Un Classico al Mese

Il signore delle mosche – Un classico al mese

Un futuro non meglio specificato, un’imprecisata guerra, un disastro aereo che vede come unici sopravvissuti un gruppo di ragazzi inglesi che trovano la salvezza su un’isola deserta. Il tentativo di stabilire un nuovo ordine sociale e una relativa gerarchia fallisce progressivamente: con sé hanno portato, oltre alla loro nozione così europea di civiltà, anche qualcosa di molto più oscuro e profondo comune a tutti gli esseri umani; un’anima nera con la quale dovranno loro malgrado fare i conti.

Pensare che “Il signore delle mosche” fu l’esordio di William Golding lascia di stucco: considerato uno dei migliori romanzi del Novecento, scritto da un autore premio Nobel, l’opera ha venduto negli anni milioni di copie ed è citata in ogni dove. L’idea alla base è, come disse l’autore, che “gli uomini producono il male come le api il miele”; la progressiva discesa nella violenza e nella barbarie è la dimostrazione letteraria che Golding diede di questa tesi e vede i protagonisti fallire miseramente nel loro tentativo di riprodurre una forma ordinata di civiltà sull’isola che li ospita.

Una scena del film “Lord of the flies” (1963)

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Il grande Gatsby: un classico al mese

Francis Scott Fitzgerald è stato uno scrittore monumentale e “Il grande Gatsby”, altrettanto monumentale, può essere considerato il suo capolavoro. Narrato in prima persona dal co-protagonista Nick Carraway, racconta le vicende che si intrecciano attorno al misterioso Jay Gatsby, giovane miliardario che vive in una villa gigantesca nell’immaginario villaggio di West Egg, vicino New York, e che dà continuamente feste a cui partecipano centinaia di persone.
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Sulla strada – Un classico al mese

Fine degli anni Quaranta, USA. Nasceva la Beat Generation, che avrebbe trovato sfogo e terreno fertile nel decennio successivo. Jack Kerouac viaggiava attraverso gli Stati Uniti e osservava l’America maccartista, quella della guerra fredda, del nascente consumismo, dell’alienazione, di un paradigma di vita basato sul produci-consuma-muori. In questo contesto nasce quello che diventerà, nel 1951, il primo manoscritto di Kerouac, “Sulla strada”, e che sarebbe stato pubblicato nel 1957 dopo una lunga revisione – e dopo diversi rifiuti da numerose case editrici.

Jack Kerouac

Il mito del viaggio e dell’on-the-road nacque da quel romanzo battuto a macchina su un rotolo di carta da telescriventi (che nel 2001 è stato venduto all’asta a due milioni di dollari), che l’autore – almeno stando a quanto affermò – scrisse in sole tre settimane bevendo litri di caffè. “Sulla strada” è una storia autobiografica che riassume un viaggio attraverso gli USA durato sette anni (ma riassunto, contratto e romanzato nell’opera) e in parte affrontato assieme all’amico Neal Cassady, il cui alter-ego sarà il celebre personaggio Dean Moriarty.

Kerouac, attraverso gli occhi del protagonista Sal Paradise, osserva gli USA scorrere sotto il suo sguardo: città, zone rurali, alienazione, povertà, paesaggi immensi, desolazione. “On the road” è una delle prime risposte all’imporsi del way of life americano come unico e migliore possibile; al trionfo del capitalismo; allo stesso tempo, al timore del comunismo che regnava durante la Guerra Fredda. Kerouac, e con lui i beatniks, sono stati i primi a sotterrare i semi di quello che, poco più di dieci anni dopo, si sarebbe trasformato nel più grande ed esplosivo movimento di rivoluzione giovanile della storia. È anche un primo manifesto del malessere che serpeggiava tra i giovani americani già dalla fine degli anni Quaranta, un malcontento che presto avrebbe trovato un nome e avrebbe abbandonato le istanze autodistruttive che caratterizzarono il movimento Beat (e che si tradussero, col successivo movimento Hippy, nell’esatto opposto: amore, costruzione, l’idea che un altro mondo fosse possibile).

