La nave di Teseo”. Parentesi: la Sgarbi sul programma era indicata tra i partecipanti, ma non si è vista né sentita.
Il brutto pensiero che mi viene in mente è che sia passata per una dichiarazione e abbia poi preso il volo insieme alla folla di giornalisti uscita in blocco dalla sala, tipo mandria di gnu, dieci minuti prima che la conferenza iniziasse. Ma è solo una mia personalissima ipotesi.

Gli autori di cui Ravera parlava, dicevo, “hanno bisogno di essere accuditi”, “vogliono un rapporto umano”, “hanno i loro tempi” e così via: una panoramica sinistramente accurata su viziati megascrittori arrivati che non sono forse, senza nulla togliere al valore delle loro opere, gli esempi più calzanti di ciò che c’è di vivo nella letteratura culturale italiana. Letteratura che oggi non fermenta più nei circoli né nelle cantine né per le strade… No: esiste piuttosto nei server e nei byte degli sperimentatori indipendenti, e sui blog degli autori che si costruiscono da soli la fanbase (ne ho parlato anche a proposito di Amazon Publisher). Poi vengono “scoperti”, quando si sono già fatti un culo così, senza essere accuditi da nessuno e anzi dopo essersi magari anche beccati dell’asino da Lidia Ravera perché stanno su Facebook.

Forse sono troppo polemica. Tant’è che in fondo condivido molte delle perplessità espresse dagli intervenuti, in un dibattito che però mancava completamente della controparte. Un po’ perché Mondadori si nega apposta, un po’ perché, parole letterali di Ravera, “a rappresentare la controparte doveva esserci De Cataldo che però ha avuto un impegno vero.”
Vabbè.

Comunque, in un’ora di discorsi e di lamentele le soluzioni prospettate dai presenti sono state queste:

  1. Aiuti statali e soldi pubblici all’editoria di cultura “piccola e indipendente” (Bompiani? Yacht di Teseo?). Finora lo stato ha dato milioni ai finti giornaletti di partito, è uno scandalo, ora ne vogliamo anche noi.
  2. Legge che blocchi gli sconti, così chi fa sconti tutto l’anno (Feltrinelli, cattiva!) se la prende in quel posto e i piccoli editori possono guadagnarci come si deve. Il lettore ringrazia.
  3. Speriamo comunque che l’Antitrust blocchi tutto, allora sì che le cose torneranno a posto e tutto andrà bene.

Non ho sentito, nemmeno per sbaglio, parlare di ebook: e nell’anno in cui la loro vendita è crollata, forse perché la gente si è rotta le palle di sborsare dieci euro per un epub Bompiani.
Non ho sentito uno straccio di idea nuova, di visione alternativa ai premi letterari (basta!) e alla lotta che si gioca sugli scaffali delle librerie. Qualcosa sulle librerie indipendenti si è detto, del tipo “unitevi e consorziatevi”; ma il fatto che in questo paese chi si consorzia finisce a fare l’ennesimo cartello ai danni dell’utente non importa a nessuno, non si vede, non disturba gli editori “Davidi” contro il cattivo Golia. Che grosso e prepotente lo è di certo, ma che non è la ragione per la quale l’editoria in questo paese va male.

Se c’è una cosa che mi è piaciuta, in ciò che ho sentito, è stata un’idea di Chiara Valeri, che condivido e già sento mia: bisogna cambiare la narrazione e raccontarsi vincenti, bisogna vedersi e comportarsi come i più fighi, come i migliori, e smetterla con il racconto dei poveri sbaraccati che lottano invano contro il gigante invincibile.

L’editoria va male per tante ragioni, una delle quali, si dice, è perché la gente non legge. Io credo che accada anche il contrario: tanta gente non legge perché gli editori vanno male, cioè si comportano male, fannos celte assurde, non sanno conquistare il pubblico, non raggiungono cho potrebbero e dovrebbero.

Tutti presi a questa corsa al blocco dei prezzi e alla lamentazione con il Ministro di turno… e intanto:

  • i ragazzini si buttano su Wattpad
  • gli intenditori sono costretti a imparare l’inglese e a leggere direttamente in lingua per trovare una decente narrativa di genere
  • i lettori chiedono il catalogo, ma “mi spiace non ce l’ho, segnati il sito e auguri”
  • i non lettori (non acquirenti?) sono bollati come caproni criminali senza possibilità di contatto, di conoscenza, di scoperta reciproca.

Sì, perché da scoprire ci sarebbe anche tanto.

La cosa bella di questa fiera infatti è stata soprattutto nella sostanza delle proposte letterarie e librarie.
Editoria a pagamento e pseudostamperie quasi del tutto assenti.
Titoli nuovi, originali, interessanti, militanti.
Cataloghi pensati, costruiti e ricostruiti.
Classici riscoperti e grandi autori ripubblicati con racconti minori, inediti, ritrovati.
Copertine fantastiche. Idee meravigliose. Libri belli!
Titoli per bambini e ragazzi centrati sulle emozioni, sui sentimenti, sulle relazioni, sul contatto con l’altro e con il bello del mondo.
Grafiche curate e illustrazioni meravigliose.

Non mi basterebbero dieci post per citare i titoli che mi hanno colpita e fatta fermare, e per raccontare il senso di meraviglia che mi ha colta tante volte, di fronte alla bellezza e al valore dei testi che ho incontrato.

C’è un immenso tesoro qui, nella piccola editoria vera: non nei colossi autoreferenziali e chiusi che si travestono da “Davidi”, ma nelle persone, donne e uomini, case editrici-autrici-autori, che si sbattono da soli, ci mettono i loro soldi e imparano facendo, aprono per pura passione e lottano contro condizioni difficili, con una motivazione e una forza di volontà incredibili.
Sono loro i veri vincenti, sono loro il tesoro che conquista lettori vecchi e nuovi e ci fa sognare tutti.

Però non se ne sono ancora accorti. E si comportano da poverelli, da dilettanti scalcagnati, da parenti sfigati delle Elisabetta Sgarbi che aleggiano tipo apparizioni, in una nuvola di microfoni e profumo di Cultura Indipendente… e la cultura indipendente un po’ più in basso occhieggia, aspira, e sospira.

I testi ci sono. La testa dov’è?

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