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L’uso della “d” eufonica – Appunti di editing

Il mese scorso, tra i commenti all’ultimo appunto di editing (relativo al complemento di vocazione), la nostra lettrice Rose ci ha chiesto di fare chiarezza anche su un’altra questione: l’uso della “d” eufonica.

D o non D?

Si chiama “d eufonica” quella che viene aggiunta alle congiunzioni semplici “e”, “o” (quest’ultimo caso molto più raro) e alla preposizione propria semplice “a”.

Come suggerisce l’aggettivo “eufonica”, la “d” serve per migliorare il suono: si utilizza infatti quando la parola successiva alla congiunzione o alla preposizione inizia con la medesima vocale. Per farla breve:

Lo spinsi ad accettare il lavoro.

Un film grandioso ed eccellente.

Volete condividere le vostre impressioni od osservazioni?

Si tratta di una questione che attiene, più che all’editing, alla correzione di bozze e alle specifiche scelte redazionali di una casa editrice. Utilizzare la “d” eufonica al di fuori dei casi citati, infatti, non è un errore grammaticale in senso stretto, dato che non esiste una regola formale che ne vieti l’uso quando la parola successiva inizia con una vocale differente (“Essere ed avere”). Addirittura ne esiste un caso specifico, “Ad esempio”, in cui si richiede di inserirla nonostante ciò vada contro quanto detto finora.

In breve, più che una regola è una consuetudine, che comunque è bene rispettare. Proprio perché si chiama “eufonica” va utilizzata per migliorare il suono, e questo accade solo nei casi presi in esame (laddove, quindi, la parola che segue congiunzione/preposizione inizia con la stessa vocale).

Quindi meglio evitare grafie come:

Miro ad essere buono.

Amare ed avere non sono sinonimi.

Dolci, pasticcini od addirittura torte.

Presentare a un editore un manoscritto ripulito dalle “d” eufoniche improprie contribuisce a dargli una veste professionale e più accurata, che impressionerà favorevolmente chi vi legge.

Di contro, nessun buon romanzo è mai stato cestinato perché la consuetudine della “d” eufonica non è stata rispettata: non essendo un vero e proprio errore grammaticale, starà al correttore di bozze risolvere la questione.

Douglas Adams, l’Universo e tutto quanto

“Il succo della storia fin qui.
Al principio fu creato l’Universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa.

(Ristorante al termine dell’Universo)

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Emilio che spezzò la penna

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Letture per l’Unità d’Italia

Ciao a tutti! Domani sarà il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia e anche noi vogliamo ricordare questa ricorrenza tanto sentita, nel bene e nel male, nella nostra società.

Ci sono state molte polemiche, alcune stupide e ignoranti (traduzione: leghiste!), altre meno strumentali, e che ci hanno spinto a riflettere sulla situazione del nostro paese.

Il Risorgimento è un tema ancora spinoso, a volte è mistificato o non è capito, forse andrebbe ripreso. Ricordo quando l’ho studiato a scuola, al liceo: una grande massa di date e movimenti di soldati, pochi concetti, il significato mi sfuggiva. E così anche per voi?

Ci sono dei libri, però, che forse possono aiutarci  a “entrare” in quel periodo e, perché no, a ripensare in modo più informato al nostro passato.
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Riflessione sulla qualità – parte II

Ciao a tutti,

come Elena, anche io in questi giorni sono assorbita dalla discussione relativa alla “spazzatura d’autore” aperta sul forum di Writer’s Dream da NayaN. Gli interventi di Elly sono ottimi (oste, è buono il vino? XD) e ce ne sono anche molti altri davvero interessanti. Anche involontariamente.

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Riflessione sulla qualità

Vorrei segnalare una interessante discussione aperta sul forum del WD da una delle amministratrici, NayaN, che ha portato a un articolo sul blog del WD (nel quale è stato citato anche un mio intervento sull’argomento) e che ha a sua volta portato a una discussione sulla pagina Facebook del WD.

La domanda iniziale era: perché tanti libri di esordienti pubblicati da editori free sono di scarsa qualità o a malapena sufficienti? Partendo dal presupposto che un editore free guadagna sulle vendite, a rigore di logica dovrebbe pubblicare libri di qualità che siano appunto vendibili. Questo, però, non sempre accade.


