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Io, robot – Un classico al mese

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Chi non ha mai sentito parlare delle Tre Leggi della Robotica di Isaac Asimov? Nelle sue opere, i robot positronici accompagnano l’umanità come servitori, obbligati a rispettare le Tre Leggi. Questo assunto di base è lo spunto per analizzare tutti i problemi pratici e morali che ruotano attorno alla questione, e di cui l’antologia “Io, robot” è la perfetta summa.



Il titolo non fu scelto da Asimov, ma dai suoi editori, e riprendeva quello di un racconto di Eando Binder (pseudonimo collettivo dei fratelli Binder) apparso nel 1939 sulla rivista Amazing Stories. Pare che Asimov non ne fosse affatto contento, perché aveva in programma un titolo diverso e più personale (“Mind and iron”, “Mente e acciaio”). Il racconto dei Binder era tuttavia stato una grande fonte di ispirazione per lui, che lo aveva letto neppure ventenne: l’opera lo portò, poco tempo dopo, a produrre uno dei suoi racconti più famosi, “Robbie”, che apre l’antologia.

“Solo pochi anni fa, l’idea di un computer tascabile era semplicemente fantascienza.”

Asimov era solito suddividere i robot della letteratura fantascientifica in due categorie, quelli ribelli che finivano per diventare una minaccia, e quelli servili, usati dagli umani come schiavi. Si concentrò soprattutto sulla seconda categoria, esplorandone le implicazioni e diventando un autore di riferimento sull’argomento. I racconti di “Io, robot” erano tutti autoconclusivi e a sé stanti, ma furono raccolti in una cornice narrativa che fornisse loro un filo conduttore.

Personaggio chiave che lega i testi dell’antologia è la dottoressa Susan Calvin, robopsicologa, una donna fredda e forte, tanto che viene accostata più ai robot – suo oggetto di studio – che agli esseri umani con cui si interfaccia. L’interazione tra gli umani e i robot e i derivanti problemi morali sono alla base di tutti i racconti, che diventano un lungo discorso a tema sull’etica dell’intelligenza artificiale.

Asimov con la figlia Robyn

Asimov e la sua antologia sono elementi chiave della letteratura fantascientifica, ma non solo: “Io, robot” è un testo amato e letto nei contesti più disparati, scuole incluse; un’opera che travalica i confini di genere e parla un linguaggio più universale, studiando l’essere umano attraverso lo specchio deformante del robot.

La possibilità di trasformare “Io, robot” in un film fu più volte vagliata, soprattutto negli anni Settanta, quando diversi sceneggiatori tentarono di trasformare i racconti in una storia di senso compiuto per il grande schermo. Ad andarci molto vicino fu Harlan Ellison, altro nome sacro della narrativa fantascientifica (sebbene diversissimo da Asimov), ma la sua sceneggiatura fu infine giudicata troppo complessa per la tecnologia e il budget dell’epoca.

Solo nel 2004 vide la luce, per la regia di Alex Proyas, il film “Io, robot” con protagonista l’ultra-popolare Will Smith: ma si tratta di un adattamento molto (troppo) libero, che ha in parte stravolto i concetti chiave dell’opera di Asimov.

TITOLO: Io, robot

TITOLO ORIGINALE: I, robot

AUTORE: Isaac Asimov

CITAZIONE: “Tutti gli esseri viventi normali, consciamente o inconsciamente, provano rancore se qualcuno cerca di imporre loro la propria volontà.”

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