Biblioteche e Librerie

Fogli e portafogli – II

Che dire… il mio post-fiume sui mali dell’italica editoria non ha avuto molto successo di pubblico… e dato che non posso concepire che la mia arte oratoria abbia fatto cilecca, me la prenderò con il mondo che non capisce niente (è una cosa che non passa mai di moda). Poiché nessuno ha risposto, inferisco che le biblioteche pubbliche sono poco frequentate.

Mi sbaglio? Ai posteri (o ai commenti) l’ardua sentenza… intanto l’UE pretende che l’Italia si adegui alle direttive comunitarie. Niente di nuovo, se non fosse che la direttiva in questione prevede il pagamento del prestito bibliotecario. Non mi sto spiegando male, è proprio così: è introdotto il principio di  “remunerazione degli autori e degli editori per i prestiti effettuati in biblioteca”, il nuovo incantesimo verbale: il prestito remunerato.

Parafrasando Beppe Grillo, discusso ma non fesso, quando il furto viene chiamato “contabilità creativa” e i carri armati “operatori di pace” è in atto un furto di parole. Le parole sono importanti, per questo la loro manipolazione è così diffusa, come nel caso della “remunerazione per i prestiti”, una buffonata.
Vi invito a leggere l’articolo di Wu Ming 2 “Biblioteche fuorilegge“, che pur essendo un po’ datato (la questione del prestito a pagamento si trascina da qualche anno) è veramente illuminante. Bello anche il video di Dario Fo sul sito dedicato alla  campagna europea contro la tassa sul prestito: NON PAGO DI LEGGERE!

 


 

Nel post FOGLI E PORTAFOGLI, ho cercato di buttare un po’ di carne al fuoco, ma quello che volevo far emergere è che è possibile un diverso modo di concepire il mercato librario ed editoriale.
Per blog, ho visto spesso il bannerino IO SUPPORTO LA PICCOLA EDITORIA DI QUALITA, e, pur considerandolo positivamente, ritengo che non sia affatto risolutivo della pessima situazione che ci circonda – ammesso e non concesso che l’esporre il banner si traduca poi in un REALE sostegno alla piccola editoria, e non in una semplice dichiarazione di intenti.

Una casa editrice non è “di qualità” per definizione solo perchè è “piccola”, è cosa voglia dire “di qualità” è tutto da verificare. Per quanto attiene alla mia esperienza, moltissime piccole case editrici imitano di fatto le grandi, lanciano titoli a tutto spiano, incrociano le dita e sperano nel best seller.
Il progetto culturale che dovrebbe esistere dietro un catalogo editoriale,  nei fatti non c’è quasi mai. Oggi siamo in balia della politica del titolo singolo, slegato dal contesto, del concetto di “novità”, che sta producendo danni su tutti i livelli della scacchiera: autoriale, editoriale, di lettura.

Sto delirando? Probabile. Però credo fermamente che un modo per dare una bella spallata al sistema sia quello di NON COMPRARE più niente: l’astensione del portafogli è più sovversiva di quella politica.
La musica non è morta con l’avvento del P2P, anzi, si sta modificando in un modo che per me è molto positivo. Perchè non provarci anche con i libri?

L’Italia degli 8000 comuni deve diventare l’Italia delle 8000 biblioteche“. Riuscite a immaginarlo? Belle come multicenter, ma libere dalla schiavitù del falso “libero mercato”.
Smettiamola di pagare qualsiasi cosa e riprendiamoci il nostro diritto alla cultura!

Giulia

Fogli e portafogli

In questi giorni, la blogosfera bibliofila ospita un dibattito molto interessante (e acceso) riguardante le varie forme di letteratura e il loro rapporto con il mercato librario. Un fulcro della discussione è l’atteggiamento e il ruolo che gli esordienti hanno in questo ambiente difficilissimo popolato di fabbrizzicorona, sia lettori, sia scrittori e stampatori.

Tutto cominciò con Aldo Moscatelli, e un post al vetriolo contro certi concorsi letterari vagamente truffaldini, e contro chi non vede l’ora di farsi truffare pur di avere “la quarta di copertina di celebrità” (come boutade non so quanto sia riuscita…mah). Le blogger Laura e Lory hanno rincarato la dose  chiedendosi ragione dei comportamenti di certi autori emergenti. Si sono pronunciati in tanti, e il “Mosca” ha chiuso il cerchio con un post semiserio sull’editoria, nel quale commenta i commenti (noi ci siamo portate avanti e lo abbiamo pure intervistato, tie’!)

A me prudevano le mani, mi sono letta tutto, ho aperto millemila popup per commentare anch’io… ma poi mi venivano cose lunghissime, ridondanti, i classici commenti che si saltano a pie’ pari. Piuttosto che intasare gli spazi altrui (ma prima o poi un commento umano mi uscirà, non mi arrendo), ho preferito scriverci direttamente un post, che se è un siluro uno può sempre cliccare sul crocino e chiuderlo, piuttosto che slogarsi il medio a furia di scrolling.

