Biblioteche e Librerie

Ancora sulle librerie: una visione

Ciao a tutti! Nel post precedente Elly ha dato voce a un’amara riflessione sullo statuto dei supermercati del libro: principalmente, sull’efffetto disastroso che hanno sulla qualità generale del mercato del libro. Parliamo di qualità dei titoli promossi, ma parliamo anche di qualità di un servizio di consulenza del cliente e di cura dei cataloghi editoriali, e di qualità di lavoro. I mega bookstore, infatti, si servono sempre più spesso di personale interinale, giovane e motivato, certo, ma anche sottopagato e fatto lavorare in condizioni disastrose. E dato che sono stata uno di quei lavoratori per un po’, so di cosa parlo.

L’alternativa al mega bookstore, però, esiste.
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Megabookstore: riflessione amara

Pomeriggio da Feltrinelli: io, Giulia e la sua bimba di un anno e mezzo. Lei è alla ricerca di un’edizione economica di Ubik di Philip K. Dick e del racconto di Ray Bradbury Accendi la notte, opera per bambini da regalare alla bimba (cerchiamo di indottrinarla fin da subito).

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Biblioteche in coma. Da due settimane.

Cari amici,
vi “rimbalzo” una notizia sconcertante appresa via Linkiesta. Da due settimane, le biblioteche italiane sono offline e non sono ingrado di aggiornare i loro cataloghi, lasciando fuori dalla registrazione – e quindi dall’acquisizione di fatto, e quindi dalla nostra lettura – decine di migliaia di titoli.

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Il destino delle librerie indipendenti

Ieri mi è capitato di vedere al TG2 un servizio sulle librerie indipendenti. Piuttosto breve, potete vederlo QUI


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In sostanza, si mettono in rilievo le difficoltà che hanno le librerie indipendenti a far fronte alla concorrenza dei grandi megastore del libro, posti enormi, con assortimenti impensabili per una piccola libreria, che offrono anche musica, riviste, giochi e DVD e, dato che sono sempre legati a grandi marchi editoriali, possono offrire sconti maggiori sui prezzi di listino e ottenere condizioni favorevoli dai distributori.

Il tasto dolente è quello dell’approvigionamento dei libri. I maggiori distributori propongono condizioni che non sono favorevoli per una libreria indipendente e richiedono delle garanzie e una disponibilità liquida già all’apertura, quando si stanno affrontando i grossi investimenti investimenti e non c’è la vendita vera.

Proprio per questo non mi sembra che la soluzione proposta dal servizio sia quella migliore: i librai infatti chiedono una legge che fissi il tetto massimo di sconto al 15%, in modo da non essere sopraffatti dalle maggiori possibilità dei megastore del libro.

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Sherlockiana, addio

Il 31 marzo ha chiuso la Sherlockiana di Milano, libreria storica della città che ha aperto a metà degli anni Ottanta ed è stata un riferimento per gli amanti del genere. Se ne è parlato molto, la libreria ha avuto tempi difficili prima di oggi ed è stata salvata dall’aiuto di scrittori e lettori affezionati. Tuttavia il sostegno generoso non serve se non ad arginare i danni, e Tecla Dozio, la proprietaria della libreria, non può lottare oltre.

 


Le piccole librerie sono schiacciate da un mare di elementi: la concorrenza dei multicenter enormi; le condizioni dei distributori e degli editori che per un libraio indipendente possono essere proibitive (nonostante continuo a ripetere che tra conto vendita, rese, sconti e tredicesime copie, come sono trattati i librai qui in Italia…); il mercato composto da un 10% di forti lettori acquirenti che non riesce a sostenere tutti, a fronte di un 90% che non legge o non compra – come me, che di libri ne leggo cinque-sei al mese ma li prendo in biblioteca o nei mercatini.
Per ultimo, un fattore che qui mi sembra determinante: il totale disinteresse delle amministrazioni e delle istituzioni pubbliche nei confronti delle piccole realtà di valore.