Neal Cassady in una foto segnaletica. Lo scrittore, come sappiamo, andò incontro a una morte tragica: dopo aver assunto più volte barbiturici e forse alcolici durante un matrimonio, si addormentò al gelo in jeans e t-shirt lungo i binari di una ferrovia ed entrò in coma.

Non è un caso che “Sulla strada” – malgrado le molte critiche ricevute a suo tempo – sia diventato un libro di culto assoluto (anche se a volte male interpretato e amato per i motivi sbagliati) e sia stato spesso inserito nella lista dei migliori romanzi del Novecento. Nel 2012 ha visto finalmente la luce una versione cinematografica diretta dal brasiliano Walter Salles, con Sam Riley nel ruolo di Kerouac-Paradise, Garrett Hedlund in quello di Dean Moriarty-Neal Cassady e Kristen Stewart nel ruolo di Marylou-LuAnne, allora giovanissima, poi moglie dello stesso Cassady e musa di molti artisti Beat.

Il cast di “On the road”

TITOLO: Sulla strada

TITOLO ORIGINALE: On the road

AUTORE: Jack Kerouac

CITAZIONE: “Stavo meravigliosamente bene e il mondo mi si apriva davanti perché non avevo sogni.”

Tutti i classici mese per mese! – Un classico al mese 2015

Nel gennaio di questo 2015 abbiamo inaugurato la rubrica “Un classico al mese“: ogni mese scegliamo un romanzo classico e ne ripercorriamo la storia, la genesi e l’eredità. “Classici” sono tutti quei romanzi che sono riusciti a sollevarsi oltre il semplice spirito della loro epoca e hanno abbracciato tematiche talmente universali da continuare a essere attuali e validi anche a decine d’anni di distanza.

Ora che il 2015 è terminato, andiamo a riepilogare i romanzi di cui abbiamo parlato.

Gennaio 2015: “Addio alle armi” di Ernest Hemingway

“Addio alle armi” è un romanzo che ben ritrae il sentimento di smarrimento e perdita di fiducia della Lost Generation, uccisa dalla guerra nello spirito e nei valori prima che nel corpo.
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Febbraio 2015: “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez


L’opera rientra nel genere del cosiddetto “realismo magico”, portando elementi immaginari, fantastici e fiabeschi in una storia realistica: caratteristica della maggior parte delle opere di Màrquez e segno distintivo del suo retaggio culturale. Gli elementi fantastici che introduce richiamano credenze e leggende quotidiane tipiche della cultura sudamericana.
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Marzo 2015: “Il lupo della steppa” di Hermann Hesse

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Forse il più controverso dei romanzi di Hermann Hesse, “Il lupo della steppa” fu pubblicato nel 1927, scritto dall’autore sull’onda di un periodo di crisi molto comune e ricorrente: la crisi di mezza età.
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Aprile 2015: “Delitto e castigo” di Dostoevskij

“Delitto e castigo” è incentrato su una serie di temi: la colpa; la sua elaborazione; il potere salvifico della fede e dell’amore; l’idea, sostenuta Raskol’nikov, che il limite morale non sia identico per tutti, ma che per i grandi uomini si possa ampliare in nome di un bene più grande. In generale, emerge la visione cristiana della sofferenza come percorso necessario alla salvezza.
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Maggio 2015: “La Storia” di Elsa Morante

“La storia” è uno dei più importanti romanzi del Novecento italiano, un’opera monumentale. Come disse la Morante, più che scrivere un romanzo aveva voluto compiere un’azione politica vera e propria. Il senso alla base dell’opera era mostrare come la Storia distrugge persone comuni, deboli e innocenti senza alcuna pietà
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Giugno 2015: “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino

Ovviamente, “Il sentiero dei nidi di ragno”è un testo più che consigliato anche agli adulti. E per gli scrittori che ci leggono, una nota interessante: il testo è il romanzo di esordio di Italo Calvino.
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Luglio 2015: “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad

“Cuore di tenebra” rimane quindi una delle opere più importanti scritte e pubblicate a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: un romanzo di transizione, una prima riflessione su argomenti sempre più controversi, che nel nuovo secolo iniziavano a essere osservati e ripensati sotto una nuova luce.
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Settembre 2015:”Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle

