Focus On

Il poeta e i nuovi proletari

Oggi segnalo la bellissima intervista a Edoardo Sanguineti, realizzata da Elisabetta Bucciarelli per Booksweb.

Nell’intervista, Sanguineti ci espone i suoi punti di vista sulla poesia e sul suo potenziale di “persuasione occulta”, e respinge un certo estremismo apocalittico che porta molti ad affermare che la nostra epoca sia impoetica: mettendo da parte le sirene “mille e non più mille” che avvelenano la vita di chi si fa buttare giù troppo facilmente, Sanguineti vede nella complessità del nostro tempo uno stimolo in più per affrontare le tematiche “calde”.


guarda l’intervista

Mi ha molto colpita, inoltre, la teorizzazione del moderno proletariato come legato al lavoro al terminale, lavoro rappresentativo della nostra società e ormai diffusissimo, ma che porta a solitudine, frustrazione e soprattutto all’incapacità di dare un senso a quello che si sta facendo. Sanguineti afferma che il lavoro davanti a un terminale sia più alienante di quello in miniera: è ovvio che è una provocazione, ma le sue parole mi hanno davvero fatta riflettere. Ho lavorato per un po’ in IBM come web producer, e osservando il mio lavoro e quello dei miei superiori, alle volte mi pareva di essere una manovale dell’html. Non mi sono incrinata le vertebre e non ho mai rischiato tisi o tubercolosi: nonostante questi indubbi vantaggi, ho lasciato lo stesso. Forse ho fatto male, ma mi pare che l’impossibilità di dare un significato a quello che si fa sia un problema diffusissimo e ancora molto poco riconosciuto.

Forse, la poesia oggi è urgente oltre che possibile, perchè con la sua evocatività criptica reagisce al bombardamento di input al quale siamo sottoposti, e può davvero superare le urla, i jingle e i rumoracci cool con il potere dei suoi sussurri.

Gargoyle Books

Da qualche tempo mi capita di sentire parlare della casa editrice Gargoyle Books, che pubblica “romanzi horror di autori stranieri”. Coincidenza ripetuta o buona strategia di marketing? Spero che si tratti della seconda, perché sono una grande sostenitrice dell’editoria di nicchia e adoro l’horror.

Mi sono imbattuta nel loro stand alla Fiera di Torino, dove  hanno presento la nuova uscita “Sherlock Holmes contro Dracula” di Estleman, pubblicato per la prima volta nel 1978 e riproposto in una veste piuttosto intrigante. Pochi giorni dopo, ne leggo una sinossi tra le recensioni dell’Internazionale:

Forse non è un libro per tutti. Ma chi sa di avere uno spirito da nerd, magari anche solo latente, apprezzerà questo pastiche letterario e la sua buffa pignoleria. La parte divertente del libro, ovviamente, non è scoprire come andrà a finire, ma vedere come l’autore riesce a tenere insieme due personaggi così diversi in un intreccio “filologicamente” verosimile. E il risultato, nonostante qualche ingenuità, è a suo modo sorprendente. Anche solo per il fatto che la pedanteria del detective finisce per rendere insolitamente simpatico quel povero maligno senza pace del vampiro. Sherlock Holmes contro Dracula è stato scritto nel 1978 e da allora viene continuamente ristampato in una lingua o in un’altra. Un romanzo popolare in tutti i sensi.

Questo è un commento!

Ho ritrovato la Gargoyle Books sfogliando Dampyr, il fumetto della Bonelli di cui non perdo un numero. Nell’introduzione al volume di questo mese, tra la corrispondenza e le notizie che riguardano il mondo horror, spiccava la copertina di un’altra uscita Gargoyle Books: si tratta di “Lo zio Silas” di Sheridan Le Fanu, mostro sacro e famoso autore di “Carmilla”. “Lo zio Silas” è un titolo meno conosciuto, ma senza alcun dubbio varrà la pena leggerlo. Intanto, linko la prefazione del prof. Melani, docente di Letteratura Inglese e Letterature Straniere Moderne dell’Università della Tuscia.

Sheridan Le Fanu

Mi sembra che la Gargoyle Books abbia intrapreso una strada interessante: merita un applauso per le buone idee e la scelta di pubblicazioni di qualità, titoli magari già pubblicati ma che possono essere riletti, valorizzati, riscoperti. Ho richiesto una copia del catalogo delle prossime uscite e tra le notizie vedo che hanno in cantiere un altro titolo bomba: “Dr.Jekyll contro Mr.Holmes“: miiiooo…

Insomma, a fronte di tante lamentele sulla crisi di idee e di valori (anche monetari…) dell’editoria, ecco un bell’esempio di dinamismo e intelligenza.

