Delos Digital

Narrare il domani: Romina Braggion ci parla della sua “Compagnia Perfetta”

Lo scorso autunno, nella collana Futuro Presente che curiamo per Delos Digital (e che di recente ha vinto il Premio Italia nella categoria “miglior collana di fantascienza italiana”), è apparso “La Compagnia Perfetta” di Romina Braggion: un titolo solarpunk: un nuovo filone narrativo che racconta il domani in un’ottica costruttiva, ponendosi come alternativa alla distopia (che invece narra un futuro in chiave pessimista).

Su Zest – Letteratura Sostenibile è apparso un approfondimento scritto proprio da Romina Braggion insieme a Giulia Abbate sul solarpunk: a questo link potete leggerlo e scaricarlo gratuitamente.

Dice Romina:

La collana Futuro Presente è stata la culla ideale nella quale iniziare a vivere come narratrice di mondi con caratteristiche ben precise. Questo sì, è chiaro, so bene cosa vorrei narrare e cosa preferisco evitare.

La distopia sta abbandonando la mia biblioteca per averla troppo frequentata, con i suoi temi sempre troppo cupi, le sue vittime sempre troppo simili, la sua cronaca fine a se stessa.

Come dice Elvia Wilk [autrice tedesca di recente pubblicata dall’ottima casa editrice Zona 42, N.d.R.]: “Fermarsi a riflettere sul futuro dell’umanità non dovrebbe andare di pari passo con la responsabilità di inventare proposte attuabili invece di racconti ammonitori?” In “La Compagnia Perfetta” ho voluto proporre un distacco dalle rimuginazioni distopiche e una soluzione in un contesto sociale non certo tranquillizzante.

Del solarpunk si parla da poco, essendo un filone giovanissimo. È importante tenere a mente un elemento centrale: nel solarpunk non si narra necessariamente di futuri perfetti e luminosi, tutt’altro. È lo sguardo, l’atteggiamento a rendere il solarpunk tale.

Il racconto di Romina Braggion, “La Compagnia Perfetta”, è assolutamente esemplificativo di cosa sia il solarpunk e di quante potenzialità abbia. Romina narra un futuro pieno di problemi (mutazioni genetiche, infertilità, nanoplastiche), ma anche di soluzioni: che passano dal ritorno alla natura e alla vita in comunità ecosostenibili, a un ripensamento della tecnologia e dell’uso che se ne può fare.

via Flickr

“La Compagnia Perfetta” è stata anche la pubblicazione d’esordio di Romina, una penna vivida, elegante e intellettualmente ricca che ci racconta la sua esperienza.

Prima di pubblicare con Elena e Giulia per la casa editrice Delos, ho seguito un percorso che mi ha portato a scoprire e conoscere vari aspetti della narrativa. Quando mi sono imbattuta in Studio83, ho iniziato a seguire le titolari sui social, la loro attività sui vari blog con i quali collaborano e, dopo attenta riflessione, mi sono detta che se mai avessi pubblicato sarebbe stato con loro, nella collana di cui sono curatrici.
Così, la nascita del mio primo racconto è avvenuta grazie a un rapporto di fiducia, interessi comuni e stima.

Come io sia arrivata a digitare l’ultima parola del racconto è tuttora nebuloso: dato per certo il mio desiderio di scrivere e di essere letta, quale sia stato il percorso narrativo non è molto chiaro. Immagino sia normale per una principiante e autodidatta e nel mio caso aggiungo una propensione al “da qualche parte bisogna pure cominciare”. Certo ho progettato la stesura, secondo una scaletta che si sta evolvendo con la pratica, ma principalmente i personaggi hanno fatto di testa loro, a volte.

Romina, con il suo blog Diario di ErreBi, è anche molto attiva sul fronte della critica letteraria e dell’approfondimento e promozione della “metà del mondo” femminile nell’ambito della narrativa fantastica italiana.

Gli stereotipi, ecco un altro tema da affrontare nelle mie parole, nello specifico quelli appioppati alle donne.
Elena e Giulia sono molto sensibili al riguardo e ho trovato nel loro blog molto materiale illuminante che ha contribuito a mettere le basi per la mia idea di narrazione in generale, subito messa in pratica nel racconto.

Un’altra mia istanza è la narrazione della donna, del suo mondo, delle sue necessità, dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, delle sue potenzialità e dei suoi desideri, se possibile senza porre filtri eteronormati ed egemonici.

Infine pluralità, questa è una delle parole chiave con la quale ho voluto marchiare il racconto e anche equilibrio, inteso come il più sensato modo di vivere in una società consecutiva all’antropocene.

“La Compagnia Perfetta” è ambientato sull’Alpe Devero, tra i paesaggi meravigliosi delle Alpi Lepontine, un tratto caratterizzante del racconto, trattandosi di scenari inusuali per la fantascienza.