“Uno studio in rosso” è un prologo e un antipasto alle innumerevoli vicende in cui Holmes si troverà coinvolto, che spesso includeranno elementi cari a Doyle e vicini all’immaginario horrorifico e ai racconti del mistero dell’epoca vittoriana: sette religiose, eventi apparentemente paranormali, occultisti
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Ottobre 2015: “Opinioni di un clown” di Heinrich Boll

Hans e la sua storia raccontano le contraddizioni della borghesia tedesca nel passaggio dal nazismo alla ricostruzione, dalla guerra alla società post bellica, andando a rovistare in quella memoria scomoda che appunto passava sotto silenzio.
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Novembre 2015: “1984” di George Orwell

Scritto nel 1948 e pubblicato l’anno successivo, questo romanzo è un perfetto esempio di distopia, uno dei principali sottogeneri fantascientifici. Con “distopia” si intende un futuro dai connotati manifestamente negativi, come in questo romanzo, nel quale il pianeta è suddiviso fra tre potenze in continua lotta (Estasia, Oceania, Eurasia).
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Dicembre 2015: “Canto di Natale” di Charles Dickens

“Canto di Natale” è una toccante parabola, una storia emozionante e devastante nella sua semplicità; Dickens unì i canoni del racconto gotico e della ghost story alla sua personale idea sulla povertà e lo sfruttamento, generando un classico ancora oggi amato e letto in tutto il mondo.
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A presto per un nuovo anno di classici! 🙂

 

Canto di Natale – Un classico al mese

Da bambino, Charles Dickens fu costretto a lavorare in fabbrica e visse sulla propria pelle i soprusi e la crudeltà dello sfruttamento minorile. Anni dopo, ormai adulto, passeggiava tra i quartieri più disagiati di Londra osservando le medesime situazioni ripetersi tristemente. Erano gli anni Quaranta dell’Ottocento, la povertà dilagava, gli operai erano sempre più vessati e sfruttati e la Poverty Law, che avrebbe dovuto sistemare le cose, non aveva fatto che inasprire la situazione.

Fu in questo contesto che nacque la storia di Ebenezer Scrooge, ricchissimo e avaro finanziere che l’avidità e il pessimo carattere hanno reso solo e detestato da tutti. L’uomo rifiuta l’invito del nipote alla cena della vigilia e obbliga Bob Cratchit, suo dipendente, a lavorare anche il giorno di Natale nonostante lo stipendio da fame che gli concede. È proprio la notte della vigilia che Scrooge fa un incontro imprevisto: nella sua dimora appare il fantasma di Jacob Marley, suo vecchio amico defunto, il quale lo rimprovera per il suo egoismo e gli annuncia la visita di tre spiriti che gli mostreranno la sua povertà di spirito.

Una delle illustrazioni presenti nella prima edizione dell’opera

Il primo è il fantasma del Natale passato, che mostra a Scrooge i suoi affetti perduti nel tempo: la madre, il padre e la sorella ormai morti, e l’unica donna che abbia mai amato, una ragazza poco abbiente dalla quale si separò per ragioni economiche. Questo primo viaggio nel passato ammorbidisce il vecchio, che inizia a ricordare tempi in cui era in grado di provare sentimenti. È poi il turno del fantasma del Natale presente, che mostra a Scrooge il calore della vigilia nella casa del nipote e in quella di Bob Cratchitt. Infine, il fantasma del Natale futuro fa vedere all’uomo la sua tomba e gli spiega che nessuno piangerà per lui, perché la sua aridità ha allontanato chiunque.

Al termine della lunga notte, Scrooge si risveglia in preda a un’epifania e capisce cosa fare per cambiare la propria condotta e rimediare ai propri errori.

Charles Dickens

“Canto di Natale” è una toccante parabola, una storia emozionante e devastante nella sua semplicità; Dickens unì i canoni del racconto gotico e della ghost story alla sua personale idea sulla povertà e lo sfruttamento, generando un classico ancora oggi amato e letto in tutto il mondo. Quando uscì, nel 1843, ebbe un immediato e incredibile successo; scrittori del calibro di Robert Louis Stevenson osannarono l’opera e la critica è rimasta concorde, a quasi due secoli di distanza, nel definirlo un capolavoro.