Asteroidi e satelliti… letterari

Notizia di qualche giorno fa: un ex aviatore tedesco ha affermato di essere stato l’autore dell’abbattimento dell’aereo sul quale volava Antoine de Saint-Exupéry, autore de “Il Piccolo Principe”. La confessione di Horst Rippert, pilota della Lutwaffe, è raccolta nella biografia di prossima uscita in Francia “Saint-Exupéry – L’ultimo segreto”, autori il sommozzatore Luc Varnell e il giornalista Jacques Pradel.
Sembra che l’uomo abbia ammesso che, nel diventare pilota, si ispirò proprio alla figura di  Saint-Exupéry, già famoso ai suoi tempi, e che per molto tempo ha sperato di non aver abbattuto proprio l’aereo dell’ammirato scrittore. Ne sapremo di più all’uscita del libro, che di certo farà molta eco: la morte dell’autore di uno dei più venduti romanzi per ragazzi (secondo solo a Harry Potter… fottuto maghetto…) è rimasta a lungo avvolta nel mistero, e molti l’hanno paragonata a quella del suo piccolo personaggio.
 

 
Anche i ritrovamenti di alcuni aerei nella zona della presunta caduta di Saint-Exupéry sono stati oggetto di discussione, perché gli apparecchi erano dotati di armi che lo scrittore sembra non volesse a bordo. La fonte è Wikipedia e non voglio sbilanciarmi sulla veridicità della notizia, ma se fosse reale, il personaggio di un pilota scrittore che in tempo di guerra vola con un’apparecchiatura fotografica sarebbe ancora più suggestivo.
 
Suggestivo è anche il fatto che esista un asteroide dal nome ispirato a quello dove ha casa il Piccolo Principe: il 2578 Saint-Exupéry. E suggestivo è anche il nome di una navetta spaziale europea che in questi giorni ha superato gli ultimi test: Jules Verne. La fantasia e l’immaginazione a volte sconfinano nella realtà, si mischiano a essa, ed è bello ritrovare la creatività dei nostri amati scrittori, e i sogni che ci regalano, realizzati anche così.

Le fanfiction

Cos’è una fanfiction? Si mangia? Morde?

Questa è la domanda che si pongono alcuni quando sentono questo termine, entrato nell’uso comune di molti fandom bene o male distanti da quello letterario – nonostante descriva un’attività che prevede proprio il mezzo-scrittura per essere espletata.

Le fanfiction, come invece tanti altri sanno, sono racconti di lunghezza variabile ispirati a opere di vario genere già esistenti, di cui l’autore riprende personaggi e situazioni per elaborare nuovi intrecci o approfondire elementi già introdotti. In realtà la libertà d’azione per l’autore di fanfiction è molto vasta; Wikipedia riporta una sommaria classificazione delle fanfiction, di cui cito le principali:

fanfiction canonica: non altera la continuity della storia originale
OC (original character): introduce un nuovo personaggio rispetto alla trama originale
OOC (out of character): i personaggi sono quelli originali, ma il loro carattere è sensibilmente modificato
AU (alternative universe): i personaggi sono quelli originali, ma l’ambientazione storica o geografica è differente
Crossover: uso di personaggi appartenenti a due o più opere diverse

Le principali fonti di materia per le fanfiction sono manga, anime, comics in generale, telefilm, film e romanzi. Gli autori sono appunto fan che elaborano un percorso creativo a partire dalle loro opere preferite. Tra le matrici più inflazionate, la storica Star Trek (ma anche altre serie sf di culto come Spazio 1999), manga celebri come Dragonball e, nell’ambito della letteratura in sé, la saga di Harry Potter.

Le fanfiction circolano principalmente in Rete e, almeno in Occidente, non approdano mai alla carta stampata per questioni di copyright. Nei vari fandom, tuttavia, si tratta di un’attività gettonatissima ed esiste letteralmente una valanga di racconti di questo tipo; la maggior parte sono ovviamente scadenti (gli autori non sono scrittori né aspiranti tali e il loro sforzo non è volto all’esercizio stilistico), ma se ne trovano anche di molto belli – a volte assai più riusciti di moltissimi lavori “originali”.

