Recensioni di libri

Lasciami entrare

Vi progongo la recensione al romanzo “Lasciami entrare” di John A. Lindqvist, pubblicato l’anno scorso da Marsilio. La recensione è uscita sulla webpress MilanoNera, un punto di riferimento giallista che ha ospitato questa mia “incursione” nell’horror.

Il male di “Lasciami entrare” non è solo lo squallore. C’è anche la prevaricazione e il gusto di umiliare il più debole, come il povero protagonista Oskar tanto vessato da non distinguere più la realtà da ciò che gli infliggono, o dai propri tristi sogni di vendetta. C’è l’incomunicabilità familiare: se nel rapporto dimesso tra Oskar e sua madre ci sono sentimenti sommersi, le pagine dedicate al padre del ragazzino e alla sua metamorfosi da ubriaco fanno agghiacciare il sangue quanto le migliori di King.

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Con ciò mi appresto a salutarvi per le vacanze e a mettere in ferie anche il nostro amato blog, che ripartirà a settembre con recensioni, novità e la nuova edizione di “Esordiamo!” che ripartirà in autunno.

Buone vacanze e buone letture!

La Milano d’acqua e sabbia

Su ThrilllerCafé.it, il portale dedicato alla narrativa thriller, noir e gialla, è stata pubblicata una mia recensione di “La MIlano d’acqua e sabbia” di Matteo Di Giulio, al suo primo romanzo (ma non alla sua prima pubblicazione: Di Giulio è saggista e critico cinematografico).

 

 

La scelta di costruire una trama basata su uno scandalo edilizio è interessante e, a dirla tutta, da lodare: in un panorama giallistico ormai incantato dalla morbosità fine a sé stessa, il tema delle frodi edilizie ci riporta a una realtà, la nostra, che conosciamo poco.Leggi la recensione su Thrillercafe

Il ritorno del maestro di danza – H. Mankell

Sul portale Thrillercafe.it è uscita una mia recensione del giallo “Il ritorno del maestro di danza“, di Henning Mankell. Il romanzo è uno dei più recenti della produzione dello svedese, e non fa parte della saga di Wallander. Mette in campo un altro detective, lo “spumeggiante” (si fa per dire) Stefan Lindman, già apparso di sfuggita in un romanzo precedente.

La mia recensione è negativa: anche se Mankell scrive davvero bene, ha uno stile accattivante e le atmosfere nordiche giocano a suo favore, la componente “gialla” legata al genere fa acqua. Mi chiedo come sia stato possibile che il Times abbia definito Mankell uno dei migliori cinquanta scrittori di gialli e thriller. Come scrittore è sicuramente molto bravo, come giallista… dopo la lettura di questo romanzo ho seri dubbi.

Più riguardo a Il ritorno del maestro di danza
Mankell e i commenti degli Anobiiani

Dalle pagine di Satisfiction, Gian Paolo Serino tuona contro la totale mancanza di attendibilità della critica letteraria quando si parla di gialli nordici (in particolare di Larsson):  la critica “dovrebbe difenderci da simili trabocchetti e che, invece, se ne sta immobile, silente, paralizzata“. In effetti, a leggere l’articolo uscito da poco sul Corriere (relativo al film, però), un po’ di vergogna per la categoria si prova. Sembra scritto da una carampana quattordicenne!

 


“Noi larssoniani siamo sulle spine”! OMG! Lisbeth 6trpp gnokka! TVB un kasino!


Il grande successo di Mankell, però, mi incuriosisce molto. Può darsi che, al di là dei canoni del genere sui quali sono effettivamente un po’ rigida, questo scrittore abbia un segreto, un quid che mi è sfuggito. 
E non bisogna fare il solito errore di snobbare il best seller in sé, almeno non prima di averlo letto! Ma cosa avranno questo Mankell, questo Larsson, di tanto diverso? Cos’hanno di speciale?
Voi che dite? Li avete letti? …Qualche idea?

Schegge di mondi incantati

Qualche tempo fa ho partecipato al Trofeo RiLL, “concorso letterario per racconti brevi di genere fantastico (fantasy, fantascienza, horror e tutto quel che è al di là del “reale” e del “verosimile”)“.