Molteplici sono stati gli adattamenti su pellicola del racconto, dal primo (risalente al 1910, ai tempi del cinema muto) a quello in 3D del 2009, dove il protagonista viene interpretato da Jim carrey grazie alla tecnica della performance capture. Tra le molte versioni cinematografiche dell’opera ricordiamo “Scrooged” (1988), con Bill Murray, rilettura in chiave moderna in cui il protagonista è il ricco e arido direttore di un network televisivo (in Italia viene trasmesso tutti gli anni nel periodo natalizio con il discutibile titolo  “SOS Fantasmi”).

Il personaggio di Ebenezer Scrooge ha una sua controparte anche in cartoon: nient’altro che Paperon De’ Paperoni, che fu pensato e creato da Carl Barks come perfetta trasposizione dell’avaro. Inizialmente infatti zio Paperone era un personaggio tutt’altro che positivo, entrato poi nel cuore dei lettori a tal punto che ormai, uncle Scrooge rientra appieno del pantheon dei paperi più amati.

“Bah! Che stupida festa, il Natale, in cui tutti si vogliono bene! Ma per me è diverso! Tutti mi odiano e io odio tutti!”

Nel 1983, del “Cato di Natale” fu realizzata anche una versione animata targata Disney, “Il canto di Natale di Topolino” (“Mickey’s Christmas Carol”), in cui Zio Paperone ricopriva (ovviamente) il ruolo di Scrooge e Topolino quello del suo sfruttatissimo impiegato. Pippo è Jacob Marley, il Grillo Parlante è il fantasma del natale passato, mentre quello presente e futuro hanno il volto di Willie il Gigante e Gambadilegno. Un cortometraggio a tinte forti, molto commovente e inquietante nonostante si tratti di una produzione Disney.

Topolino piange sulla tomba del figlio Timmy, che ancora oggi zoppica negli incubi di chi ha visto questo film in tenera età.

Sicuramente “Canto di Natale” è tra i racconti più toccanti mai scritti, una storia che commuove lettori di tutte le età: e siccome i temi di cui parlava Dickens sono tristemente attuali in molte zone del pianeta, è una storia che conserva il suo profondo e luminoso significato.

 

TITOLO: Canto di Natale

TITOLO ORIGINALE: A Christmas Carol

AUTORE: Charles Dickens

CITAZIONE: “Egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.”

1984 – Un classico al mese

Anche chi non ama o non conosce la fantascienza ha probabilmente letto uno dei capisaldi di questo genere letterario: “1984” di George Orwell. Scritto nel 1948 e pubblicato l’anno successivo, questo romanzo è un perfetto esempio di distopia, uno dei principali sottogeneri fantascientifici. Con “distopia” si intende un futuro dai connotati manifestamente negativi, come in questo romanzo, nel quale il pianeta è suddiviso fra tre potenze in continua lotta (Estasia, Oceania, Eurasia). Gli equilibri di potere cambiano a seconda della convenienza e delle necessità, e i mezzi di comunicazione provvedono a modificare la realtà da un giorno all’altro. Il protagonista Winston Smith vive a Londra, capitale dell’Oceania, dove regna il SocIng, un partito unico generato dalla deriva del socialismo e capeggiato dal Grande Fratello. Quest’ultimo è una figura onnipresente quanto impalpabile: nessuno lo ha mai visto se non sui manifesti affissi ovunque, ma egli spia costantemente ogni cittadino, sa tutto ciò che accade e che viene detto.

La mappa politica del mondo nel 1984 immaginato da Orwell

Pensare che questo romanzo fu scritto nel 1948 è davvero incredibile: Orwell era anni luce avanti per quanto riguarda il linguaggio letterario fantascientifico, la costruzione di un mondo e una società, l’inquietante proiezione dei mezzi di comunicazione e le relative implicazioni; non ultimo, tratteggiò dei protagonisti ricchi di profondità e sfumature, e un finale che ho trovato fra i più amari mai letti.

Altro aspetto geniale del romanzo è l’importanza che Orwell ha dato alla lingua come mezzo di oppressione e controllo. La Neolingua che parlano i protagonisti è un vero e proprio strumento per controllare la loro mente e il loro modo di vedere e concettualizzare il mondo, che viene plasmato all’occorrenza dal Potere.