Leggiamo qualche stralcio della lettera di Tecla Dozio in cui commenta la sua chiusura:

La decisione di chiudere la libreria non è stata facile e ci ho perso il sonno per qualche mese.
I motivi sono molti. Non è solo la solita e cronica mancanza di denaro, ma la consapevolezza di non avere possibilità reali.

Quando un’attività non incassa abbastanza, ogni intervento è di tamponamento e le grosse crisi diventano cicliche. Infatti questo è stato.

Non finirò mai di ringraziare le centinaia di persone che mi hanno aiutata in questi anni, ma non si può, credetemi, vivere in uno stato di continua emergenza.

Il Comune di Milano (…) non ha rispettato nessuna delle sue promesse.

Questo ultimo punto è approfondito, insieme alle difficoltà attraversate con la burocrazia, le promesse, i contratti fasulli e le strutture fatiscenti, in quest’altro intervento della Dozio. Leggetelo, ne vale la pena se non altro per capire che quelle che sentiamo dai tromboni istituzionali sono parole di circostanza, le loro promesse non sono che veline, ma poi ai fatti c’è un atteggiamento da parte di chi gestisce il patrimonio pubblico che non fa differenze tra struttura e struttura e pretende una risposta aziendale anche quando si parla di Cultura“.

Forse, la ragione più importante per cui la libreria ha chiuso dopo tanti anni di sforzi della sua timoniera risiede proprio nella sofferta decisione di quest’ultima:

Sono stanca, dedico alla libreria molte ore al giorno e sono sola.
Dirigo una collana di gialli e mi sento in colpa verso gli autori. (…) Questo mi crea ansia e avrei dovuto scegliere di abbandonare la Todaro editore.
Me ne voglio andare da Milano.
Desidero ritmi lenti e la natura intorno a me e tempo per leggere non solo quello che devo, ma anche quello che amo.
Questa libreria occupa tutto il mio tempo e trascuro gli amici.

Insomma, una persona che ha scelto un mestiere che le piaceva e che ha coniugato al commercio un’attività culturale si ritrova in una via crucis che le allontana ogni altra cosa, ogni piacere, ogni tranquillità. Come non rispettare la sua scelta di tirare il fiato?

Piovono risposte

La Associazione Librai Italiani, organizzatrice della caccia al tesoro “Caccia alle librerie” di cui ho parlato poco tempo fa, ha pubblicato le risposte al questionario proposto ai concorrenti, consultabili QUI. Io ho fatto dodici, nel senso che ho fatto dodici svarioni, e come si legge sono perfettamente nella media.

Infatti il comunicato stampa della conclusione dell’iniziativa recita:

Tra i circa 750 gli iscritti alla competizione, sono stati 500 i partecipanti di cui solo 90 hanno concluso la gara. Nessuno ha ottenuto il punteggio pieno, pari a 60 risposte esatte su 60 domande. Il risultato migliore a Palermo, dove una concorrente ha indovinato 59 domande. Il punteggio medio emerso tra le 50 librerie delle 15 città italiane che hanno ospitato la caccia è stato pari a 48 risposte esatte.

Riconoscendo lo sforzo e la passione per i libri dimostrata dai concorrenti, in deroga al regolamento che prevedeva l’assegnazione di 100 libri soltanto a chi avesse risposto bene a tutte e 60 le domande, l’Ali ha deciso di premiare i primi tre classificati di ogni città, regalando 50 libri al primo, 30 al secondo e 20 al terzo. A chi ha concluso la caccia sarà, comunque, dato in omaggio un libro e il Calendario 2009 “Le fate sapienti 7” edito dall’Ali–Confcommercio.

Si conclude con una nota di ottimismo:

Facendo tesoro di questa esperienza, ascoltando i suggerimenti provenienti dai nostri associati e dai concorrenti, l’Ali organizzerà il prossimo anno una nuova edizione della Caccia, con l’ambizione di creare un evento di aggregazione socioculturale di rilevanza nazionale.