Nei blog si parla tantissimo di editoria e scrittura. L’università sta recuperando anni di ritardo, e fioriscono gli studi accademici sull’editoria, sulla sua nascita, sui suoi perchè (consiglio a tutti di leggere i lavori dei proff. Ferretti, Cadioli, Spinazzola, Turi, che mettono ordine in un argomento intricatissimo e forniscono validi strumenti di critica). Le stamperie on demand e le case editrici che richiedono un contributo agli autori fioriscono. Ogni anno escono sul mercato migliaia di novità. Ogni anno la percentuale di lettori cala.

Al di là degli arricciamenti di naso verso scrittorucoli miliardari (ma non citiamone sempre e solo uno, altrimenti ne facciamo un paradigma, quando in realtà è solo un clone), secondo me qui siamo di fronte a una questione sociale che coinvolge tutte le parti in causa, ma che non è esclusiva dell’editoria. Dalla rivoluzione industriale di metà Ottocento, che ha gradualmente allargato i confini del “mercato” fino a giungere a quello di massa, la nostra società ha assistito a una generale alfabetizzazione, a allo stesso tempo a una generale monetizzazione di tutto quello che ci circonda (tra un po’ sarà la volta dell’aria, con l’acqua ci stanno già provando).

Anche quando entriamo in libreria, non siamo cercati e interpellati come lettori, ma come consumatori. Il nostro portafoglio, non la nostra istruzione, fa differenza per gli editori moderni: per TUTTI gli editori moderni, solo che c’è chi tenta di conciliare cultura e impresa, chi mette su un’impresa per amore della cultura, e chi se se fotte:  vende libri come vende pezzi di pizza, conti in banca, vacanze, assicurazioni (sì, avete capito… è sempre lui).  La casa editrice è un’azienda  (almeno finchè la politica non si deciderà a promuovere illibro dal rango di merce a quello di bene… seeeee!) ,  e anche qui la vincono atteggiamenti imprenditoriali. Però ricordiamocelo sempre: i colossi editoriali di oggi si sono creati in base a congiunture favorevoli, non per meriti letterari o perchè i lettori li hanno premiati, ma grazie a concentrazioni di capitale extra editoriale – e adesso comandano loro. Secondo me dovremmo tenerlo sempre a mente prima di disprezzare il lettore medio o dare tutta la colpa a chi compra in base a quello che dice la televisione.

Il successo di un titolo, infatti, non dipende da chi lo compra. Paradossalmente, dipende da quanto ci si spende per lanciarlo, soprattutto per promuoverlo. Questo aspetto è stato trascurato nel dibattito dei bibliofili, ma è importantissimo, perchè secondo l’ottica di chi comanda il libro è un prodotto, chi lo compra è un consumatore, e le corde del consumatore, non quelle del lettore, bisogna pizzicare. Fai un regalo, appaga la curiosità, scopri di che si tratta, non rimanerne fuori, DIVERTITI: sono argomenti a cui pochi di noi, in generale, sanno resistere. E c’è anche chi non ha fatto dei libri la sua vita, chi si interessa di altro, e non per questo è un idiota o un babbuino: leggere non è il suo campo, e si lascia manovrare come magari noi ci lasciamo abbindolare per le crociere, per sky, per le auto.

Secondo me la cultura con la cappa maiuscola non è e non sarà mai un aspetto di massa, non di questa massa. La competenza letteraria si acquista con tempo e fatica che non tutti hanno, e non è questo grande problema: spero che siate d’accordo con me, non ritengo un essere meno umano perchè meno colto. Ognuno ha la propria ricchezza, non pretendo che la mia sia la più valida.

Per finire, quindi, voglio fare a tutti i lettori, che giustamente si lamentano della mercificazione del libro, una semplice domanda: quanti di voi frequentano le biblioteche pubbliche

Giulia

Libreria “il Vascello”

Sono stata, lo scorso sabato, all’inaugurazione della nuova libreria per bambini “il Vascello”, in via Casati 27 (Roma). In occasione dell’evento si è riunita una grande folla di adulti e piccini, che hanno partecipato alla presentazione e al successivo rinfresco.

Purtroppo non sono potuta restare molto a lungo (e ammetto che, al quindicesimo ragazzino che è venuto a rompersi il collo sulla mia tibia, mi sono allontanata a distanza di sicurezza), ma ho avuto il tempo di vedere l’interno del locale e non saprei come definirlo se non un amore!

La libreria è davvero graziosa, con tanto di piccolo soppalco destinato alle letture collettive dei bambini; benvengano iniziative intelligenti come questa, che forniscono ai più piccini uno spazio nel quale imparare ad apprezzare la lettura.

Insomma, appello ai genitori romani: se cercate un passatempo divertente ma istruttivo per i vostri pargoli, questa potrebbe essere un’ottima soluzione.

Elena