“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.”

In ogni caso, “1984” rispecchia molto il profondo senso di pessimismo che caratterizzò la letteratura fantascientifica del Dopoguerra, diversi anni prima che il progresso tecnologico mostrasse un volto più roseo di quello che aveva manifestato durante la Seconda guerra mondiale. Prima della New Wave anni Sessanta, scrittori come Aldous Huxley (insegnante e mentore di Orwell), Ray Bradbury, Fritz Leiber, Isaac Asimov hanno immaginato mondi oppressi dal totalitarismo e dalla tecnologia.

“1984” è citatissimo in ogni dove ed è un classico, oltre che della fantascienza, della letteratura tout court. Di adattamenti cinematografici ne ricordiamo due: “1984” di Michael Anderson, uscito nel 1956 (“Nel 2000 non sorge il sole” è il solito titolo di me*** affibbiato all’edizione italiana), e l’omonima opera di Michael Radford uscita proprio nel 1984, con protagonista John Hurt (anche qui si sono sbizzarriti col titolo italiano: “Orwell 1984”).

1984

Curiosità (con SPOILER): nel romanzo, il protagonista viene torturato finché non ammette – o meglio, pensa – che 2+2=5. Per un errore di stampa, nella prima edizione di “1984” mancava però il numero 5 e ciò cambiò completamente la percezione del finale, lasciando intendere che Winston Smith possedesse ancora un libero pensiero.

TITOLO: 1984

AUTORE: George Orwell

CITAZIONE: “Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli… a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.

 

Opinioni di un clown: un classico al mese

Germania, 1963: lo scrittore Heinrich Böll pubblica “Opinioni di un clown”, romanzo ambientato durante la ricostruzione successiva alla Seconda guerra mondiale. È un momento difficile per il paese, non solo perché affronta piani economici e politici necessari a rimettere in piedi una società, ma perché non riesce a fare i conti con la memoria storica del nazismo, che si lascia alle spalle con vergogna, ma senza affrontarlo apertamente. Böll fa invece della sua arte, la scrittura, un mezzo per scuotere il silenzio e l’immobilità che ruotano attorno ai recenti orrori, e si pone come autore polemico e coraggioso in un contesto in cui si tendeva a dimenticare per non rivivere. “Opinioni di un clown” tratta questo tema all’interno della borghesia tedesca del dopoguerra, mettendone a nudo le ipocrisie e contraddizioni.

Protagonisti dell’opera sono Hans, professione clown, residente a Bonn, e il suo lungo monologo in cui si dipana l’intreccio. Hans proviene da una famiglia molto agiata (ma succube di una madre orribilmente tirchia), tuttavia sceglie di rifiutare il loro denaro e dedicarsi alla professione di attore comico, che purtroppo non rende quanto vorrebbe. Altro elemento fallimentare nella sua vita è la relazione con Maria, fervente cattolica e legata a valori borghesi che Hans non percepisce come propri.

Hans e la sua storia raccontano le contraddizioni della borghesia tedesca nel passaggio dal nazismo alla ricostruzione, dalla guerra alla società post bellica, andando a rovistare in quella memoria scomoda che appunto passava sotto silenzio. Böll conferisce qualità negative a tutti i suoi personaggi, incluso il protagonista, in un quadro complessivo dissacrante che impedisce al lettore di immedesimarsi in essi.

Heinrich Böll

“Opinioni di un clown” è un libro citatissimo ed è considerato uno dei romanzi europei più importanti del Novecento. Nel 1976, in Germania Ovest fu realizzato un film tratto dal romanzo, diretto dal regista ceco Vojtech Jasny e arrivato a un passo dalla nomination all’Oscar come miglior film in lingua non inglese.

TITOLO: Opinioni di un clown

TITOLO ORIGINALE: Ansichten eines Clowns

AUTORE: Heinrich Böll

LA CITAZIONE: “Non capivano che il segreto dell’orrore sta nel particolare. È molto facile, un gioco da bambini, pentirsi di gravi colpe: errori politici, adulterio, assassinio, antisemitismo. Ma chi perdona il particolare? Chi comprende i dettagli?”