Che altro dire? Complimenti davvero a chi ha concluso la caccia e a chi si è aggiudicato i premi libreschi, e ad maiora!

Caccia a un senso a tutto questo

Post domenicale d’eccezione per raccontarvi la mia (dis)avventura alla “Caccia alle librerie” di ieri.

Partita con annunci alla ingegner Cane che parlavano di 10.000 libri in palio e 100 libri ai primi 100 partecipanti, la “caccia al tesoro nelle librerie d’Italia” si è persa in un pessimo coordinamento, e alla fine ha avuto luogo grazie alla buona volontà e al lavoro dei librai.
I partecipanti erano otto, le librerie che hanno aderito solo quattro: Il Libraccio di via Candiani, il Libraccio di via Arconati, il Libraccio di via Solferino e la Libreria Mahler di via Conchetta. Tutte si sono distinte per la voglia concreta di giocare e di aiutare i clienti/utenti, mentre l’organizzazione si è distinta per la voglia di fare tutto pizza e fichi come poi è stato.

Già per l’iscrizione, infatti, ho avuto dei problemi. A via Candiani non sapevano niente (era l’ultimo giorno), erano stati informati dell’esistenza di questa caccia al tesoro ma nulla di più. Si sono subito attivati, e mi hanno mandato per email tutte le istruzioni, più la scheda in cui avrei dovuto mettere i miei dati e le risposte ai questionari (riguardanti ovviamente autori e titoli libreschi) che avrei ricevuto di tappa in tappa. Evvai!

Ora, signori della corte, io mi domando e dico: se mi danno il questionario, e io alzo il telefono e chiamo l’amico che googla a tutto spiano, che “caccia” è? Perché sprecarsi a fare domande trabocchetto, paradossi, giochi di parole, e non dare direttamente la stringa di parole chiave da far cliccare, a sto punto?
Due ragazze mi hanno assicurato che è così a tutte le cacce al tesoro: deploro pubblicamente questa generazione che sta in libreria di sabato mattina, anzichè drogarsi o guidare sbronza per il cornettoecappuccino.

La ragazza che ci ha distribuito le schede ci ha avvisati sibillina: “nel regolamento vi abbiamo avvisato di portare delle cose per aiutarvi”. Ecco appunto, il regolamento diceva esattamente questo: “potrebbero essere indicati oggetti da portare”.
Che vuol dire, ho chiesto, che se venivo col PC connesso in wireless e l’enciclopedia andava bene? Risposta: sì! …D’oh!

Ecco, da lì le cosa sono precipitate. E non che io sia più onesta (lo sono) o più sportiva (lo sono) degli altri, ma il mio cellulare aveva le pile scariche, l’ho portato così, per fargli prendere aria, per cui mi sono dovuta affidare solo al mio cervello… e a qualche scambio pietoso di copiature dove google non arrivava e i miei neuroni sì (?).

Qualche assaggio dei quesiti, alcuni davvero  carini, che ho risolto brillantemente da sola, vi sfido a fare lo stesso:

Non è quella delle parabole di Gesù né quella che raggiunse Maometto: l’autore è stato in Laguna.
Critica letteraria per peripatetici che amano la natura.
Non è un artista figurativo ma con le parole ci ha dipinto Procida.
Pagine di confronto a due: l’autore è delle Langhe, quest’anno il centenario.

Questo mi ha chiamata in causa direttamente, non potevo non risolverlo:

Un volume e un film interminabili per chi non ama il genere fantasy.

Su questo mi sono incagliata, alla fine l’ho barattato con un Hemingway e tre matite:

Il titolo con due “d”, l’autore ha un “esse”.

Alla mia risposta a questo va la palma dell’idiozia, ma prima di sfottere ricordate che voi non eravate lì e io sì, e senza google, senza l’aiuto del pubblico e senza caffè!

