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Fahrenheit 451 – Un classico al mese

Come “1984” di George Orwell, “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury è un romanzo divenuto classico anche al di fuori della letteratura strettamente fantascientifica: una distopia cupa, figlia degli anni in cui Bradbury era cresciuto e aveva iniziato a maturare una visione del mondo plasmata da timori personali e collettivi dell’epoca.

Se da un punto di vista letterario deve molto a due illustri predecessori, il già citato “1984” e l’ancora precedente “Brave New World” di Huxley, “Fahrenheit 451” nacque inizialmente come racconto (“The fireman”), pubblicato sulla rivista Galaxy Science Fiction nel 1951.

(In Italia fu diviso in due parti su due numeri di Urania nel 1953 e il titolo fu reso come “Gli anni del rogo”.)

Successivamente Bradbury ampliò l’opera e ne trasse un romanzo, che negli Usa vide la luce nel ’53 in edizione economica per la casa editrice Ballantine, e nella primavera successiva a puntate sull’allora giovanissima rivista Playboy, il cui sodalizio con la narrativa fantascientifica è noto agli appassionati: la rivista di Hugh Hefner ha raccolto, negli anni, racconti monumentali di veri mostri sacri del genere sci-fi.

L’opera narra di un futuro distopico presumibilmente successivo all’anno 1960 in cui la lettura – e quindi il libero pensiero – sono vietati per legge: i libri, merce illegale e assolutamente proibita, vengono bruciati dalla cosiddetta “Milizia del fuoco”, di cui fa parte il protagonista Montag.
Il suo atteggiamento verso il lavoro, di cui inizialmente non mette in dubbio l’integrità morale, cambia quando inizia a sfogliare di nascosto alcuni libri che è incaricato di bruciare. Inizia così un percorso di presa di coscienza e redenzione che sconvolgerà la sua esistenza.

“Fahrenheit 451”, scritto nello stile delicato ed evocativo che ha reso famoso Bradbury, è un romanzo figlio del maccartismo e della caccia alle streghe anti-comunista: in quegli anni venne addirittura stilata una lista nera di sceneggiatori hollywoodiani accusati di presunta ideologia comunista (tema tra l’altro alla base dell’ultimo film dei fratelli Cohen, “Ave, Cesare!”), evento che colpì Bradbury, da sempre contrario a ogni forma di censura.

“Erano tempi” avrebbe detto in un’intervista radiofonica qualche anno dopo “in cui la gente aveva paura della sua stessa ombra.”

A questo si aggiungono la fobia collettiva dell’atomica, la guerra fredda al suo apice storico e gli orrori che nazismo e stalinismo avevano perpetrato, tra le altre cose, anche contro libri e scrittori durante l’ultima guerra mondiale. Nascevano inoltre nuovi mezzi di comunicazione, dalla popolarissima radio alle prime emittenti televisive: mezzi che Bradbury guardava con sospetto, considerandoli al tempo stesso possibili forme di controllo e intrattenimenti che distoglievano le persone da attività intellettuali come la lettura.

“Fahrenheit 451” vinse molti premi: l’American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal del Commonwealth Club of California, il Prometheus “Hall of fame” Award e il Retro Hugo Award. Nel 1966, François Truffaut realizzò un lungometraggio tratto dal romanzo con l’attore Oskar Werner nei panni di Montag e Julie Christie in quelli di Clarisse.

TITOLO: Fahrenheit 451

AUTORE: Ray Bradbury

CITAZIONE: “Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.”

 

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