Audiolibri

Gli audiolibri hanno avuto una grande diffusione negli USA, forse perché graditi a una maggioranza poco avvezza alla lettura ma curiosa, e aperta alle novità e all’ “elevazione” fornita dalla letteratura. Di certo, il gigantesco bacino d’utenza del mercato anglosassone ne ha favorito il successo.

 


ma gli audiolibri si diffondono ovunque…

Qui in Italia, che io sappia, gli audiolibri non sono molto in voga, non se ne parla molto, e i lettori che conosco non ne fanno uso. Eppure, non sarebbe una cattiva idea trasformare le ore passate imbottigliati nel traffico in momenti letterari, e la sera, dopo il lavoro, riposare un po’ gli occhi doloranti e sorbirsi una novella di Conan Doyle interpretata da Giannini. E non dimentichiamo che per molti non vedenti e ipovedenti gli audiolibri sono una gran bella risorsa.

In rete ci sono molte risorse dedicate alla letteratura anglofona: oltre agli audiobooks del Gutemberg Project, via Uno studio in Rosso ho trovato questa raccolta con alcuni titoli gratuiti, ma basta una veloce ricerca in Tuttogratis e portali simili per trovarne molte altre. Per l’italiano, dal blog di Scrittura Creativa sono arrivata a un archivio della RAI che mette a disposizione degli utenti tantissimi titoli, letti dalla giornalista e scrittrice Cinzia Tani.
Non sono molto d’accordo con Luca Lorenzetti, blogger di Scrittura Creativa, quando afferma che la Tani è una brava lettrice… secondo me è tremenda. Tralasciando la pronuncia romana, che è difficile da cancellare come so per esperienza personale, mi sembra che la lettura della Tani sia particolarmente sciatta, si mangia le parole ed è un po’ monocorde. Forse il mio gusto personale mi porterebbe a preferire qualche attore istrionico, ma preciso.

Comunque, a me l’idea degli audiolibri non dispiace, anche se parte del fascino della lettura sta nel silenzio e nella nostra vocina interiore che scandisce le parole per noi, con la pronuncia e l’interpretazione che preferiamo. Ma ogni tanto, suvvia, si può fare uno strappo alla regola…


Sicuramente ascolta “Io sono un gatto” di Soseki Natzume!


Segnalo alcuni link dai quali scaricare gratuitamente: il portale di riferimento è ilNarratore.com, che ha una buona sezione gratuita.  Qualcosa è su  Audiolibri.it, con un ricambio dei titoli. Non mancano progetti culturali ambiziosi e di ampio respiro come LIBRIVOX, portato avanti da volontari, e alcune risorse rese disponibili dall’Associazione Italiana Subvedenti. E casomai vi venisse in mente di cercare sul P2P, dove trovereste fiumi di audiolibri, romanzi, novelle a palate, io vi direi: cattivi, non, si fa, è illegale! Per cui non provateci nemmeno, sovversivi.

Diritto d’autore, pirateria, condivisione: parliamone

La prima rivoluzione industriale avviene in Inghilterra all’inizio del ‘700 ed “esplode ” dalla nascita delle enclosures, le recinzioni ai terreni demaniali che escludono piccoli contadini e pastori dall’uso della terra.

Si può dire che una cosa del genere avviene anche nel campo editoriale con la diffusione del diritto d’autore.
L’evoluzione del diritto d’autore va di pari passo con quella del mestiere dell’editore e del mercato librario, condizionato anche dall’alfabetizzazione e dall’industralizzazione.

Il diritto d’autore è un’invenzione moderna e, giusta o meno che sia, è anche figlia della rivoluzione industriale che tanto ha cambiato la storia umana.

Il concetto è condivisibile: riconoscere lo status del creatore dell’opera d’ingegno.
Nella pratica il diritto d’autore è spesso usato come una recinzione che esclude chiunque non cacci i soldi, e tanti: niente “visione in pubblico”, niente fotocopie, nessuna possibilità di citazione, niente lucro, niente “profitto personale” (è il decreto Urbani: se scarichi qualcosa poi non te lo vai a comprare e quindi hai un profitto personale. E si parla di sanzioni penali.)

Ora però viviamo nel bel mezzo di un’altra rivoluzione: quella dell’informazione.

La circolazione libera dei contenuti sta oltrepassando il loro mercato, la condivisione prende piede sulla proprietà privata tanto cara alle rivoluzioni borghesi.