Un titolo con due difetti: entrambi possono impedire il confronto.

Chi scrive ha risposto: “La solitudine dei numeri primi” di Giordano. Il bello è che poi l’ho anche suggerita!

Seconda parte: l’insostenibile pesantezza del traffico.
Guardate sul tuttocittà e scoprirete che le quattro librerie citate sono quelle, in assoluto, con la massima distanza possibile tra l’una e l’altra. Non so che fine abbia fatto la famiglia bibliofila venuta a piedi, e non so cosa avrei fatto io se avessi usato la bici e non lo scarabeo che mi ha maledetta per tutta la circonvallazione.
Cari amici dell’ALI, menti sopraffine che avete ideato il tutto, mi spiegate perchè fare una caccia al tesoro privilegiando chi si affida ai motori di ricerca e non al proprio talento bibliofilo, chi conta su falò di combustibili fossili e non sulle proprie forze assetate di cultura?

Insomma, la Vostra riesce ad arrivare all’ultima stazione, tra semafori, intuizioni geniali e minchiate spaziali dove non le veniva una risposta plausibile. Consegna l’ultimo questionario in una fanfara di trionfo. Ma il libraio, quasi a scusarsi, le indica una frasetta scritta in calce al foglio, che recita: Se la tua caccia vuoi concludere devi portare in visione 3 opere tra quelle citate. (Attenzione! I libri saranno timbrati)

Cioè cosa? Devo tornare a casa, rovistare tra libri l’ultimo dei quali acquistato anni fa (sia lode alle biblioteche pubbliche) e tornare a timbrarli? corso-san-gottardo-viale-certosa andata e ritorno?

“Beh, in realtà… tutti gli altri hanno preferito COMPRARLI direttamente…”

COMPR… ho debolmente protestato che obtorto collo non compro un bel nulla e il libraio mi ha anche dato ragione. Sono uscita. Penasvo confusamente di tornare a casa e speravo di avere tre titoli da riportare al gentile libraio, insieme alla mia scheda piena di stronzate autoprodotte, per concludere quell’incubo. All’altezza di piazza XXIV maggio, ho incontrato il gatto e la volpe che mi hanno convinta a piantare  il questionario, dal quale nascerà un meraviglioso Albero delle Risposte. Così, fiduciosa, me ne sono andata al cinema.

Chi avrà vinto, alla fine?

Fogli e portafogli

In questi giorni, la blogosfera bibliofila ospita un dibattito molto interessante (e acceso) riguardante le varie forme di letteratura e il loro rapporto con il mercato librario. Un fulcro della discussione è l’atteggiamento e il ruolo che gli esordienti hanno in questo ambiente difficilissimo popolato di fabbrizzicorona, sia lettori, sia scrittori e stampatori.

Tutto cominciò con Aldo Moscatelli, e un post al vetriolo contro certi concorsi letterari vagamente truffaldini, e contro chi non vede l’ora di farsi truffare pur di avere “la quarta di copertina di celebrità” (come boutade non so quanto sia riuscita…mah). Le blogger Laura e Lory hanno rincarato la dose  chiedendosi ragione dei comportamenti di certi autori emergenti. Si sono pronunciati in tanti, e il “Mosca” ha chiuso il cerchio con un post semiserio sull’editoria, nel quale commenta i commenti (noi ci siamo portate avanti e lo abbiamo pure intervistato, tie’!)

A me prudevano le mani, mi sono letta tutto, ho aperto millemila popup per commentare anch’io… ma poi mi venivano cose lunghissime, ridondanti, i classici commenti che si saltano a pie’ pari. Piuttosto che intasare gli spazi altrui (ma prima o poi un commento umano mi uscirà, non mi arrendo), ho preferito scriverci direttamente un post, che se è un siluro uno può sempre cliccare sul crocino e chiuderlo, piuttosto che slogarsi il medio a furia di scrolling.