Un altro cliché riguarda l’ambientazione: l’esotico affascina ed è utilizzato in modo preponderante nei racconti e romanzi di fantascienza e non solo. Sono rimasta colpita dal libro di Daniela Piegai “Ballata per Lima” per l’ambientazione in una palude del delta del Po, idea che mi ha guidata come un faro.
Mi sono detta: perché non provare con un territorio che conosco bene e amo per la sua grandiosità poetica e allo stesso tempo aspra?
Peraltro non sono la prima ad avere ambientato un testo in un paesaggio montano. Per esempio, il primo libro di Ilaria Tuti è stato una piacevolissima lettura anche per l’abilità della scrittrice di calare il lettore nel contesto suggestivo delle montagne friulane.

Crampiolo, sull’Alpe Devero, dove è ambientata l’opera

Abbiamo chiesto a Romina di raccontarci come si è trovata con noi in veste di editor e curatrici:

Elena e Giulia sono state editor accoglienti e precise e lavorare insieme è stato piacevole e proficuo.
Averle conosciute prima come autrici è stato fondamentale per potermi affidare a loro con serenità: detesto le teorie, i consulenti, gli insegnanti di aria fritta.
La passione e capacità di creare storie avvincenti, colte, originali e vicine alle mie corde sono per me una garanzia di mestiere e metodo.
L’approccio pragmatico alla narrativa, anziché sminuire potenzialità in divenire è stato una contenzione rassicurante alla mia ansia.

La loro professionalità è innegabile e mi piacerebbe potermi avvalere dei loro servizi editoriali per futuri progetti.

Infine, se è vero che l’editor è fondamentale per la definizione di un’opera specifica, Elena e Giulia stanno andando oltre, sostenendomi nella ricerca di una personale direzione letteraria.

Ringraziamo Romina per le sue parole e per il suo bellissimo racconto, sperando di rileggerla quanto prima!

Voce, metodo, citazioni: Irene Drago ci racconta il suo “Cielo di carta” – Dicono di noi

“Cielo di carta” è il penultimo racconto lungo che abbiamo pubblicato nella collana Futuro Presente (Delos Digital). Un racconto suggestivo e particolare, che ci ha colpite subito quando l’autrice, Irene Drago (che con noi aveva già pubblicato “Liberi tutti“) ce lo ha proposto.

Abbiamo quindi chiesto a Irene di parlarci della sua opera, di come è nata e “cresciuta”.

Scegliere un retroterra lovecraftiano è stato naturale nel momento in cui ho deciso che “Cielo di carta” avrebbe raccontato la storia di Vittorio, un uomo infelice nonostante la posizione privilegiata (una carriera avviata, un’ottima reputazione, una bella casa) in una società fortemente competitiva e classista. Lovecraft è uno dei miei autori preferiti e lo ritengo un maestro di stile ed eleganza nel raccontare l’orrore indefinibile, l’angoscia degli incubi che percola tra le crepe del reale: così, in “Cielo di carta”, una cupa minaccia lambisce i confini della normalità e, mentre annega in un terrore ancestrale al quale non riesce a dare un nome, il protagonista vede a poco a poco il vero volto del suo “mondo perfetto”.

Irene Drago cura la pagina “I gatti di Ulthar”

“Cielo di carta” è un racconto che tutti i lettori e lettrici possono apprezzare; e che piacerà in particolar modo a chi ama Lovecraft e riuscirà a scovare le molte citazioni sparse. Uno dei motivi per cui lo abbiamo scelto è proprio il bellissimo omaggio che rappresenta sia verso Lovecraft, sia verso un autore di culto come fu Harlan Ellison.

Nei miei racconti rappresento spesso un’umanità malinconica, sola, “cattiva”: in “Liberi tutti”, il mio esordio su “Futuro Presente”, raccontavo la storia di Vlad, vittima di un sistema carcerario disumano e punitivo, ma anche assassino efferato benché senza memoria. Il tono generale del racconto, ironico o sarcastico, in prima persona, serviva (anche per) rendere accattivante al lettore un personaggio negativo, che mi sono divertita molto a scrivere.

“Liberi tutti”, lo ricordiamo, uscì proprio due anni fa, nel giugno 2018.

In “Cielo di carta”, invece, ho evitato i toni leggeri: lo spaesamento di Vittorio, la sua infelicità sono un sintomo della scotomizzazione del rapporto con l’Altro. La fine della relazione con la collega Giulia è la prova di come Vittorio abbia preferito il suicidio (metaforico) in nome della produttività, del successo: l’emicrania di cui soffre è l’agonia della sua natura umana, autentica, frammentata e sofferente dopo anni di negazione di sé. I gesti di Vittorio, le sue parole, sono vuoti e stereotipati: vittime della società distopica di “Cielo di carta”, al pari degli esseri umani, sono gli animali, ma anche, in senso lato, l’arte, la pubblicità, la medicina, incancrenite dall’estinguersi progressivo e inarrestabile dell’empatia, dell’amore, dell’autenticità dei sentimenti. Sarebbe facile identificare nel Presidente il responsabile di tutto, ma, in realtà, nessuno dei personaggi può dirsi innocente: tutti, in un modo o nell’altro, sono marchiati, colpevoli delle proprie azioni, e soprattutto non-azioni, nei confronti dell’Altro. La cecità verso il prossimo, in un senso quasi evangelico, è estesa a tutta la comunità: ciò che accade nello slum ne è la drammatica conseguenza.

