Grandi scrittori e scrittrici

“COME SI SCRIVE UN LIBRO”

… questa la copertina di oggi de “Il Venerdì”, l’inserto di Repubblica. Chi può, non se lo perda. E sempre sul sito de “La Repubblica”, fotografie di alcuni scrittori del celeberimo circolo Bloomsbury… un po’ particolari.

Addio a Salinger e a Zinn

In questi giorni ci hanno lasciato due importanti voci della cultura statunitense. Tutti abbiamo sentito della morte di Salinger, autore de “Il giovane Holden / Catcher in the Rye”, che viveva lontano dai riflettori e che si è spento all’età di 91 anni. Lo scrittore Sandro Veronesi ha definito Salinger uno scrittore “sovversivo“, che è ben diverso da “ribelle” come poteva essere un Kerouac. E poche ore dopo la morte dello scrittore si è diffusa la voce che esistano dei manoscritti inediti conservati gelosamente che ora fanno gola a molti.

Meno noto è il fatto che mercoledì scorso si è spenso Howard Zinn, storico statunitense autore di importanti monografie, una delle principali voci “contro” la politica aggressiva degli USA dalla seconda guerra mondiale, nella quale ha combattuto, in poi.  Peacereporter pubblica alcuni estratti dei suoi articoli e il commosso ricordo del suo amico Mauro Sacchi. L’opera più celebre dello storico è “Storia del Popolo Americano”:

Zinn la progetto’ quando insegnava storia da vent’anni. In base alla propria esperienza, aveva constatato che la storiografia ufficiale ometteva numerosi elementi cruciali della storia statunitense. Da qui l’idea di un testo che sottolineasse le atroci conseguenze dei conflitti armati e il costo umano delle decisioni prese da politici e uomini d’affari: un libro di storia nazionale che desse voce ai “vinti”, alle donne, alle minoranze etniche e ai lavoratori.
[da Agi News]

Due figure diametralmente opposte, Zinn e Salinger, ma che hanno in comune la levatura e il grande contributo che hanno dato alla cultura non solo statunitense ma “occidentale” in senso lato.

Lacrime e sottomarini

E’ morto, all’età di 72 anni, lo sceneggiatore e scrittore Erich Segal, ricordato da molti come l’autore di “Love Story”, tragico film sentimentale di cui Segal realizzò script e romanzo.

Laureatosi in latino e poesia classica all’Università di Harvard, Segal insegnò letteratura greca e latina in prestigiosi istituti tra cui Yale e Princeton. Fu lui a scrivere la sceneggiatura del celeberrimo “Yellow Submarine”, film a cartoni animati che vedeva protagonisti i Beatles, ma la consacrazione presso il pubblico venne nel 1970, quando “Love Story” commosse e mandò in visibilio migliaia di spettatori, facendo schizzare l’omonimo romanzo in vetta alle classifiche dei bestseller statunitensi.

Senza nulla togliere all’incredibile effetto che “Love Story” ebbe sul pubblico, né alla discutibile line “Amare significa non dover mai dire mi dispiace“, tuttora citata ovunque, preferiamo ricordarlo soprattutto per il suo contributo a quel capolavoro psichedelico che fu appunto “Yellow Submarine”, ancora oggi incrollabile cult.

Saviano candidato al Premio Sakharov

Riporto una notizia di questi giorni: Roberto Saviano è stato candidato al premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Il Premio è stato istituito nel 1988 dal Parlamento Europeo, ed è un riconoscimento a chi lotta per i diritti umani, mettendo spesso in gioco la propria stessa vita. Ne sono stati insigniti Nelson Mandela, Aung San Suu Ky, le Madri della Plaza de Mayo, Reporter Senza Frontiere e molti altri.

Trovo la candidatura di Saviano un bel riconoscimento, meritato, nei confronti di uno scrittore tanto spesso vituperato qui in Italia, ma ormai considerato una voce importante nella comunità letteraria e non solo.
Vi lascio con il video del breve intervento di Saviano alla manifestazione per la libertà di stampa di questo sabato.