Nei blog si parla tantissimo di editoria e scrittura. L’università sta recuperando anni di ritardo, e fioriscono gli studi accademici sull’editoria, sulla sua nascita, sui suoi perchè (consiglio a tutti di leggere i lavori dei proff. Ferretti, Cadioli, Spinazzola, Turi, che mettono ordine in un argomento intricatissimo e forniscono validi strumenti di critica). Le stamperie on demand e le case editrici che richiedono un contributo agli autori fioriscono. Ogni anno escono sul mercato migliaia di novità. Ogni anno la percentuale di lettori cala.

Al di là degli arricciamenti di naso verso scrittorucoli miliardari (ma non citiamone sempre e solo uno, altrimenti ne facciamo un paradigma, quando in realtà è solo un clone), secondo me qui siamo di fronte a una questione sociale che coinvolge tutte le parti in causa, ma che non è esclusiva dell’editoria. Dalla rivoluzione industriale di metà Ottocento, che ha gradualmente allargato i confini del “mercato” fino a giungere a quello di massa, la nostra società ha assistito a una generale alfabetizzazione, a allo stesso tempo a una generale monetizzazione di tutto quello che ci circonda (tra un po’ sarà la volta dell’aria, con l’acqua ci stanno già provando).

Anche quando entriamo in libreria, non siamo cercati e interpellati come lettori, ma come consumatori. Il nostro portafoglio, non la nostra istruzione, fa differenza per gli editori moderni: per TUTTI gli editori moderni, solo che c’è chi tenta di conciliare cultura e impresa, chi mette su un’impresa per amore della cultura, e chi se se fotte:  vende libri come vende pezzi di pizza, conti in banca, vacanze, assicurazioni (sì, avete capito… è sempre lui).  La casa editrice è un’azienda  (almeno finchè la politica non si deciderà a promuovere illibro dal rango di merce a quello di bene… seeeee!) ,  e anche qui la vincono atteggiamenti imprenditoriali. Però ricordiamocelo sempre: i colossi editoriali di oggi si sono creati in base a congiunture favorevoli, non per meriti letterari o perchè i lettori li hanno premiati, ma grazie a concentrazioni di capitale extra editoriale – e adesso comandano loro. Secondo me dovremmo tenerlo sempre a mente prima di disprezzare il lettore medio o dare tutta la colpa a chi compra in base a quello che dice la televisione.

Il successo di un titolo, infatti, non dipende da chi lo compra. Paradossalmente, dipende da quanto ci si spende per lanciarlo, soprattutto per promuoverlo. Questo aspetto è stato trascurato nel dibattito dei bibliofili, ma è importantissimo, perchè secondo l’ottica di chi comanda il libro è un prodotto, chi lo compra è un consumatore, e le corde del consumatore, non quelle del lettore, bisogna pizzicare. Fai un regalo, appaga la curiosità, scopri di che si tratta, non rimanerne fuori, DIVERTITI: sono argomenti a cui pochi di noi, in generale, sanno resistere. E c’è anche chi non ha fatto dei libri la sua vita, chi si interessa di altro, e non per questo è un idiota o un babbuino: leggere non è il suo campo, e si lascia manovrare come magari noi ci lasciamo abbindolare per le crociere, per sky, per le auto.

Secondo me la cultura con la cappa maiuscola non è e non sarà mai un aspetto di massa, non di questa massa. La competenza letteraria si acquista con tempo e fatica che non tutti hanno, e non è questo grande problema: spero che siate d’accordo con me, non ritengo un essere meno umano perchè meno colto. Ognuno ha la propria ricchezza, non pretendo che la mia sia la più valida.

Per finire, quindi, voglio fare a tutti i lettori, che giustamente si lamentano della mercificazione del libro, una semplice domanda: quanti di voi frequentano le biblioteche pubbliche

Giulia