Fori di proiettile lasciati da un lettore scontento

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Il “romanzo inattuale”

Vi segnalo un pezzo pubblicato su “Il Fatto quotidiano” in cui Andrea Pomella si interroga sulla questione della forma letteraria del romanzo nel mondo di oggi e in un ambiente non solo letterario ma ipermediato come il nostro. Secondo Pomella, la letteratura italiana perde terreno, cristallizzata in forme che forse andrebbero ripensate e spesso troppo dipendente dal voler creare a tutti i costi una relazione con il cosiddetto “tempo presente” cronachizzato e sensazionalizzato.

La forma romanzo ha una resistenza fortissima ad ammettere le mutazioni di un’epoca e questa riluttanza può arrivare fino alla completa cecità di fronte alle peculiarità che costellano il nostro tempo. Tuttavia, credo che una delle ragioni che spiegano la depressione psicotica in cui versa la letteratura contemporanea italiana sia da ricercare proprio nella rincorsa, a volte tormentosa e straziante, di una relazione del testo col tempo presente.

Le forme del racconto, è un fatto,  si evolvono e il romanzo è un’espressione non solo letteraria, non solo narrativa, ma anche storica. In parte, condivido la critica alla letteratura italiana, specie per quanto riguarda questa corsa alla violenza che riguarda un po’ in generale alcuni generi letterari come il noir e il thriller, o almeno quelli che “sfondano” da noi e che quindi vengono imitati (di solito, ahimé, malamente, in una corsa in discesa in cui editori golosi incoraggiano scrittori vanitosi con la complicità di editor superficiali).

Non sono però molto sicura che la forma romanzesca sia obsoleta semplicemente perché la nostra epoca è “dominata dalla velocità dei flussi d’informazione, dagli spot di 3 secondi, da una specie di puzzle ipnotico-sensoriale che ci racconta di storie in perenne mutazione“. In questa visione stona il fatto che i prodotti librari più venduti negli ultimi anni siano romanzi lunghi diverse centinaia, se non migliaia di pagine, spesso addirittura articolati in saghe. Al contrario, esperimenti come i racconti venduti singolarmente e i vari libretti da leggere in metropolitana (per non dire di quelli pensati per il cesso…) restino in una nicchia senza imporsi nemmeno nel dibattito.

Forse i tempi non sono maturi. Forse questi spot, questi flash di cui siamo circondati non costituiscono di per sé un racconto e non bastano a decretarne il cambiamento formale. Forse non siamo ancora pronti a dire addio a quella pagina della storia umana occidentale che ha fatto la fortuna della forma romanzo.

Se l’hai scritto… vai spennato

Cari amici,

a qualche giorno di distanza dal nostro rivoluzionario spottone editoriale, vi segnalo un intervento davvero chiarificatore dell’autore e giornalista Giampaolo Simi che riguarda l’editoria a pagamento. In questo caso, si parla del famigerato portale IlMioLibro.it.

Dico “famigerato” a ragion veduta: avevo parlato del portale poco dopo la sua nascita nel post dal titolo, non casuale, “Se l’hai scritto va stroncato”. IlMioLibro.it aveva i numeri per diventare  un ottimo portale di stampa on demand, ma così non è stato. I segnali c’erano tutti:

Ilmiolibro.it si presenta come portale dedicato ai libri e più in particolare ai romanzi… è ilmiolibro, capito? Il mio libro, il mio caro libro, con la miafoto sopra. È talmente smaccato che rasenta la faccia tosta, non abboccate, diamine!

Nella sua nota, Giampaolo Simi scrive:

Spacciare un librificio per corrispondenza come una rivoluzione dal basso significa anche negare che esistano una competenza, un talento e un ruolo propri del narratore. Tutte cose che, invece, riconosciamo naturalmente a chi sa far crescere una vigna o delineare un piano di ammortamento, centrare l’angolino da trenta metri o far cantare quattro pistoni come se fossero nuovi.

Lo scrittore è un professionista e un artigiano, e non ci si improvvisa nessuna delle due cose. Semmai si può imparare un mestiere, fare la gavetta, tentare… E forse fallire. Ma pagarsi la vittoria rende solo doppiamente sconfitti.