Le mafie ci hanno tolto un termine fondamentale: onore. La mafia ha infangato questa parola (…) Trovandoci qui, abbiamo in qualche modo dimostrato che il paese tiene al proprio onore.

 

Buon compleanno, Mr Wells!

Il 21 settembre scorso sarebbe stato il centoquarantatreesimo compleanno di uno scrittore che ha fatto storia: Herbert George Wells, considerato una sorta di padre, di iniziatore della fantascienza moderna, grazie a romanzi come The Time Machine, The Island of Dr Moreau e, soprattutto, l’incrollabile mostro sacro The War of the Worlds – opera tuttora attualissima nonostante abbia da poco rintoccato i centododici anni.

Nato nel borgo londinese di Bromley e laureato in biologia, Wells condivide con tanti colleghi un tipico elemento biografico: un lungo periodo di degenza durante la prima gioventù (nel suo caso, provocato da una frattura alla gamba), durante il quale la lettura e la scrittura furono gli unici modi di alleviare la noia e mettere a frutto il tempo perso.

Wells è considerato il padre della fantascienza moderna insieme al collega francese Jules Verne, tuttavia il rapporto fra i due sembra fosse di reciproca antipatia (pare che il primo abbia accusato il secondo di essere uno scribacchino, e che Verne abbia a sua volta accusato Wells di scrivere cose scientificamente implausibili).

Forse Wells, nello scrivere, ha molto lavorato di fantasia, ma il valore dei suoi romanzi va al di là dell’attendibilità scientifica, affrontando invece i temi più cari all’autore: il pericolo insito nelle macchine dell’Europa post-industriale; il valore universale della pace e il male che ogni guerra porta con sé, indiscriminatamente, senza altro scopo se non annientare la civiltà; l’importanza di una forte morale nella scienza, la quale, in mancanza di un freno etico, si rivolta conto il suo stesso creatore.

In The Time Machine (1895) Wells affrontò da un lato il tema delle differenze di classe nell’Inghilterra Vittoriana, portando all’estremo le conseguenze di tali fratture sociali; dall’altro, a proposito dei viaggi nel tempo, fu il primo scrittore a porsi il problema del paradosso temporale.

In The Invisible Man, due anni dopo, trattò invece il tema del diverso e della scienza come mezzo di riscatto personale, che tuttavia, in mancanza di morale, diviene solo uno strumento di prevaricazione e morte. Già un anno prima l’argomento era stato sviscerato, seppure con finalità e presupposti diversi, in The Island of Dr. Moreau (del quale l’adattamento cinematografico più recente, diretto da John Frankenheimer, è stato anche uno degli ultimi film girati da Marlon Brando).

Il capovaloro di Wells, tuttavia, è The War of the Worlds (1897), cronaca incalzante dell’invasione da parte di un popolo marziano brutale ed evoluto, che distrugge città e decima esseri umani a bordo degli storici “tripodi”. Scritto decenni prima delle due guerre mondiali, The War of the worlds delinea con impressionante fedeltà gli scenari apocalittici di devastazione che le macchine portano in un conflitto: bombardamenti, case e città rase al suolo, la guerra che – e questo era un elemento nuovo, a quel tempo – sconfina nella vita di tutti i giorni sconvolgendola per sempre. Le macchine trascinano la battaglia dal lontano fronte alla quotidianità, un monito che il secondo conflitto mondiale ha rivelato più che mai azzeccato.

Wells non scrisse solo libri di fantascienza, ma la sua produzione (continuata fino al 1943, a tre anni dalla sua morte) ha spaziato tra vari generi; inoltre, Wells fu probabilmente il primo a creare un gioco da tavolo completo di istruzioni scritte (Little Wars, 1913, simile al moderno Risiko).

Per quanto riguarda la narrativa fantascientifica, di Wells è fondamentale ricordare come l’indagine sociologica e antropologica, la riflessione sui meccanismi della società moderna e sulle loro possibili conseguenze, abbia trovato nel genere scelto un ottimo luogo per svilupparsi, trasformando questo autore nel mostro sacro che è ancora oggi e sarà per sempre.