Uno studio in rosso: un classico al mese

Fra tutti i personaggi che hanno affollato la letteratura internazionale, pochi sono longevi e amati come Sherlock Holmes. Il consulente investigativo dal geniale metodo deduttivo, l’attenzione disumana per i particolari e la capacità di risolvere casi intricatissimi a partire da pochi elementi è ancora oggi materiale ricco di spunti e oggetto di modernizzazioni e rivisitazioni su più media, dai racconti apocrifi ai film e telefilm prodotti negli ultimi anni. Tutto ebbe inizio nel 1887, quando sir Arthur Conan Doyle pubblicò la prima avventura dedicata a Sherlock Holmes: “Uno studio in rosso”.

Il romanzo è una sorta di genesi della storia e narra innanzitutto l’incontro tra Sherlock e quello che diventerà la sua fidatissima spalla: John Watson, ex medico militare reduce di guerra e alla ricerca, come lui, di un appartamento economico. I due vengono fatti incontrare da un amico comune e finiscono per convivere al celeberrimo 221B di Baker Street (chi di noi in visita a Londra non è stato lì?). Poco dopo, inizia la prima avventura investigativa che li vede operare insieme: Holmes deve aiutare Scotland Yard a risolvere l’omicidio del signor Drebber, ucciso con del veleno. Il caso si rivela però più intricato e complesso del previsto.

“Uno studio in rosso” è un prologo e un antipasto alle innumerevoli vicende in cui Holmes si troverà coinvolto, che spesso includeranno elementi cari a Doyle e vicini all’immaginario horrorifico e ai racconti del mistero dell’epoca vittoriana: sette religiose, eventi apparentemente paranormali, occultisti (sebbene Sherlock Holmes sia dotato di una ferrea razionalità che gli impedisce di credere a ciò che non può essere dimostrato).

Il percorso che ha portato Sherlock Holmes nell’immaginario collettivo ha visto Conan Doyle affiancato e ben consigliato dai suoi redattori: il primo Holmes, infatti, era stato illustrato dal padre dell’autore, che insisteva a raffigurarlo come un uomo basso e grasso, decisamente sgraziato. Non appena la rivista “Strand” iniziò a pubblicare in serie le avventure dell’investigatore, all’autore furono imposti un nuovo illustratore (Sidney Paget) e un completo restyling del personaggio, adesso divenuto un affascinante e slanciato dandy vittoriano.

Holmes ridisegnato da Paget

Ci sono poi moltissime caratteristiche più o meno conosciute di Holmes che lo hanno reso e continuano a renderlo un personaggio affascinante e controverso: l’uso di oppiacei e cocaina (poi sostituiti da pipa e sigari); la conoscenza – allora inaudita – di una particolare forma di jujitsu, arte marziale giapponese; la misoginia e l’incapacità di cedere all’amore, fatta eccezione per il particolare interesse verso la scaltra Irene Adler. John Watson, invece, sembra ritratto più sulla falsariga dell’autore stesso (un uomo più mite, gentile, e medico come lo era Conan Doyle, anche se quest’ultimo risultò mediocre nella professione).

Tra le molte trasposizioni di “Uno studio in rosso”, una delle ultime e più originali è l’episodio pilota della serie tv “Sherlock”, creata dal geniale sceneggiatore e produttore Steven Moffat (insieme a Mark Gatiss) e ambientata nella Londra di oggi. A dare vita a Sherlock Holmes è l’attore Benedict Cumberbatch, mentre Watson ha il volto di Martin Freeman (noto soprattutto per il ruolo di Bilbo Baggins nella trilogia “Lo hobbit”). In questo caso, lo “studio in rosso” del romanzo diventa “Uno studio in rosa” e sulla scena del crimine stavolta troviamo una donna, uccisa dal veleno e abbigliata con un cappotto rosa.

Lo Sherlock Holmes di Cumberbatch è leggermente più insopportabile e arrogante del solito: nel primo episodio si definisce un “sociopatico iperattivo”.

