Un Classico al Mese

Un classico al mese: “La Storia” di Elsa Morante

Roma, 1941: un giovane soldato tedesco incontra una vedova con figlio a carico e, colto da un raptus di nostalgia e rabbia, la violenta. La donna, Ida, protagonista del romanzo, crescerà il figlio del soldato, il piccolo Useppe, assieme al primogenito Nino. L’incubo del nazismo irrompe in Italia assieme alla guerra e lo stesso fa nella vita e nell’identità di Ida, figlia di una donna ebrea che ha nascosto per tutta la vita le proprie origini.

La prima edizione dell'opera.

La prima edizione dell’opera.

“La storia” è un romanzo corale, di storie che si intrecciano sullo sfondo della guerra e del dopoguerra. Molte di queste vicende vanno a riflettere la storia personale della stessa Elsa Morante: anche lei, come Ida, era figlia di una donna ebrea; e l’italia centro-meridionale che descrive fa parte del suo vissuto, dopo la fuga da Roma (occupata dai nazisti) assieme al marito Alberto Moravia. Con quest’ultimo si rifugiò nella cittadina di Fondi, in provincia di Latina, e lì abitò a lungo.

Elsa Morante ebbe illustrissime frequentazioni nel contesto letterario e artistico del tempo: Umberto Saba, Giorgio Bassani, Natalia Ginzburg, nonché il regista Luchino Visconti, col quale ebbe una tormentata relazione. Fu tra l’altro la Ginsburg che la aiutò a presentare e pubblicare la sua opera prima presso Einaudi (“Menzogna e sortilegio”, 1948).

“La storia” è uno dei più importanti romanzi del Novecento italiano, un’opera monumentale. Come disse la Morante, più che scrivere un romanzo aveva voluto compiere un’azione politica vera e propria. Il senso alla base dell’opera era mostrare come la Storia distrugge persone comuni, deboli e innocenti senza alcuna pietà (la maggior parte delle storyline del romanzo ha infatti un esito drammatico).

Fu Luigi Comencini a trasporre l’opera su pellicola, in due versioni: una televisiva, più lunga, e una cinematografica, un po’ più breve e fruibile in sala. Il film risale al 1986 e vede protagonista Claudia Cardinale.

TITOLO: La Storia

AUTORE: Elsa Morante

CITAZIONE: “Erano dei ciechi, guidati da ciechi e alla guida di altri ciechi, e non se ne accorgevano… Si ritenevano dei giusti – in perfetta buona fede! – e nessuno li smentiva in questo loro abbaglio.”

Un classico al mese: Delitto e Castigo

Era il 23 aprile del 1849 quando Fëdor Dostoevskij, allora ventisettenne, fu arrestato con l’accusa di partecipazione a società segreta con scopi sovversivi. L’esito della condanna fu molto grave: morte per fucilazione. Tuttavia, la sorte gli fu amica (o non saremmo qui a parlarne). Mentre era sul patibolo in attesa di essere ucciso, giunse la notizia che lo zar Nicola I aveva convertito la pena capitale in carcere a vita. Fëdor Dostoevskij ebbe salva la vita pochi minuti prima che gli fosse strappata via: questa esperienza lo segnò profondamente, dal punto di vista psicologico e anche fisico (da allora iniziò infatti a soffrire di epilessia). Successivamente, lo scrittore fu deportato in Siberia e lì rimase fino al 1854, quando venne scarcerato per buona condotta.

Edizione che contiene un articolo di Pier Paolo Pasolini in cui si affronta "Delitto e castigo" come precursore di tematiche psicanalitiche

Edizione che contiene un articolo di Pier Paolo Pasolini in cui si affronta “Delitto e castigo” come precursore di tematiche psicanalitiche

 

Tutte queste esperienze confluirono naturalmente nella sua opera letteraria. Echi di questi traumi attraversano “L’idiota”, “Memorie dalla casa dei morti” e uno dei romanzi che lo ha reso più famoso: “Delitto e castigo”.

L’opera narra le vicende di Rodion Romanovič Raskol’nikov, ventitreenne di San Pietroburgo che abita in un tugurio in periferia e ha continui problemi economici. Ha appena abbandonato gli studi perché non può più permetterseli e lotta quotidianamente contro questa sua condizione. Forte debitore nei confronti dell’arida usuraia Alëna Ivanovna, Raskol’nikov decide infine di ucciderla. Durante l’omicidio, però, entra in casa anche la sorella dell’anziana donna e viene anch’essa eliminata come testimone scomoda. Dapprima convinto di poter sostenere il peso della propria colpa, Raskol’nikov sprofonda sempre più nella disperazione e nell’orrore, finché l’incontro con una giovane prostituta, la dolce Sonja, lo indirizzerà su un percorso di purificazione morale (che lo condurrà in prigione, una fortezza molto simile a quella in cui fu rinchiuso l’autore).