Vita breve e infelice di uno scrittore di fantascienza – Parte II

Avevamo già parlato tempo fa della – apparentemente – triste fine che sta facendo la sci-fi italiana, almeno a giudicare dalla scomparsa della stragrande maggioranza di concorsi letterari dedicati al genere. Avevamo chiuso con una serie di punti interrogativi ai quali sarà arduo dare risposta.

Il genere non è morto, ma resta sempre più confinato nella nicchia. Da un certo punto di vista, la nicchia è “salutare” rispetto al mainstream perché, se il pubblico generalista è mobile e va dove lo porta l’interesse collettivo del momento, il fandom è assai più preparato, fedele e smaliziato. Trattandosi comunque di un genere dall’importanza e dalla forza non indifferenti, che ha assunto un ruolo fondamentale nella letteratura del ‘900, è vero anche che trascurare le implicazioni di questo posizionamento “periferico” sarebbe un delitto.

La fantascienza italiana ha sempre sofferto, nella sua storia, dell’influsso di quella statunitense, soprattutto per quanto concerneva i gusti del pubblico quando il genere fu sdoganato. Mentre spopolava – quasi sempre a buon merito, eh – la celebre collana Urania, molti scrittori italiani dovettero adottare uno pseudonimo anglosassone per poter accedere al mercato: una specie di Ellis Island della letteratura, solo che stavolta si trovava a casa nostra. Il caso più triste fu quello di Roberta Rambelli, costretta non solo a cambiare il cognome in “Rambell”, ma anche il nome nel maschile “Robert”.


(La leggendaria copertina bianca e rossa della collana Urania)


Ripercorre la storia della sci-fi italiana Domenico Gallo, in un articolo (“Fantascienza italiana: la terra dei cactus”) apparso sulla rivista Intercom, seguito nella stessa pagina da un secondo articolo di Carlo Pagetti (che gli appassionati di Philip K. Dick ricorderanno autore delle prefazioni nella collana di Fanucci, alcune delle quali discutibili, a partire dal fatto che rivelano il finale senza dare al lettore neanche il tempo di arrivare all’incipit…)

Dell’articolo di Gallo è interessante il modo in cui l’accento viene posto sulle radici della diffidenza italiana per la sci-fi, a sua volta conseguenza della diffidenza verso la tecnologia, dopo che questa era giunta a stravolgere i valori della vita rurale. Aggiungerei, inoltre, dopo che la tecnologia aveva mostrato il suo “volto atroce” nel corso del secondo conflitto mondiale (passaggio, questo, che invece manca nell’immaginario collettivo americano). L’Europa del secondo dopoguerra è stata comprensibilimente meno entusiasta verso le meraviglie del progresso, sia per motivi culturali (un maggiore attaccamento a tradizioni lontane nel tempo che i giovani Stati Uniti ancora non avevano maturato), sia per motivi psicologici, avendo vissuto sulla propria pelle il trauma delle “macchine della morte”. C’è da dire che altrove, come in Giappone, questo trauma – ben più atroce, nel loro caso – è stato al contrario interiorizzato dalla sci-fi, non solo letteraria, al punto da diventarne il marchio distintivo.

Andando a ritroso nel tempo, un’analisi dei gusti letterari del pubblico italiano smaschera una tendenza ad amare l’esotico, l’altro, lo sconosciuto e misterioso, più che la proiezione estremizzata del proprio mondo e della propria società (compito che invece si è bene o male sempre assunta la fantascienza). Abbiamo avuto anche noi i nostri “romanzi scientifici” e “protofantascientifici”, in particolare grazie alla penna di Salgari, forse il primo scrittore italiano ad aver “viaggiato nel tempo” per ritrarre una futura società italiana nella quale, a meravigliose macchine volanti, si accompagnavano vita frenetica e problemi ambientali.