Negli ultimi anni Sherlock Holmes è stato riportato anche sul grande schermo da Guy Ritchie, con Robert Downey Jr nei panni dell’investigatore e Jude Law in quelli di un inedito e affascinante Watson. La pellicola ha avuto un seguito qualche anno dopo, “Gioco di ombre”.

holmes

Nel 2012 Watson è diventato una donna (Lucy Liu) e al suo fianco c’era Johnny Lee Miller. La serie in questione è “Elementary”, ambientata a New York. Il percorso di Sherlock qui è riabilitativo: l’investigatore si è appena disintossicato da droghe e alcol ed è proprio l’avvenente Joan Watson a seguirlo in veste di terapista, oltre che di spalla durante la risoluzione dei casi.

Chi è cresciuto negli anni Ottanta ricorderà un altro dei tanti film dedicati al personaggio, questa volta in versione giovanissima: “Piramide di paura” (“Young Sherlock Holmes”) di Barry Levinson, diventato pellicola di culto per una generazione. Il film narra di uno Sherlock poco più che adolescente, del suo incontro al college con Watson e del loro coinvolgimento in un caso investigativo che vede una temibile setta venerare divinità egizie.

Ricordiamo infine una recensione a “Uno studio in rosso” scritta dalla nostra Giulia Abbate per Thriller Cafè (Leggi: Uno studio in rosso – recensione).

Insomma, dal lontano 1887 Sherlock Holmes ha continuato a crescere, diventando un personaggio in grado di attraversare le epoche con grande naturalezza. E dire che Conan Doyle, a suo tempo, non vedeva di buon occhio il grande successo del suo investigatore rispetto alle altre sue opere: come disse una volta, “Se fra cento anni mi conosceranno solo come l’inventore di Sherlock Holmes, potrò dire che la mia vita è stata un fallimento”. Se oggi fosse vivo forse non sarebbe dello stesso parere!

TITOLO: Uno studio in rosso

TITOLO ORIGINALE: A study in scarlet

AUTORE: Sir Arthur Conan Doyle

CITAZIONE: “È un errore confondere ciò che è strano con ciò che è misterioso.”

Cuore di Tenebra – Un classico al mese

Non si può dire che Joseph Conrad abbia avuto una vita piatta o noiosa. Nato in Polonia, figlio di un esiliato in Siberia e presto orfano di madre, fu affidato allo zio dopo che anche il padre morì a causa di una forte depressione. Iniziò presto a viaggiare imbarcandosi per mare, scoprì il lato devastante dell’amore e tentò il suicidio a causa di debiti di gioco. Divenne uno dei più importanti autori della letteratura in inglese, ma imparò questa lingua a vent’anni. Esperienze fondamentali nella sua vita (e nella sua carriera letteraria) furono i molti viaggi via mare in giro per il mondo, in particolare quello del 1889 lungo il fiume Congo come capitano di vascello.

La “Roi des Belges”, nave capitanata da Joseph Conrad

Conrad osservò il modo in cui l’uomo bianco europeo si relazionava con l’uomo nero africano, la violenza che gli indigeni subivano da parte di quelli che erano a tutti gli effetti invasori; i lati oscuri e indecifrabili del colonialismo, il cuore nero dell’uomo bianco, ma anche le ombre che quest’ultimo scorgeva nelle foreste selvagge, nelle tribù locali, nei riti e che sentiva appartenere a un lato primordiale di sé, mai cancellato da un progresso sempre più controverso.

Tutte queste esperienze e riflessioni confluirono in quello che viene considerato uno dei romanzi più importanti del Novecento: “Cuore di tenebra”. L’opera è narrata dal marinaio Marlow, al quale viene chiesto di raccontare un suo viaggio nell’Africa Nera per recuperare un tale Kurtz. Risalendo un fiume sconosciuto (che sembra però essere lo stesso Congo navigato da Conrad), Marlow descrive appunto i soprusi sugli indigeni e infine entra in contatto con il misterioso Kurtz, venerato dalle tribù locali, ma ormai impazzito a causa di una malattia. Le ultime parole di Kurtz sono uno dei momenti più inquietanti e ricchi di significato della letteratura inglese.

“Cuore di tenebra” ha ispirato una versione cinematografica liberamente interpretata per raccontare il colonialismo americano nel Sud-Est asiatico: “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, a sua volta pietra miliare del cinema statunitense. In quel caso Kurtz, interpretato da Marlon Brando, è un colonnello disperso nel profondo Vietnam.

