Tanto tu torni sempre – Recensione – Giornata della Memoria 2016

“Tanto tu torni sempre” è la testimonianza di Ines Figini, internata ad Auschwitz, raccolta e trasposta su carta da Giovanna Caldara e Mauro Colombo.

Un libro che ho letto con grande trasporto, perché l’ho trovato un racconto incredibilmente umano e costruttivo, anche. La personalità di Ines Figini emerge tra le righe di un racconto semplice e diretto e ci dice che restare umani è possibile, e che siamo tutti chiamati a fare bene, a custodire la memoria, a fare la nostra parte per un mondo migliore.

Ecco, io un libro così lo farei leggere ai ragazzi, nelle scuole, accanto a “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Senza nulla togliere al valore di una testimonianza che fu tra le prime, quella di Levi, e che contribuì da subito a che l’orrore dei lager non venisse fatto passare sotto silenzio, io ho sempre faticato a leggerlo: l’ansia mi attanagliava fisicamente, mi domandavo a cosa potesse davvero servire leggere di tanto orrore in modo così diretto, soprattutto a cosa potesse servire stare male, essere permeati dalla disperazione e dall’annullamento che portarono lo stesso Primo Levi al suicidio, alla fine.

Ines Figini fu deportata come lui, e soffrì, vide, visse come lui l’orrore.

Eppure le sue pagine sono piene di vita, di un prima e soprattutto di un dopo, testimoniano ma ci fanno anche sperare, ci fanno avere voglia di reagire, di parlare, di scambiarci impressioni e di lodare uno spirito tanto combattivo e insieme normale come quello che ci parla.

Ripeto: senza nulla togliere al valore testimoniale di Levi, e senza assolutamente giudicare il suo vissuto, la sua reazione di dolore assoluto e di vuoto, consiglio davvero testi come “Tanto tu torni sempre”; e come “Tu passerai per il camino”, il racconto del partigiano Pappalettera, ugualmente vivo e combattivo.

E le preferisco. Buona lettura!

“Tanto tu torni sempre” – Recensione

Giovanna Caldara, Mauro Colombo, Melampo, 2012

“Tanto tu torni sempre” è la storia di Ines Figini, che venne internata in un lager tedesco, visse la violenza concentrazionaria e sopravvisse, sia fisicamente che spiritualmente, a una delle esperienze più terribili che potremmo concepire.

Figini venne deportata per un motivo che ha dell’incredibile: osò manifestare solidarietà a i colleghi che scioperavano, nella fabbrica comense dove lavorava, e rifiutò di denunciarli. Prelevata da due repubblichini in piena notte, viene spedita alla deportazione.
Nel corso del viaggio, quando le si presenta l’occasione reale e concreta di fuggire, la rifiuta: ha paura delle rappresaglie che potreberro subire i suoi familiari, una volta scoperta la sua fuga, e resta dov’è con decisione e senza ripensamenti, pur essendo convinta come molti altri di stare andando in fabbriche di lavoro.

Invece va ad Auschwitz. Le pagine dedicate alla vita nel campo raccontano di episodi di violenza e brutalità, di disperazione, di follia, che la giovane Ines osserva accadere incredula, orrificata, eppure ancora viva, ancora in grado di reagire e di decidere. Figini decide di cercare di sopravvivere, e lo fa obbedendo, andando avanti, “spegnendosi”, per non morire.

Eppure, riesce a “rivendicare” anche lì, quando va a protestare da un soldato tedesco la diversità di trattamento tra le italiane, costrette ai lavori più pesanti, e le polacche. Mantiene dei legami, e si chiede: ma nessuno sa che siamo qui? Nessuno si interessa di noi? Riesce a ricordare i consigli di sua madre su come curare le ferite. Riesce a preoccuparsi per lo sporco e a dividere con le compagne il regalo datole dal soldato dal quale andò a protestare: pane e marmellata.

Con un pragmatismo e una resistenza incredibili, Ines ci guida nei suoi ricordi e insieme all’orrore ci mostra anche la forza e l’umanità che è riuscita a mantenere.
Come la sua cattura arriva dopo pagine dedicate alla guerra e alla vita a Como, la sua liberazione non conclude il libro.

Le pagine dedicate al ritorno, agli anni successivi, e al suo impegno di testimonianza sono altrettanto emozionanti. Come quelle dedicate al suo ritorno nel campo di Birkenau, che si trasforma in un’esperienza meditativa profonda e che le dona un senso di vera liberazione, legato al perdono e alla gratitudine per essere viva. Oppure il primo discorso in una scuola media, di fronte ai ragazzini e a domande che lei inizialmente teme, e che affronta con un piglio deciso e mite insieme, un tratto della personalità che il lettore ha imparato a conoscere.

Il racconto di Ines figini è stato riportato su carta da Giovanna Caldara e Mario Colombo, che oltre a trasporre le sue parole, in un modo molto semplice e privo di artifici letterari, hanno arricchito il libro con un ottimo impianto di note storiche e un’appendice con documenti originali. Il racconto riportato pecca alle volte di intensità, ci troviamo davanti a parole riferite senza abbellimenti, come fossero trascritte da registrazioni, e che quindi mancano di coinvolgimento. Soprattutto, abbiamo avolte l’impressione che Figini operi delle omissioni, specialmente per quanto riguarda il proprio vissuto e la propria intensa sofferenza personale.

Al di là di questi punti deboli, a mio avviso il grande valore del libro sta nel suo messaggio e nell’umanità di cui è permeato: un’umanità a volte colpita, sì, ma sempre presente, potente per il fatto di esserci.
Con parole semplici e dirette, il dolore si accompagna a una serenità ritrovata che non nega l’orrore vissuto ma lo integra in un’esperienza di vita: e vuole migliorare il mondo, non maledirlo.

Una testimonianza edificante, che dovrebbe essere proposta in lettura come contrappunto alla disperazione cosmica di Primo Levi. Per insegnare ai ragazzi di cosa è capace l’essere umano: di sopravvivere, di vivere, di fare del bene. Anche nei lager, anche dopo i lager.

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