Nei commenti al post precedente ho letto qualche perplessità sull’accorpamento di generi diversi: lì si parlava del miscuglio tra fantasy e SF, nel caso del Trofeo RiLL ci si mette anche l’horror e qualsiasi altro genere esuli dal realismo. Come Elena, capisco i dubbi che possono crearsi negli appassionati, ma… altre proposte?
Non me la sento di criticare i pochi concorsi letterari per opere di genere che esistono in Italia, i pochi che ancora reggono e garantiscono per lo meno la pubblicazione ai vincitori, e a tutti gli altri… la lettura. Che non è più scontata, nemmeno quella. O tempora, o mores!

Comunque: ho partecipato al RiLL, sono arrivata in semifinale e lì mi sono fermata. A tutti i partecipanti è stata spedita l’antologia dell’edizione passata: “Schegge di mondi incantati“. L’ho letta e l’ho recensita, e dato che voglio partecipare ancora al Trofeo ho fatto la cosa più logica: ho lodato sperticatamente i racconti dei giurati.

No, scherzo. Li ho criticati. E addio Trofeo RiLL.

 

Ogni antologia ha racconti più o meno riusciti: ma questa è l’antologia del Trofeo RiLL e la diversità dei pezzi potrebbe destare qualche stupore. Nella raccolta, infatti, sono presenti le opere classificate insieme a quelle dei giurati del concorso letterario. I racconti migliori sono proprio quelli dei partecipanti premiati.

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Scherzi a parte, mi auguro che nessuno si offenda. Ho avuto uno scambio di mail (a causa di un problema con il mio pagamento, ehm) con uno degli organizzatori del Trofeo, Alberto Panicucci, che è stato più che paziente… e poi, non penserete mica che mollo così il RiLL, vero?

AI MIEI CARI COMPAGNI

È online la recensione di “Ai miei cari compagni”, il “diario inedito di un neo-garibaldino” scritto da Luciano Bianciardi e curato da suo figlio Ettore, che insieme a Marcello Baraghini gestisce  il blog Riaprire il Fuoco e sta portando avanti interessanti battaglie culturali, tra le quali un forte attacco all’editoria a pagamento.

 

L’ironia e l’acutezza già trovate nei Bianciardini sono la cifra stilistica dell’autore, ma la caratteristica principale del racconto “neorisorgimentale” di Bianciardi è la passione e la forte spinta idealistica che conquista il lettore quasi da subito.

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L’opera di Bianciardi è ben scritta, coinvolgente e appassionata, e ne consiglio la lettura anche perchè è particolarissima, e può essere di spunto a più di uno scrittore alla ricerca di soluzioni letterarie nuove o spericolate. Spericolato, Bianciardi lo è di sicuro!

Bianciardi è “il mio maestro, che mi insegna come essere rivoluzionario oggi come lo fu lui ai suoi tempi”, ci ha raccontato Marcello Baraghini. “Mi ha, o ci ha trasmesso il suo impeto, il suo orgoglio, la sua voglia di non parlare del Risorgimento in maniera retorica o scolastica, ma di viverlo”.

I Bianciardini – Come si diventa un intellettuale

I “Bianciardini” sono libretti contenenti brevi interventi di Luciano Bianciardi , “voce forse più libera, autentica e innovatrice del Novecento italiano” (dalla biografia contenuta nei Bianciardini).
Nessuno come i creatori dei Bianciardini può descriverli e spiegarne le origini, per cui rimando alle parole di Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini: vale la pena di leggerli, per accorgersi come  le battaglie o le idee per una cultura più vitale possono essere svolte altrettanto efficacemente sia con la penna che con l’arma della pubblicazione, e che in Italia, purtroppo, sono battaglie costrette a ripetersi a distanza di decenni.

L’unica cosa che mi sento di sottolineare è il prezzo dei libricini: 1 centesimo, e il fatto che siano fatti uscire e messi in circolazione senza il codice a barre, “la vera prigione moderna”, come lo ha definito Baraghini stesso durante la nostra intervista (nella seconda parte, che pubblicheremo martedì prossimo insieme al testo completo).


“Come si diventa un intellettuale”  è un pezzo breve e incisivo che si propone di mostrare a ogni giovane di belle speranze e poche qualità una strada rapida e indolore per avere successo: quella dell’intellettuale. Via l’eccellenza, ben venga la mediocrità: è la mediocrità che viene premiata, rispettata, tenuta da conto, perchè non fa male a nessuno e lascia le cose come stanno, semmai dà loro una ragion d’essere. E anche se non c’è niente da ridere, Bianciardi scrive un pezzo davvero godibile e arguto, perchè mette da parte l’odiato understatement in favore di un’ironia caustica e terribilmente precisa.