Il romanzo è uno dei più citati al mondo e sono infiniti gli omaggi all’opera da parte di ogni genere di media (altri romanzi, film, serie tv, musica). Uno dei più recenti e famosi riguarda la serie “Lost” di J.J. Abrams, nella quale un aereo carico di gente comune si schianta su un’isola del Pacifico. La giungla misteriosa dell’isola, con i suoi sussurri, i suoi pericoli, i suoi orrori, viene definita proprio “cuore di tenebra”, una proiezione dell’oscurità che i protagonisti “civilizzati” portano dentro di sé.

Anche in Italia fu girata una commedia liberamente ispirata al romanzo di Conrad, diretta da Ettore Scola con Alberto Sordi protagonista. Quest’ultimo parte alla volta dell’Angola per riportare a casa Titino (Nino Manfredi), cognato fuggito di casa e rifugiatosi presso una tribù locale.

“Cuore di tenebra” rimane quindi una delle opere più importanti scritte e pubblicate a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: un romanzo di transizione, una prima riflessione su argomenti sempre più controversi, che nel nuovo secolo iniziavano a essere osservati e ripensati sotto una nuova luce.

Piccola curiosità: si laureò con una tesi di laurea su Conrad proprio Italo Calvino, di cui abbiamo parlato il mese scorso con la recensione a “Il sentiero dei nidi di ragno”.

TITOLO: Cuore di tenebra

TITOLO ORIGINALE: Heart of darkness

AUTORE: Joseph Conrad

CITAZIONE: Il suo sguardo fisso era vasto abbastanza da abbracciare tutto l’universo, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Egli aveva tirato le somme – e aveva giudicato, “Quale orrore!”

“Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino – Un classico al mese

Per la rubrica “Un classico al mese” parliamo oggi di un testo bello e importante, non a caso ripreso anche per le tracce di Italiano della Maturità 2015.

Il sentiero dei nidi di ragno” è un romanzo breve che lessi in seconda o terza media e lasciò su di me una traccia profonda.

Vuoi per lo stile che per me era nuovo, duro, “adulto”; vuoi per la conclusione della storia in sé, che non è quella che un’undicenne si aspetterebbe.

Pur con queste caratteristiche “da grandi”, il libro mi piacque tantissimo lo stesso, perché presentava la guerra dal punto di vista di un ragazzino, come me. Mi spinse a calarmi in modo più sentito nel disagio, nel pericolo e nel dolore che i miei coetanei avevano dovuto patire.

Illustrazione, davvero intensa, di Rosita Uricchio

Ovviamente, “Il sentiero dei nidi di ragno”è un testo più che consigliato anche agli adulti. E per gli scrittori che ci leggono, una nota interessante: il testo è il romanzo di esordio di Italo Calvino.

Italo Calvino e sua figlia Giovanna, Parigi 1973

Un “esordio eccellente”; al quale abbiamo dedicato una pagina del nostro “Venti Nodi 2” , il numero di Venti Nodi tutto dedicato al mestiere dello scrittore e alle tante strade percorribili per un autore esordiente.

voglio fare lo scrittore

Vi propongo quindi la recensione de “Il sentiero dei nidi di ragno” così com’è apparsa su Venti Nodi 2, a firma Elena Di Fazio. Una panoramica interessante non solo sul romanzo ma anche sulla sua genesi, e sul suo significato come “opera prima” nel percorso di Italo Calvino, un grandissimo scrittore del Novecento. Che non chiamo “monumento” solo perché nonostante Calvino sia scomparso, la sua influenza sul nostro presente è reale, e molto più calda e viva della fredda pietra.

 il sentiero dei nidi di ragno calvino recensioneDurante il penultimo anno di università, frequentando gli ambienti della Einaudi grazie alla collaborazione con la rivista “Il Politecnico”, legò con Cesare Pavese, che lo spinse a rielaborare la sua esperienza partigiana in un romanzo. Fu così che nacque un’opera tuttora considerata un classico: “Il sentiero dei nidi di ragno”.

Continua a leggere: “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino – Recensione

Buona lettura, e buona maturità a chi la deve affrontare!