La distopia è un filone fantascientifico che sta conoscendo un grande successo anche presso il pubblico mainstream: basta pensare a saghe young-adult come “Hunger Games”, o a classici tornati alla ribalta, come “Il racconto dell’ancella” di Atwood.

Immagino che “Cielo di carta” possa essere considerato una critica alla società attuale. Non ho scritto per parlare della contemporaneità o del futuro come se questo racconto fosse un personale “manifesto”, ma penso anche che sia impossibile separare del tutto il “sé scrittore” dalla propria visione del mondo, per quanto ci si possa camuffare, anche solo per scommessa, gioco, evasione. Non voglio prendermi troppo sul serio, quando scrivo: la personalità, le esperienze, gli ideali, la voce sono tra le parole di un testo, lascio che il lettore li colga, se vuole, li interpreti a sua volta e ne tragga le conclusioni che preferisce.

Irene ha centrato un nodo importantissimo: la voce. Non bastano la tecnica, l’esercizio, lo studio per fare davvero la differenza; bisogna acquisire una voce che sia unica e sempre riconoscibile, che definisca la personalità di un autore/autrice e delle sue opere. È la cosa più difficile, perché la voce non si impara e non si studia sui manuali.

…ma i manuali ci insegnano a trovare un metodo, senza il quale non si lavora.

Irene ci ha parlato anche di come si è avvicinata a Futuro Presente e di come ha vissuto il rapporto con noi curatrici e con l’editing: un lavoro che svolgiamo sempre in sinergia con autrici/autori prima di procedere alla pubblicazione.

L’approdo a “Futuro Presente” di “Cielo di carta”, come di “Liberi tutti”, è stato molto sereno: ho proposto i racconti alle curatrici e in entrambi i casi ho ricevuto risposta in pochissimo tempo. Credo sia importante sottolineare che la necessità di un editing professionale è indipendente dall’aver avuto un parere positivo su un racconto: come mi ha scritto una volta Giulia, con la quale ho lavorato anche su “L’ospite d’onore” (“NeXT-Stream. Visioni di realtà contigue”, Kipple, 2018), il ruolo dell’editor è portare un’opera al “livello successivo”. Collaborare con un editor permette di individuare i punti di forza e di debolezza di un testo, capire quale sia il miglior modo per scrivere quello che abbiamo in mente.

Giulia ed Elena lavorano con grande precisione e puntualità, nel pieno rispetto della voce dell’autore, e sono sempre correttissime, professionali e gentili. Lavorare con loro è stato un piacere e da tempo le considero le mie editor di riferimento.

Altra questione importante è il metodo. Ripetiamo da anni quanto sia imprescindibile investire tempo ed energie nella pianificazione di un testo, sia esso un racconto o un romanzo. L’ispirazione – che ci aiuta a far emergere un’idea e ad ampliarla – può essere sollecitata in tanti modi diversi, tra cui il ricorso alla musica.

Ci racconta Irene:

Non inizio mai a scrivere se non ho ben chiara una trama: anche se, nel corso del lavoro, alcune cose possono cambiare sulla base di un’ispirazione improvvisa, o sulla documentazione che a mano a mano raccolgo, quando mi metto al computer devo sapere “da dove parto” e “dove voglio arrivare”. L’idea per un racconto si sviluppa quasi sempre da una scena (che poi troverà il suo posto nell’incipit, o nello sviluppo della storia, o alla fine): di solito, creo la mia personale “colonna sonora”, a volte per sottolineare l’atmosfera, oppure in contrasto a quanto succede in quel momento. Mi hanno aiutata nella stesura di “Cielo di carta”:

– “I treni di Tozeur” nella versione di Franco Battiato e Alice;

– “Ich tu dir weh” dei Rammstein;

– “Darkness” di Eminem;

– “Wo sind die Clowns?” dei Saltatio Mortis;

– “In Maidjan” degli Heilung.

Grazie ancora a Irene Drago, e buone letture/scritture a tutt*!

Scrivere a quattro mani: ce lo raccontano Alessandro Napolitano e Fabio Aloisio – Dicono di noi

Abbiamo parlato più volte nel blog della scrittura a quattro mani, che comporta una dose di impegno e concentrazione in più, ma che dona anche la soddisfazione di un lavoro in team.

Noi di Studio83, ovvero Elena Di Fazio e Giulia Abbate, abbiamo pubblicato diversi racconti scritti a quattro mani (l’ultimo dei quali per Urania Mondadori: “Guerra Fredda”, uscito sul Millemondi di luglio 2019).
Questo tipo di scrittura e di relazione ci accompagna da sempre, ed è uno dei “cementi” della nostra amicizia.

read more