“Come si diventa un intellettuale” sembra scritto oggi, se non fosse che è scritto troppo bene. Chiuque può accertarsene da solo, se non dispone di un centesimo a portata di mano:  QUI c’è la prima puntata dell’intervento, e dalla seconda, un concentrato di consigli indispensabili anche a ogni editor di successo (io sono fuori…) riporto uno stralcio:

Parrà strano, ma nel mondo delle lettere il peggior peccato di uno scrittore consiste nello scrivere.  Il Nostro se ne asterrà, per quanto possibile: un pezzo di colore esotico a vent’anni, una cauta recensione a venticinque, a trenta, già intellettuale di successo, “curerà” il libri, evitando di scriverli o di tradurli. Due paginette di prefazione, tanto per mettere le mani avanti,  mai elogiative, anzi limitatorie (“presentiamo qui raccolti alcuni scritti, minori ma significativi, pur nei loro limiti, nell’onesta traduzione di Gerolamo Traslati…”). Se il libro andà bene, suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dare la colpa a chi ha lavorato. Se l’ammalato dovesse morire, si può, in coscienza, dare la colpa al “curatore”?

Mi pare quasi di vederlo… compresa la triste conclusione degli sfortunati “curati”, tanto ben descritta da Bianciardi anche se con un gap di più cinquant’anni (e nel caso particolare subodorata da noi umili carogne).
E questo, vi dice niente?

Un’intera generazione di scrittori allevati, coccolati e lanciati sul mercato dagli uffici marketing delle grosse case editrici italiane è riuscita, allo scopo di mascherare la loro pochezza, nell’intento di far dimenticare quanto c’era di straordinario nella letteratura del Novecento. Scrittori cannibali e senza sangue hanno riempito tutte le pagine dei giornali, i salotti e ogni altro spazio pubblico, con i loro assordanti chiacchiericci e scalato le classifiche potendo contare sulla complicità mafiosa di critici ed intellettuali, vere e proprie protesi degli stessi uffici marketing.
[dal sito di Riaprire il fuoco]

Tanto vale affermare: viva Stampalternativa, e speriamo che i Bianciardini siano degni successori dei Millelire anche nel dare un bello scossone al mercato.

Un sogno dentro un sogno

Yet if hope has flown away
In a night, or in a day,
In a vision, or in none,
Is it therefore the less gone?
All that we see or seem
Is but a dream within a dream.

[Sebbene la speranza sia sfumata/ in una sola notte, in un sol giorno/in una visione, o in niente/ forse è per questo meno svanita?/ Tutto ciò che vediamo, che sembriamo/ non è che un sogno dentro un sogno.]

BRR! Moscatelli è un grande appassionato di Edgar Allan Poe, e il primo concorso letterario della sua casa editrice si rifa a un componimento del padre del giallo per il suo titolo: “Un sogno dentro un sogno”.
Ora che l’antologia è uscita, ne sento ticchettare il cuore, sotto il pavimento… “Più forte! Più forte! PIU’ FORTE!”

Buona lettura!

 

AAVV, Un sogno dentro un sogno, I Sognatori, Lecce 2007

 

I racconti contenuti nell’antologia sono, tranne qualche eccezione, gradevoli da leggere e in alcuni casi molto arguti, scritti tutti in modo più che dignitoso – e in questo si nota anche la mano dell’editore, che dimostra cura per ciò che pubblica…

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Dalla parte del torto

Elisabetta Bucciarelli, Dalla parte del torto, Mursia, Milano 2007

 


L’escursione umana e sociologica non è compiuta ai danni della storia di genere, e questo è il grande pregio di “Dalla parte del torto”: la carne al fuoco è tanta, ma non è indigesta, o fuori luogo. La Bucciarelli conduce bene il gioco dell’indagine e dei movimenti di accerchiamento del colpevole, svolti dalla polizia e dalla narrazione che non permette salti troppo affrettati e lascia ogni cosa a suo tempo.

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Il romanzo di Elisabetta  Bucciarelli mi ha fatto venire voglia di parlare un po’ di giallo e thriller, generi a torto considerati “bassi” o meramente “commerciali”, sui quali invece c’è molto da scoprire (interessante l’intervento di Spinazzola) …