Focus on: la figura dell’editor

Ci sono state recenti polemiche e discussioni che ci hanno portato a una riflessione su alcune vittime della nuova editoria italiana. Per “vittime” non intendiamo persone fisiche, ma figure professionali e politiche editoriali che hanno da sempre avuto un ruolo fondamentale in questo settore, al punto da esserne elementi caratterizzanti.

In particolare abbiamo notato una massiccia distorsione, quando non soppressione, di una figura professionale storica: l’editor.

Prima che qualcuno salti su accusandoci di conflitto di interessi, vorrei chiarire che non mi riferisco agli “autonomi” come noi, ma proprio all’editor che lavora in seno a una casa editrice.

Sembra che oggi il lavoro dell’editor non sia più prioritario, almeno in alcune curiose realtà editoriali: abbiamo notato però che, spesso, si cerca di far passare questa situazione non solo come regola, ma addirittura come consolidata tradizione.

Quello che vorremmo fare oggi, quindi, è un po’ di chiarezza sull’argomento.

Che cos’è l’editor? Inizio copiando e incollando parte della definizione che ne dà Wikipedia (usando la versione italiana del termine, ovvero “curatore editoriale”):

[…] in generale il compito del curatore è anzitutto mantenere i rapporti con l’autore per conto della casa editrice, assicurandosi che il materiale ricevuto sia conforme alle aspettative dell’editore, verificare e correggere i testi (non in termini di refusi, poiché questo compito spetta al correttore di bozze) ed evidenziare carenze o aggiustamenti, che saranno richiesti all’autore affinché il libro assuma la forma finale per la pubblicazione, nel rispetto degli standard contenutistici e formali stabiliti per la collana nella quale la pubblicazione sarà inserita.

Analizziamo alcuni elementi di questa definizione: innanzitutto, la distinzione tra “editor” e “correttore di bozze”, che oggigiorno mi sembra parecchio confusa. Gli errori di grammatica, i refusi, la punteggiatura e via dicendo, la cui correzione viene spesso associata all’editor, sono invece il lavoro del correttore di bozze. Tutto ciò che è sfuggito all’autore durante le sue doverose revisioni del manoscritto, inclusa l’impaginazione (qui il discorso sarebbe più ampio, perché riguarda anche le specifiche regole redazionali di una casa editrice), viene segnalato dal correttore di bozze.

Cito da un interessante articolo esplicativo apparso su Bottega Editoriale (e di cui vi consiglio di leggere il testo integrale):

Nella fase di correzione su carta gli errori da correggere sono segnati utilizzando una serie di segni e artifici grafici che si basano su un codice consolidato di modo che, quando il testo passerà nelle mani del grafico impaginatore, che materialmente trasformerà le correzioni a penna in nuovo testo digitale e poi cartaceo, non vi saranno difficoltà nella comprensione delle modifiche precedentemente apportate dal redattore.

Perciò, non solo non è l’editor che rende un manoscritto pubblicabile in senso stretto, ma non può essere neppure l’autore, trattandosi di un’operazione che richiede particolari know how professionali.

Abbiamo chiarito cosa non è l’editor: ci resta da chiarire cosa è.

Un libro non nasce mai tale. Il percorso inizia dal manoscritto, il cui artefice è l’autore, che opera autonomamente o in base a precedenti accordi. Il mestiere dell’autore riguarda dunque, in prima istanza, il momento creativo.

L’editore è un imprenditore che, attraverso scelte editoriali come la politica di catalogo, porta avanti un discorso culturale più o meno definito.

Il punto di raccordo fra questi due elementi è proprio l’editor, il cui lavoro non è secondario né a quello dell’autore, né a quello del direttore editoriale.

L’editor lavora sul manoscritto, o meglio lavora il manoscritto. A stretto contatto con l’autore, interviene sulla “materia grezza” fornita da quest’ultimo e la trasforma secondo diverse necessità e finalità, che possono avere a che fare con problemi strutturali dell’opera, punti di forza da sfruttare, elementi di debolezza da eliminare; non ultimo, l’editor può sposare e omogeneizzare le finalità dell’autore e dell’editore nel contesto del discorso editoriale e culturale di cui abbiamo parlato.