“Le meraviglie del 2000” di Salgari, romanzo protofantascientifico

Tuttavia, l'”anima nera” del presente, che la sci-fi metteva a nudo, non ha mai incontrato troppo i gusti del lettore generalista italiano. Il fatto che le opere (anche televisive e cinematografiche) di fantascienza che hanno preso piede nel nostro paese avessero tutte una forte componente avventurosa, come l’esplorazione degli “strani nuovi mondi” dell’immortale “Star Trek”, potrebbe essere indicativo in questo senso. Diamo uno sguardo al futuro, insomma, purché non sia il nostro futuro. La fantascienza può trasportarci altrove e farci sognare, ma anche – soprattutto – aprire gli occhi: in Italia, questo aspetto forse non è mai stato colto del tutto.Vorrei concludere con due segnalazioni: la prima è un’intervista, datata ma attualissima, all’immenso Vittorio Curtoni (sempre su Intercom).La seconda è più una commemorazione che, avendo citato “Star Trek”, mi sembra doverosa: oggi è il decimo anniversario dalla morte di DeForest Kelley (20 gennaio 1920 – 11 giugno 1999), l’attore che diede il volto all’indimenticabile dottor McCoy, controparte burbera e sarcastica del trio di protagonisti, insieme al capitano Kirk e al signor Spock (sì, esatto, “quello con le orecchie a punta”). Kelley soffrì molto per essere rimasto incatenato al personaggio di McCoy: ma, considerando che Star Trek, anche se vintage, resta tuttora un incrollabile mostro sacro, direi che ne è valsa la pena.


Vi lascio con un gustosissimo video sulla sua celebre battuta, “E’ morto, Jim!”, ancora oggi un tormentone in tutto il mondo (insieme a “Sono un dottore, non un… [mestieri più bizzarri]). Posto il video in inglese, sia perché rende meglio la bravura dell’attore, sia perché in Italia fu doppiato da tre diverse voci e si sentirebbe lo “scarto”).

L’ultimo viaggio di Crichton

La notizia risale ormai a una settimana fa, ma ci tenevamo anche noi a ricordare Michael Crichton, scomparso lo scorso 4 novembre. Crichton, nell’ambito della carriera di scrittore, è stato uno dei più famosi e imitati autori di romanzi d’avventura a sfondo tecnologico, i cosiddetti technothriller. La formazione di medico e chirurgo di Crichton (che pure esercitò pochissimo la professione) gli fu preziosa per raccontare situazioni al limite della fantascienza, e altrettanto prezioso fu l’immenso amore per i viaggi, che lo portò a visitare innumerevoli luoghi e paesi da cui trasse ispirazione. Le opere di Crichton non hanno mai avuto la pretesa di toccare le vette dell’alta letteratura, tuttavia nel loro genere sono state tra le più appassionanti.

Chrichton fu anche sceneggiatore (ricordiamo “Jurassik Park” di Spielberg – tratto dal suo romanzo omonimo – e “Sol Levante” di Kaufman) e regista (“Coma Profondo”), e dai suoi libri furono tratti svariati film (di cui però ben pochi degni di nota…)

Durante l’adolescenza ho amato moltissimo questo autore e ho sempre apprezzato la serietà con cui affrontava il genere, senza mai scadere in meri puttanai trash-ridicoli. Niente scienziati che si paracadutano nella giungla sorseggiando Martini mentre smitragliano sui cattivi con l’altra mano, niente dottoresse in bikini e stivaloni che maneggiano AK-47, niente esploratori appesi a un elicottero con le dita dei piedi: solo intriganti racconti d’avventura con tutta la loro dignità.

“On writing” di Stephen King – Recensione

“Sullo scrivere”. Autore: niente meno che Stephen King, il Maestro del Brivido che ha al suo attivo anche questo celebre e appassionante trattato sullo scrittore e sui suoi strumenti.

Elena lo ha letto, lo ha recensito e ne ha cavato un’equazione, una citazione e una tiratina d’orecchie a certe scorciatoie che magari vanno bene per un maestro, ma di certo si confanno meno ai suoi numerosi emuli. Leggete e capirete.

