Con il vocativo, ci va la virgola!

Per i nostri appunti di editing, abbiamo già affrontato tempo la fa questione del complemento di vocazione, e del giusto modo di riportarlo sulla pagina: ovvero con la virgola, segno di interpunzione che con il vocativo è fortemente raccomandato, quando non necessario.

L’obbligatorietà del vocativo non è del tutto data nella lingua italiana, tant’è che sia la Treccani che l’Accademia della Crusca la danno come facoltativa, seppur auspicabile. Tuttavia, il nostro punto di vista è abbastanza netto, e si riassume nel titolo: con il vocativo ci va la virgola.

Le eccezioni a questa prassi, da Giosuè Carducci a Stefano Benni, ci convincono poco.
Nel caso di Carducci e di grandi poeti, possiamo dire che a un certo livello qualsiasi regola, anche la più ferrea, può essere trascesa, violata, superata: ma non è il livello di cui stiamo parlando ora.
E nel caso di Benni, come di tanti altri autori e autrici contemporanee che fanno a meno della virgola con il vocativo, constatiamo invece un effetto davvero brutto, sulla pagina e alla lettura.

Con il passare del tempo ci sembra che questa tendenza stia anche aumentando: ci imbattiamo continuamente in testi nei quali il vocativo è riportato nella frase, spesso al discorso diretto, senza alcun segno di interpunzione.

Non parliamo solo di manoscritti al loro primissimo stadio, ma di romanzi pubblicati anche con editori grandi e medi, che ci presentano dialoghi nei quali la virgola del vocativo è la grande assente della situazione.
(Complice,dobbiamo proprio dirlo, un gioco al ribasso nelle case editrici, che stringono sempre più i cordoni della borsa e affidano l’editing a chi capita, o persino ne fanno a meno.)

E la domanda che ogni volta sorge spontanea è: ma le pagate, le virgole?

Facciamo un passo indietro, e definiamo il vocativo, aiutandoci con la Treccani online:

Il vocativo è un elemento nominale o più raramente pronominale che serve a richiamare l’attenzione di un destinatario rivolgendogli la parola, e a identificarlo selezionandolo fra diversi possibili interlocutori.
Oltre che iniziare una conversazione con un destinatario nuovo, come nei primi due esempi, un vocativo può anche risvegliare l’attenzione di un interlocutore già coinvolto nel dialogo in corso. (…)
Il vocativo è una forma caratteristica del discorso orale ma si trova anche nei testi scritti.


Il vocativo è un sistema molto comodo, ad esempio, per far capire a lettori e lettrici chi sta parlando in un determinato dialogo, specie se il dialogo è un botta e risposta tra soli due personaggi, e vogliamo risparmiarci una sfilza di “disse X”, “rispose Y”.

Oppure, il vocativo serve per dare enfasi a un saluto, a una preghiera, a una frase che, appunto, contenga l’invocazione del destinatario.

Questa finezza serve però a poco, se cade già al livello base, quello della punteggiatura. Nel caso del vocativo, la virgola è intesa come pausa di respiro: questa non è l’unica funzione della virgola, e a volte non va considerata, ma nel caso di una invocazione la virgola serve a conferire la necessaria enfasi sul nome invocato, proprio tramite la “sottolineatura” della pausa.

Questa enfasi può a volte essere sottolineata da una interiezione: “oh”, “ehi”, “ehilà”, “eh”. Oppure da una particella affermativa o negativa: “sì”, “no”, “certo”. O anche da tutte e due, combinate. In questi casi la virgola va a interporsi dopo ogni parola, in questo modo:

“Ehi, Gino. Ci sei?”
“Eh, no, bello mio, ti sbagli!”
“Allora, Giansilvio! Ti sbrighi?”
“Ah, che dolore, amica mia.”
“Madamigella, all’arrembaggio!”
“Le assicuro, commissaria, che quel candeliere non è mio.”
“Credimi, Piercarlo, non lo so.”
“Oh, no, mia signora… no, pietà!

Come avete visto, se il vocativo è alla fine di una frase, possiamo sostituire la virgola con dei puntini di sospensione, o con un punto, e così via, a seconda del tono che vogliamo dare alla battuta. Se invece il vocativo è nel mezzo dell’enunciato, preceduto e seguito da altre parole della stessa frase, esso va necessariamente racchiuso tra due virgole.

La costante è che un segno di interpunzione ci deve comunque essere, sia per esigenze di tono, che di significato.

C’è una eccezione legata a una prassi comunissima, quella delle mail, nelle quali spesso la riga di apertura è un saluto, e viene spessissimo riportato senza segni di interpunzione:

Buongiorno dottoressa,
le scrivo per inviarle i miei undici romanzi in visione.

(Basato su una storia realmente accaduta!)

In questo caso sembra pesare di più la prassi, il fatto che quasi nessuno si ricorda che quel “dottoressa” è un vocativo. Ma dato che, come dicevamo in apertura, le virgole non si pagano, perché non abituarsi a scrivere correttamente il vocativo in ogni caso, senza pensarci più?

Ciao, Giulia, ciao, Elena,
come procede l’editing?

A questa regola non si lega solo un discorso di “bellezza”, e il fatto che, una volta capita la regola, trovarsi sotto gli occhi un vocativo senza segni di interpunzione ha un effetto davvero orrendo. A volte l’omissione della virgola porta a veri errori di comprensione e di costruzione della frase.

L’esempio classico è quello che abbiamo citato anche nel post Il complemento di vocazione:

Andiamo a mangiare nonna.

Qui, “nonna” appare come accusativo, ovvero come complemento oggetto che subisce l’azione del mangiare.

Andiamo a mangiare, nonna.

Qui la virgola indica senza ombra di dubbio che “nonna” è complemento di vocazione, ovvero la persona alla quale il parlante si rivolge invitandola ad andare a mangiare.

Altro esempio:

Ascolta Maria!
Ascolta, Maria!

Su un blog dedicato alla grammatica, in un post a tema, trovai un altro esempio molto efficace, in cui a confondersi non è l’accusativo, ma l’aggettivo:

Sei un grande cazzo!
Sei un grande, cazzo!

Capite quindi che, anche se la Crusca vi lascia un minimo di discrezione (probabilmente per non trovarsi con sfilze di “E allora Carducci??!!11!!”) la virgola nel vocativo è una regola praticamente obbligatoria, alla quale è meglio non derogare.

Chiaro, gente? 😉

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