Classici

Incipit

Le Feste sono agli sgoccioli, domani l’Epifania se le porterà tutte via e il lavoro riprenderà a pieno regime. Volevo perciò approfittare di questi ultimi due giorni di riposo per lanciare un giochino bibliofilo a tempo perso.

Qual è il vostro incipit preferito? L'”attacco” di un romanzo è un momento molto importante della narrazione e della lettura, come il primo sorso da una bottiglia di vino: quali sono quelli che vi hanno colpito di più?

Riporto qui sotto due dei miei preferiti… In attesa dei vostri! 🙂

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo.

(Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”)


Ormai ciascuno sa come trovare dentro di sé il significato della vita.
Ma l’umanità non è sempre stata cosí fortunata. Meno di un secolo fa gli uomini e le donne non avevano un facile accesso alle scatole di rompicapi che sono dentro di loro.
Non sapevano nominare neppure uno dei cinquantatré portali dell’anima.E le religioni strane facevano grossi affari.L’umanità, ignorante delle verità che giacciono entro ogni essere umano, guardava verso l’esterno… premeva sempre verso l’esterno. Ciò che l’umanità sperava di imparare in quella spinta verso l’esterno era chi fosse realmente responsabile di tutta la creazione e che cosa significasse tutta la creazione.

(Kurt Vonnegut, “Le sirene di Titano”)

 

Gli X-Files di Dante Alighieri

Quando Dante ritrasse il Purgatorio nella Divina Commedia, lo descrisse come una montagna che si erge nel mezzo dei mari australi, a quel tempo creduti privi di terre emerse. Dante e Virgilio, lasciato l’Inferno, raggiungono la spiaggia alle pendici della montagna, dove tornano “a riveder le stelle“. E che stelle! Nel primo Canto, Dante ne dà questa descrizione:

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!

Questi versi sono stati oggetto di studi, ricerche e indagini. Sembra sorprendentemente palese, infatti, che le “quattro stelle” visibili solo “a l’altro polo“, di cui il cielo settentrionale è “vedovo“, altro non possono essere che la Croce del Sud, costellazione che splende appunto nei cieli australi e che è invisibile nel nostro emisfero. Dalle indagini è emerso, però, che Dante non poteva conoscerla. In un interessante articolo di Francesco Lamendola, intitolato appunto “Come faceva Dante a conoscere la costellazione della Croce del Sud?” e apparso sul sito del Centro Studi LaRuna, si ripercorre la storia degli studi su questo caso e si pone subito l’attenzione su un fatto: per quanto riguarda la cartografia, sarebbero passati quasi tre secoli prima che la Croce apparisse nelle rappresentazioni.

Vi invito a leggere il sopra linkato articolo, in quanto esaustivo, conciso e interessante: citando numerosi altri autori che hanno affrontato l’argomento, Lamendola offre una panoramica avvincente su quello che sembra un vero e proprio X-File letterario.

Altro articolo interessante a riguardo è apparso sul portale Dal Tramonto all’Alba, e affronta il problema integrandolo con ulteriori e più ampie riflessioni sulle conoscenze astronomiche di Dante.

Mistero sì, mistero no? Dante poteva essere venuto a conoscenza della Croce attraverso racconti o studi di cui non ci è giunta testimonianza, o ha inventato le quattro stelle di cui parla, avvicinandosi involontariamente alla realtà astronomica del cielo australe? Che si tratti di una coincidenza, vista la precisione della sua descrizione, sembra difficile: la Croce non è certo luminosa come la descrive, ma sembra impossibile non vedere proprio lei nell’accorato lamento rivolto al nostro cielo, che purtroppo “privato se’ di mirar quelle”.

Classici e apocrifi (e zombie)

Leggo su Booksblog la notizia della prossima uscita di un titolo molto particolare.
Seth Grahame-Smith ha scritto “Pride and Prejudice and Zombies”: “Orgoglio e pregiudizio e zombie”.

 

 

 

 

La notizia in sé e questa copertina fantastica (notate la somiglianza con le edizioni dei classici Oxford… geniale) mi hanno risollevato la giornata, anzi la settimana: sono un’amante dei testi della Austen, mi piacciono gli apocrifi e adoro la “roba zombesca”. Cosa avrei potuto chiedere di migliore?

Leggendo i commenti al post, però, ho avuto una sorpresa: erano tutti negativi! “La Austen è intoccabile“,  “i grandi classici non hanno bisogno di questo tipo di pubblicitàma anzi “ne vengono svalutati“.