Anche il diritto d’autore  vive momenti difficili. Tutto iniziò con Napster: sembra un’eternità, ma non sono passati nemmeno dieci anni. I file musicali furono i primi a essere condivisi, seguiti dai video grazie alle connessioni a banda larga, e con l’avvento dei lettori  ebook (in Italia ancora da venire, per la verità…) possiamo trovare sul P2P moltissimi titoli da scaricare gratuitamente e leggere o stamparci per conto nostro. (Segnalo un post interessantissimo di Gamberetta riguardante la distribuzione gratuita degli ebook e i vari formati in circolazione: è una miniera di informazioni!)

È ovvio che una cosa simile non piace a tutti. La “pirateria” dei contenuti è equiparata al furto, e (in certi bei cartelloni che si vedono in certi megacinema) al terrorismo, “paura… eh?”
Si invoca una regolamentazione di internet agitando lo spauracchio di pedofili, maniaci e (indovinate?) terrorismo, “paura… eh?”!

Ma la pratica di milioni di singoli utenti aggira il copyright e non giocano più secondo le regole imposte.

Chi ignora le regole della guerra, e fa la guerra, anzi in questo caso la guerriglia, fuor delle regole, contro le regole, anzi, del gioco, quasi sempre vince.

Non è un generale americano che parla di terrorismo, ma un brano sulle Cinque Giornate di Milano, da “Ai miei cari compagni” di Bianciardi. Ma è una regola sempre valida!

Più che remare contro una marea, quindi, molti si stanno rendendo conto che è il caso di cercare di ricavarci qualcosa in ogni caso. Sulla rivista di  Altroconsumo leggo:

Musica online, QTRAX: un primo passo
La notizia è di quelle che fanno di certo piacere a chi chiede a gran voce la possibilità di scaricare legalmente musica dalla rete senza dover pagare. Negli States (per ora solo lì) ha aperto i battenti Qtrax, un sito che, in accordo con le major discografiche, (che hanno però di recente smentito) permette la distribuzione di file musicali via P2P in maniera gratuita grazie ai proventi della pubblicità.

Premesso che, se per ascoltare una canzone o vedere un video devo sciropparmi la pubblicità, continuo a scaricarmelo via BitTorrent, segnali come questo ci dicono che qualcosa si sta muovendo in favore dello sharing.

Parliamo di libri: è di oggi la notizia che Paolo Coelho incoraggia lo sharing dei suoi lavori, e ne LINKA le fonti dal suo sito ufficiale!  Secondo la sua esperienza, lo sharing non scoraggia le vendite, ma anzi è un ottimo mezzo di pubblicità gratuita.

Questa è anche l’opinione di alcuni scrittori esordienti nostrani, come Giulio Della Rocca e Simone Maria Navarra, che basano l’autopromozione sullo sharing e la diffusione gratuita.

Inoltre, sempre più blogger e “creatori di contenuti” (comprese noi!) si affidano alla licenza Copyleft, che tra le tante opzioni può vietare l’uso dei contenuti a scopo commerciale mantenendone “aperto” l’uso, nella filosofia del P2P.

Come avvenuto per la musica e per i video, lo scambio libero di letteratura sta prendendo piede. E all’estero comincia a diffondersi la pratica di far girare gratis i libri, per poi far pagare ai lettori le presentazioni in libreria e gli eventi legati al romanzo, equivalenti letterari del “concerto”. Ovvio che le inziative contrarie sono molte e anche pesanti (l’UE rischia di alzare NOVANTACINQUE ANNI la durata dei diritti d’autore, come in USA) ma i modi per contrastare i grandi interessi ci sono.

Supportare la piccola editoria? No: supportare le BIBLIOTECHE.
Le biblioteche, che sono le progenitrici del P2P, che sono troppo poche, pagano a oggi una tassa sul prestito in favore degli editori.

In Italia ci sono più di 8000 comuni: se ci fosse almeno una biblioteca per comune che acquistasse qualche titolo con periodicità e metodo, molti editori vedrebbero triplicare i fatturati.

E non mi si tirassero fuori discorsi del tipo: ma io il libro lo voglio mio, il tocco della carta sotto le mani, la mia mega libreria… l’acquisto, il possesso, le carezze sulle coste sono lussi, e in quanto tali si pagano.