Il Re del Brivido, come suo solito, non ama i mezzi termini e parla con franchezza: dal dato di fatto che non tutti hanno il gene della scrittura, alla necessità ineluttabile di leggere più di quanto si scrive, all’esposizione di imprescindibili regole tecniche (l’uso degli avverbi, degli aggettivi, la selezione del registro linguistico ecc).

Leggi la recensione

Ho letto anch’io “On writing”, tempo fa, e l’ho molto apprezzato.  Fa venire voglia di rimettersi ai fogli e, come nello spirito americano, è dannatamente incoraggiante.

Elena sarà d’accordo con me che, ogni tanto, leggere King snocciolare il suo cursus honorum può essere un tantino… frustrante… ma il resto del saggio, colmo di entusiasmo, aneddoti ed esempi pratici, si fa ampiamente perdonare. Insomma, leggere un bravo autore fa sempre bene, abbia scritto un manuale o una recensione al manuale. Bevete e dissetatevi!

Ne uccide più la penna che il guantone

Con la sua inchiesta “Gomorra”  lo scrittore Roberto Saviano ha portato l’attenzione pubblica sul dramma di una terra devastata dai propri legami collusi con la camorra, incapace di reagire allo sfacelo, sociale e civile, a cui si è consegnata – ed è stata consegnata – da uno stato assente nel bene e nel male.

Sappiamo tutti come la vita di Saviano sia cambiata da quando “Gomorra” è stato pubblicato. Oltre a dover vivere sotto scorta a causa delle minacce dei camorristi da lui citati nel libro, Saviano è stato costretto a confrontarsi con una bestia ancora peggiore, di nome invidia, e con i tentativi volti a screditarlo in tutti i modi possibili. Da post argomentati ma confusi, a lettere aperte astiose e masochiste, a dichiarazioni vergognose in prima serata, a frasi sibilline in chiusura di notizia, c’è un bel chiasso che non fa onore a chi lo alza.

 


Saviano è un giornalista coraggioso che nel suo libro ha fatto nomi e cognomi; è un giovane scrittore pubblicato da Mondadori e ai primi posti nelle classifiche, anche internazionali; e come se non bastasse è anche bravo. È un ottimo scrittore. “Gomorra” è un esempio brillante di un genere, la “fiction giornalistica”, inaugurato da Truman Capote, di cui invece si parla solo bene perché è morto vent’anni fa e non può più scatenare frustrazioni. Ed è anche un’opera che fa della buona letteratura, come se ne vedono raramente, con uno stile e un registro coesi e potenti e una struttura delle vicende e dei capitoli da manuale (QUI  l’opinione di Wu Ming I,  teorizzatore
tra l’altro del New Italian Epic).

Saviano vuole fare boxe per gareggiare e per “distrarsi” da una situazione molto pesante: la scorta, le minacce, l’amarezza verso tanti squallidi attacchi. Caro Roberto, nemo propheta in patria: da parte mia ti auguro tante vittorie. Se fai a cazzotti come scrivi le otterrai… e di certo, dall’esperienza di  “Gomorra” hai imparato a prenderle. Facciamo il tifo per te!

Chiedi all’autore

Booksweb.tv ha lanciato una nuova iniziativa online. Per la sapiente regia di Zop, vi presento  “Chiedi all’autore”, già al suo secondo episodio.

RIassunto delle puntate precedenti: qualche tempo fa, Zop annunciò che avrebbe intervistato Piergiorgio Odifreddi, e tramite il blog ha chiesto ai lettori di porre una domanda al professore. Le migliori questioni sarebbero state utilizzate nell’intervista, ovviamente specificandone l’autore.

Una delle domande scelte è stata la nostra. Eccola:

 

 

Ora si replica. L’intervistando è Amitav Ghosh, scrittore indiano molto famoso e amato nel mondo anglosassone, che ha appena pubblicato il romanzo “Mare di papaveri”. Avete letto il libro? Conoscete Ghosh o siete curiosi di conoscerlo? Fate la  vostra domanda, il gioco è ancora aperto.