Come si possa fare a meno di una figura del genere mi è tuttora oscuro. E, badate bene, questo discorso vale tanto per molte case editrici a pagamento quanto per certi gruppi editoriali dai fatturati stellari. In entrambi i casi non c’è politica di catalogo, non c’è discorso culturale, non c’è finalità qualitativa ma solo quantitativa, anche se in modi differenti. La sostanza, però, resta la stessa: o meglio, è l’assenza di sostanza a rimanere invariata.

Ripesco una vecchia intervista che ci rilasciò il sommo Marcello Baraghini, fondatore e direttore editoriale di Stampa Alternativa, un intervento assolutamente unico in cui spiegò, tra le altre cose, l’importanza dell’editor in una casa editrice:

[…] C’è una figura che i grossi editori hanno abbandonato: l’editor. L’editor è più importante del direttore editoriale. L’editor è una figura più importante del direttore editoriale…di me! Perché trasforma le pietre grezze: non c’è mai un testo pronto per andare in stampa, ma deve passare al vaglio e alla cura di un editor – Calvino fu editor; Vittorini fu editor; Bianciardi fu editor […]

Riportare un solo stralcio dell’intervista è un delitto, visto che Baraghini ci offrì, pur in pochi minuti, una serie di considerazioni grandiose senza soluzione di continuità.

Cos’è quindi l’editor?

L’editor è una figura professionale fondamentale nel contesto di una casa editrice e non è – come spesso si vuole far passare – un elemento di cui si possa fare a meno. Se manca l’editor, si vira verso qualcosa di diverso da ciò che tradizionalmente si intende per “editoria”. Ed ecco che spunta all’orizzonte la vittima successiva: la qualità.

C’era una volta…

Leggendo un articolo su Corriere.it, in cui Paolo Di Stefano si lancia in un’appassionata difesa delle fiabe tradizionali citandone alcuni aspetti non proprio centrali, mi sono trovata a riflettere sulla fiaba.

In “Quei libri per bambini, senza buoni né cattivi” Di Stefano prende le mosse dalla critica a una pubblicazione di “fiabe rivisitate” (con dubbio gusto, mi pare di capire ): “E morirono tutti felici e contenti”. Da lì, Di Stefano delinea un “o tempora, o mores” in difesa della cara vecchia fiaba:

Sarà che bisogna abituare i bambini, da subito, al mondo in cui vivranno. Come dire: niente illusioni, cari ragazzi, le cose purtroppo vanno così. Il fatto grave è che non esiste più, per i nostri figli e nipoti, neanche nella fantasia, un altro mondo in cui cercare scampo e da cui uscire rinfrancati.

Questo passaggio in particolare mi ha suscitato forti dubbi: perché le fiabe tradizionali non sono affatto nate, né sono raccontate per far “evadere dalla realtà” bambini e bambine. Al contrario, spesso contengono elementi di una ferocia raccapricciante.

Le fiabe trattano, con un linguaggio questo sì molto diverso da quello di oggi, temi controversi e pesanti, dando loro lo stigma di tabù. In “Pelle d’Asino”, ad esempio, il Re inconsolabile per la perdita della Regina si innamora della ragazza che più le assomiglia: la loro giovane figlia, che inorridita fugge per evitare il matrimonio con suo padre. Una perifrasi nemmeno troppo velata che presenta al bambino la realtà dell’incesto e il suo orrore.

La volontà di dare ai nostri figli e figlie dei mondi di fantasia dove fuggire è tutta moderna: nata con la “creazione” dell’infanzia borghese, e in seguito con le favolette Disney piene di lieti fini e pucciosi animali antropomorfi che cantano canzoni.

Il concetto del “cercare scampo”è una proiezione che distorce la realtà. Un desiderio che l’adulto ha e che proietta sul bambino, ma ricordiamoci che:

bambini e bambine sono già bravissime a immaginare, evadere, fantasticare e creare da sole, è una facoltà umana che nell’infanzia può dispiegarsi facilmente; è certamente favorita e nutrita dagli stimoli ma è fisiologica, non c’è bisogno di fiabe, il racconto è innato.

bambine e bambini hanno bisogno di essere introdotti alla realtà: noi adulti non dobbiamo proteggerli con l’escapismo, ma trovare le parole giuste a seconda dell’argomento e del contesto. E la fiaba è sempre stata il modo principale per farlo: la fiaba è “istruttiva”, trasmette valori e significati, non fugge di fronte ai problemi ma mostra attraverso un linguaggio simbolico i modi per vincerli.

Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.

Gilbert K. Chesterton

Tralascio qui il discorso relativo agli archetipi junghiani, foriero di altre possibili e lunghe considerazioni. Ma ila fiaba è un veicolo di trasmissione culturale che va al di là della singola storia: i conflitti tremendi delle fiabe sono narrati anche per fornire chiavi di interpretazione culturali, cioè proprie di quella certa cultura che le genera; e per spiegare il mondo in cui si andrà a vivere, servendosi di metafore e simboli in una cornice allegorica. Allegoria NON vuol dire finzione, tanto meno fuga dal reale, anzi!

Il fantastico è vero, naturalmente. Non è reale, ma è vero. I bambini lo sanno.

Ursula K. Le Guin, “Il linguaggio della notte”

Di tutto questo, nel pezzo di Di Stefano non c’è alcuna traccia. C’è invece un rovesciamento, un artificio retorico che si serve del paradossale e dell’esagerazione, ma che secondo me dimostra proprio come sia sfuggito il punto della questione, la natura e la funzione della fiaba.

Fossero nate oggi, le fiabe più famose sarebbero ben diverse: Biancaneve verrebbe stuprata da Brontolo ben prima di essere raggiunta dal bacio del principe azzurro; Cappuccetto Rosso ucciderebbe sua nonna per portarle via la pensione.

“Quei libri per bambini, senza buoni né cattivi”, Paolo Di Stefano

Ecco, questi sono periodi a effetto, ma fuori strada. Perché nelle fiabe di una volta si faceva anche peggio di così! 

Vogliamo parlare dei vecchi tempi?
Non andiamo troppo indietro nel tempo: ne “La Sirenetta” di Andersen il lieto fine (che Di Stefano nel suo articolo rimpiange) consiste nel fatto che la Sirenetta fallisce il suo scopo e muore sciogliendosi nella spuma del mare, ma il Buon Dio, impietosito, le dona un’anima (che essendo una creatura marina non ha) consentendole di varcare le soglie del Paradiso. Yuppi!
Risaliamo indietro. “Cappuccetto Rosso” fa parte di un corpus di fiabe risalenti più o meno alla Francia del Re Sole, come del resto la Bella Addormentata. In queste fiabe, protagoniste indiscusse sono le Fate, creature magiche che possono essere di una crudeltà raggelante. Sono in buona compagnia con i crudeli nani, sleali, ributtanti e politicamente scorretti, che fanno di tutto per poter estorcere a re e regine le loro figlie in spose e spesso ci riescono. Oggi – non ieri – si chiamerebbe stupro. La popolarissima fiaba del nano Tremotino, dove la principessa scampa per il rotto della cuffia, va di pari passo con altre fiabe nelle quali i nani si portano via la malcapitata di turno “facendone la propria moglie”, per dirla bene.

Nelle fiabe nordiche, una componente molto presente è quella del fratricidio. C’è un conflitto aperto tra un fratello minore furbo e intelligente, Ceneraccio, e i suoi fratelli maggiori invidiosi e sleali, che non perdono occasione per buttarlo in crepacci, venderlo come schiavo ai troll o direttamente ucciderlo e farlo a pezzi.

Un’altra componente nordica è quella dei Troll, noi li chiameremmo Orchi, che assalgono i viandanti e li mangiano. Spesso, giovani principesse vengono fatte a pezzi per poi essere ricomposte dall’eroe grazie a qualche unguento magico e i Troll vengono gabbati e si trovano a mangiare i propri figli.

Per le fiabe italiane, penso che la lettura di Calvino consenta già di farsi un’idea del modo in cui una dura realtà veniva introdotta ai/alle bimbe; passando per le fantasmagoriche “Le Mille e una Notte” fino alle fiabe di Fedro mutuate da Esopo, mi sembra che ci sia molto materiale per poter dire che sì, una volta era diverso… i lupi erano cattivi e pericolosi (non cuccioloni minacciati dall’estinzione) e i cattivi erano davvero cattivi.

I bimbi e le bimbe si divertivano lo stesso, ma rabbividivano anche. E almeno erano avvisati, con buona pace di qualche lieto fine in meno.