La cultura, però, la cultura pubblica, libera e aperta, è un’altra cosa.

Pagamento o on-demand?

Ancora sulle case editrici a pagamento. Da Riaprire Il Fuoco, blog di Ettore Bianciardi, leggiamo che Repubblica ha pubblicato un articolo sull’argomento:

Dunque anche Repubblica dopoIl Giornale si occupa degli editori a pagamento e dice esattamente le stesse cose che diciamo noi da qualche mese. Quelle cose che ci fanno passare per maleducati, per mascalzoni, per le quali ci minacciano querele, per quelle idee che fanno decidere molti a lasciare il blog e non rivolgerci più la parola. Adesso per coerenza fate lo stesso con Il Giornale e La Rebubblica, o non ve la sentite?

Di bello c’è che l’opinione pubblica sta assumendo un punto di vista più definito sull’editoria a pagamento. Fino a qualche anno fa queste case editrici operavano in modo più silenzioso, mentre oggi l’argomento è discusso e pubblicizzato in modo molto più consistente, dando la possibilità ai più sprovveduti di farsi un’idea e di proteggersi. C’è chi si è appena avvicinato al mondo della scrittura, e non sa, non è informato – anche se informarsi dovrebbe essere un dovere. Per questa fetta di scrittori, è bene che di editoria a pagamento si parli il più possibile per spiegare che non è vero che non si può pubblicare altrimenti, come molti vogliono tendenziosamente far credere. Si può pubblicare senza pagare, a meno che non si sappia scrivere. Chi non lo sa fare, non vuole imparare e non ha voglia di fare la gavetta, può lasciar perdere (non sta scritto da nessuna parte che non si può vivere se non si pubblica!).

C’è poi chi sa benissimo a cosa va incontro. Questo gruppo si divide a sua volta in due sottocategorie: chi, una volta toccato con mano il frutto della sua scelta (cinquecento copie di un libro inservibile da smerciare agli amici), inizia a lamentarsi (come se tutto ciò non fosse prevedibile fin dall’inizio); e chi, invece, fa finta di niente e inizia a dirsi “scrittore”, a spargere qua e là un libro privo di editing, pubblicato alla cazzomannaggia, senza rendersi conto di avere in mano un prodotto impresentabile.

C’è una domanda che fanno in molti, e che voglio riproporre qui: piuttosto che pagare una cifra esorbitante per pubblicare con una casa editrice a pagamento, se proprio non si può sopravvivere senza stampare il proprio libro, non è meglio rivolgersi al print-on-demand? Il servizio è lo stesso, il conto decisamente meno salato.

J.T. LEROY e la fiction nella fiction

Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” di J.T. Leroy è un romanzo che ha fatto impazzire i lettori più disparati: la storia autobiografica di un ragazzo appena ventenne, cresciuto da una madre prostituta e tossicomane fra abusi sessuali e violenze di ogni tipo. Si parlava di una grandissima promessa della letteratura, un giovane in grado di fare della narrativa una catarsi e al contempo uno strumento artistico di profondo valore.


Leroy ha una storia di vita che sembra già di per sé un romanzo, una disastrata fiction partorita dalla mente del Palahniuk di turno. Il 22 giugno scorso è venuto fuori che le cose stavano esattamente così: J.T. Leroy non è mai esistito; i suoi romanzi (il primo, “Sarah”, è del 1999) sono stati scritti da una donna, Laura Albert, la quale si è inventata tutto: la biografia di Leroy, le sue vicissitudini, fino al suo personaggio reale – nelle apparizioni pubbliche, Leroy era infatti “interpretato” da una ragazza. Una messinscena editoriale coi fiocchi, se consideriamo che decine di celebrità hanno osannato il fantomatico scrittore e che dal suo libro è stato tratto un film (ne era in arrivo un secondo da “Sarah”, poi annullato).


Premesso che alla Albert le cose non sono più andate tanto bene da quando è stata scoperta, è interessante notare come questo caso possa essere letto in chiave di fiction nella fiction, o meglio, fiction che sconfina nella realtà: il libro in sé è solo un accessorio per la vera finzione, per il vero racconto, che è quello portato avanti nel mondo reale. Paradosso artistico?