Io la penso in modo esattamente opposto. Per prima cosa, nulla è intoccabile: cito sempre Zaid, intellettuale e scrittore messicano, che ha detto ne “I troppi libri”: la cultura è conversazione“. (Devo decidermi a recensire quel libro, ce l’ho sul comodino da mesi!)

Le opere innalzate a dogmi  indiscutibili non servono a nulla, tanto vale evitare di buttare il tempo nella lettura, se essa deve servire a fabbricare idoli!
I testi vanno assimilati, digeriti, interpretati, contestati, discussi, sviscerati, superati, ci si può giocare e si possono prendere in giro, se lo si fa con la sufficiente maestria e bravura. Vale in particolare per i classici: rimetterli continuamente in gioco, anche con operazioni spericolate come quella di Grahame-Smith, è un modo per tenerli vivi e inserirli in un dialogo che mischia tempi, generi e culture in mix inaspettati, a volte ne escono cose belle, a volte si fallisce. Ma tentar non nuoce. Senza contare che i “rimaneggiamenti” dei classici sono sempre degli omaggi, nel bene e nel male, a ciò che essi rappresentano.

Insomma,  ben vengano apocrifi e variazioni sui classici, ovviamente se fatti bene. I titoli della Austen ne contano a decine, anche se in effetti un horror non c’era ancora!
E voi che ne dite? Siete del club “teniamoli dietro una teca” o come me non aspettate altro che “Vampire Emma”? ^^

 

Videorecensione: Un’arancia a orologeria

Come molti sanno, Studio83 collabora con Booksweb.tv, la TV creata da scrittori e dedicata a tutti i bibliofili online.

Abbiamo realizzato per loro un montaggio degli estratti più significativi delle interviste della nostra serie “Editori in Fiera” (lo trovate cliccando nella sezione BOOKSPEOPLE > INVIATI SPONTANEI).
Abbiamo anche girato delle piccole videorecensioni, pensate per la fruizione in rete. Rapidità, incisività, ma anche una qualche profondità, un contributo personale… se siamo riuscite o no, potete giudicarlo personalmente.

Queste videorecensioni stanno andando bene, sono molto viste, e abbiamo deciso di renderle disponibili anche su Youtube.
Il motivo principale è che vorremmo costruire un bell’archivio video con tutti i nostri lavori, per non disperderli troppo, un’altra ragione può essere il fatto che il sito di  Booksweb non ha i direct link, e mi sono stufata di stare a spiegare: clicca lì, poi là, sempre dritto, terza a destra
Aspettiamo una versione aggiornata di Booksweb (la famosa 2.0 di cui si mormora da un po’, oltre a postare, quelle robe lì, eccetera…@_@ ) più amichevole nei confronti dei navigatori!

Nell’attesa, YouTube fa egregiamente al nostro caso. Ecco a voi la videorecensione di “Un’arancia a orologeria”, il romanzo di Anthony Burgess da cui è stato tratto il discutibile “Arancia meccanica” da Kubrick.

Se Arancia Meccanica, così come 1984, rientra nel novero dei salutari moniti letterari — o cinematografici — contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore” ha dichiarato Anthony Burgess, che, come sappiamo dalla sua biografia, ha vissuto la violenza della guerra e il dramma tremendo di una violenza sessuale perpetrata su sua moglie.
La sua opinione riguardo il film che ha contribuito a creare a fianco di Kubrick inizialmente era la stessa, ma poi, col tempo, è cambiata,  è stata venata forse da un po’ di pentimento, con la consapevolezza di aver fornito, più che uno strumento di riflessione,  un nuovo stile alla violenza. Ne accenna già in questa lettera (dalla quale è tratta la citazione), e lo ripeterà molti anni dopo (QUI , cercate:
Articolo scritto sempre da Anthony Burgess in cui lo scrittore sposa la tesi opposta (Corriere della Sera, 25 Marzo 1993).

A me il film di Kubrick piace, ma sono anche molto critica, perché secondo il mio parere appiattisce un romanzo monumentale a un discorso politico anche piuttosto banale, e dal punto di vista dello “stile della violenza”, in effetti, molte scene sono mera pornografia.
Per “pornografia dell’immagine” intendo un’immagine che dietro non ha niente, che esaurisce il suo significato nella sua apparizione, che è fine a se stessa e al vederla. So che non è l’opinione più diffusa, ma secondo me “Arancia Meccanica” di Kubrick è un “Barry Lindon” un po’ meno onesto, è autocompiacimento, e il fatto che sia realizzato magnificamente non dovrebbe farci confondere con qualc0s’altro.

Vabeh, detto questo godetevi il video, se vi va cercate di fami cambiare idea, “e così via, con tutta quella sguana”.