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La capanna dello zio Tom – Un classico al mese

Si narra che, quando Abraham Lincoln incontrò di persona Harriet Beecher Stowe, autrice de “La capanna dello zio Tom”, le abbia detto bonariamente: “Quindi è lei la piccola donna che ha provocato questa grande guerra!” Lincoln si riferiva all’impatto che il masterpiece di Beecher Stowe, “Uncle Tom’s cabin”, aveva avuto sui lettori, ravvivando la causa abolizionista e portando tanti lettori ad abbracciarla o, comunque, a vederla con altri occhi.

Harriet crebbe in un ambiente fortemente religioso, figlia di un pastore congregazionista che, assieme alla cognata della scrittrice e a quest’ultima, sosteneva le ragioni del movimento anti-schiavista. Nel 1850 Harriet scrisse “La capanna dello zio Tom”: circa due anni dopo lo avrebbe pubblicato a puntate sulla rivista National Era. Tra gli elementi che l’avevano ispirata c’era la promulgazione della Fugitive Slave Law, che proibiva di aiutare gli schiavi in fuga e rendeva obbligatorio denunciarli, perché fossero restituiti ai proprietari.

“Stare dalla parte del più debole contro il più forte: è qualcosa che le persone migliori hanno sempre fatto.” (Da Pinterest)

Il romanzo inizia con la vendita, pur a malincuore, di due schiavi da parte del proprietario Arthur Shelby: Tom, uomo dai profondi valori cristiani e non-violenti, che comprende le ragioni del padrone e non si ribella (ottenendo anche la promessa dal figlio di Arthur che un giorno lo cercherà per riportarlo indietro); e il piccolo Henry, bimbo mulatto, per salvare il quale la madre, Eliza, fuggirà nel gelido Ohio.

Ritratto di Beecher Stowe del 1853

“La capanna dello zio Tom” fu un vero e proprio best-seller del suo secolo, con 300.000 copie vendute; e, malgrado alcuni critici lo abbiano ritenuto poco aderente alla realtà storica e soprattutto culturale del profondo Sud degli Stati Uniti, ha contribuito alla causa abolizionista e antischiavista, diventandone il romanzo per eccellenza. (Come abbiamo già detto in passato, per questo motivo l’opera è stata contrapposta a “Via col vento” di Margaret Mitchell, che invece rappresentava gli schiavi quasi dal solo punto di vista dei bianchi e ricchi proprietari terrieri.) Da “La capanna dello zio Tom” sono anche nati alcuni dei più longevi stereotipi sugli afroamericani del sud, in particolare quelli che li vedevano gioviali, miti e sempre sorridenti.

Tra le (vecchissime) riduzioni cinematografiche del romanzo ricordiamo quella di J. Searle Dawley, film muto del 1918, e quella, italiana e uscita nello stesso anno, diretta da Riccardo Tolentino e interpretata dalla canzonettista Maria Campi.

TITOLO: La capanna dello zio Tom

TITOLO ORIGINALE: Uncle Tom’s cabin

AUTRICE: Harriet Beecher Stowe

CITAZIONE: “Ma che bisogno c’è di ripetere la storia, narrata troppo spesso, tutti i giorni narrata, di cuori infranti e spezzati, dei deboli affranti e torturati a profitto e vantaggio del forte?”

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