Dal sito di Fazi (che l’ha pubblicato in Italia):


«Ingannevole è il cuore più di ogni cosa è un libro affascinante, che rimescola istantaneamente le emozioni e coinvolge i lettori nella vita dei personaggi. L’aspetto più straordinario del libro è che si viene catturati dalle circostanze e dalle vite dei personaggi e si rischia di lasciarsi sfuggire la qualità della scrittura, che è eccezionale. Uno dei motivi per cui il libro è così potente ed efficace è il modo bellissimo in cui è strutturato e scritto».

Hubert Selby, Jr.


«Potente. LeRoy riesce a trattare in modo semplice le emozioni più complesse e a descrivere, senza traccia di odio o autocommiserazione, le gesta più efferate».

«Newsweek»

«Il linguaggio di JT Le Roy è lirico e vivido come un fiammifero acceso davanti al viso».

«New York Times»


…accidenti, non si notava affatto che non fosse un uomo!

                                                                                               [Elena]

Una parentesi sull’editoria a pagamento

Negli ultimi tempi si è parlato, anche in questa sede, di case editrici a pagamento, della loro politica, del ruolo in un mercato editoriale ingolfato.

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Fogli e portafogli – II

Che dire… il mio post-fiume sui mali dell’italica editoria non ha avuto molto successo di pubblico… e dato che non posso concepire che la mia arte oratoria abbia fatto cilecca, me la prenderò con il mondo che non capisce niente (è una cosa che non passa mai di moda). Poiché nessuno ha risposto, inferisco che le biblioteche pubbliche sono poco frequentate.

Mi sbaglio? Ai posteri (o ai commenti) l’ardua sentenza… intanto l’UE pretende che l’Italia si adegui alle direttive comunitarie. Niente di nuovo, se non fosse che la direttiva in questione prevede il pagamento del prestito bibliotecario. Non mi sto spiegando male, è proprio così: è introdotto il principio di  “remunerazione degli autori e degli editori per i prestiti effettuati in biblioteca”, il nuovo incantesimo verbale: il prestito remunerato.

Parafrasando Beppe Grillo, discusso ma non fesso, quando il furto viene chiamato “contabilità creativa” e i carri armati “operatori di pace” è in atto un furto di parole. Le parole sono importanti, per questo la loro manipolazione è così diffusa, come nel caso della “remunerazione per i prestiti”, una buffonata.
Vi invito a leggere l’articolo di Wu Ming 2 “Biblioteche fuorilegge“, che pur essendo un po’ datato (la questione del prestito a pagamento si trascina da qualche anno) è veramente illuminante. Bello anche il video di Dario Fo sul sito dedicato alla  campagna europea contro la tassa sul prestito: NON PAGO DI LEGGERE!

 


 

Nel post FOGLI E PORTAFOGLI, ho cercato di buttare un po’ di carne al fuoco, ma quello che volevo far emergere è che è possibile un diverso modo di concepire il mercato librario ed editoriale.
Per blog, ho visto spesso il bannerino IO SUPPORTO LA PICCOLA EDITORIA DI QUALITA, e, pur considerandolo positivamente, ritengo che non sia affatto risolutivo della pessima situazione che ci circonda – ammesso e non concesso che l’esporre il banner si traduca poi in un REALE sostegno alla piccola editoria, e non in una semplice dichiarazione di intenti.

Una casa editrice non è “di qualità” per definizione solo perchè è “piccola”, è cosa voglia dire “di qualità” è tutto da verificare. Per quanto attiene alla mia esperienza, moltissime piccole case editrici imitano di fatto le grandi, lanciano titoli a tutto spiano, incrociano le dita e sperano nel best seller.
Il progetto culturale che dovrebbe esistere dietro un catalogo editoriale,  nei fatti non c’è quasi mai. Oggi siamo in balia della politica del titolo singolo, slegato dal contesto, del concetto di “novità”, che sta producendo danni su tutti i livelli della scacchiera: autoriale, editoriale, di lettura.

Sto delirando? Probabile. Però credo fermamente che un modo per dare una bella spallata al sistema sia quello di NON COMPRARE più niente: l’astensione del portafogli è più sovversiva di quella politica.
La musica non è morta con l’avvento del P2P, anzi, si sta modificando in un modo che per me è molto positivo. Perchè non provarci anche con i libri?

L’Italia degli 8000 comuni deve diventare l’Italia delle 8000 biblioteche“. Riuscite a immaginarlo? Belle come multicenter, ma libere dalla schiavitù del falso “libero mercato”.
Smettiamola di pagare qualsiasi cosa e riprendiamoci il nostro diritto alla cultura!

Giulia