Ritratto dell’autore (1872, Vasilij Perov)

“Delitto e castigo” è incentrato su una serie di temi: la colpa; la sua elaborazione; il potere salvifico della fede e dell’amore (di cui Sonja è uno strumento, un mezzo per elevare Raskol’nikov e permettergli la catarsi); l’idea, sostenuta Raskol’nikov, che il limite morale non sia identico per tutti, ma che per i grandi uomini si possa ampliare in nome di un bene più grande (idea che l’autore disprezza, distruggendola progressivamente nel romanzo). In generale, emerge la visione cristiana della sofferenza come percorso necessario alla salvezza.

In Italia c’è una piccola querelle sulla traduzione del titolo originale, “Prestuplénie i Nakazànie”, che a sua volta deriva dall’abitudine, a oggi non ancora perduta in editoria, di tradurre le opere a partire dalla traduzione in lingue più facili dell’originale (come romanzi giapponesi tradotti dall’edizione inglese o, in questo caso, romanzi russi tradotti dal francese). La prima edizione italiana risale al 1889 e l’autore tradusse letteralmente il titolo francese, “Le crime et le châtiment”, che divenne “Il delitto e il castigo”. “Castigo”, però, mal si adatta al termine russo nakazànie, che indica non tanto l’astratta punizione morale, quando la pena giuridica vera e propria. Infatti, questo termine fu a sua volta preso da Dostoevskij da un’opera italiana: “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Oggi il romanzo è comunque conosciuto in Italia come “Delitto e castigo”, tanto che la traduzione imprecisa è diventata ufficiale.

Il titolo originale

“Delitto e castigo” ha avuto ben dodici tra adattamenti cinematografici e televisivi (film, film tv, miniserie) e ispirato indirettamente molte altre opere. È uno dei più importanti classici della letteratura russa: una lettura affatto facile, a essere sinceri, per la grande angoscia e carica emotiva che l’autore è riuscito a infondere nell’opera.

TITOLO: Delitto e castigo

TITOLO ORIGINALE: Prestuplénie i Nakazànie

AUTORE: Fëdor Dostoevskij

CITAZIONE: “Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta – e rimanersene cosí, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità –, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere!”

Un classico al mese: Il lupo della steppa

Forse il più controverso dei romanzi di Hermann Hesse, “Il lupo della steppa” fu pubblicato nel 1927, scritto dall’autore sull’onda di un periodo di crisi molto comune e ricorrente: la crisi di mezza età. Il protagonista dell’opera, Harry Haller (stesse iniziali dell’autore, una sorta di alter ego), vive una serie di profondi dolori causati da esperienze sofferte (l’allontanamento della moglie, il crollo di una serie di certezze spirituali e materiali), per poi tuffarsi in vicissitudini tra il reale e il surreale, fortemente permeate da elementi psicanalitici.

Harry Haller è un uomo profondamente colto, pacifista, che vede nella cultura una forma di immortalità e un idolo salvifico da venerare. In questo ricorda lo stesso Hesse, che unì all’interesse per l’esistenzialismo quello per filosofie e religioni orientali, in particolare il buddhismo e l’induismo. L’amore per l’arte (Hesse fu anche pittore), la forte critica ai valori del capitalismo e del consumismo accomunano autore e personaggio, e fecero di Hermann Hesse un vero idolo per gran parte della controcultura giovanile degli anni Sessanta. Nel romanzo, tra l’altro, appare anche l’esperienza mistica indotta da droghe allucinogene, un tema che ebbe grande risonanza presso la generazione Hippie.

Diciamo che era più dotato come scrittore.

La struttura del romanzo è molto complessa (è stata definita “a scatole cinesi”) e vede il protagonista meditare sulla morte come via di fuga attraverso il suicidio, finché l’incontro con Erminia lo conduce ad altri incontri e vicissitudini, nonché a nuove consapevolezze. Ogni personaggio ed elemento può essere letto in chiave psicanalitica, come una lunga serie di aspetti dello stesso “io”, quello di Harry Haller/Hermann Hesse.

Il primo passo verso la crisi del protagonista, infatti, è la duplicità che percepisce nel proprio essere: l’uomo colto, sensibile e inserito nella società, e il “lupo della steppa” solitario e dedito ai piaceri più istintivi e primordiali.

Il romanzo ebbe variegati riscontri da parte di pubblico e critica, ma soprattutto vide l’autore diviso dai suoi lettori in merito a ciò che essi avevano compreso dell’opera. Fu proprio contro i fan del romanzo che Hesse si schierò, perplesso, sostenendo che la maggior parte di loro non aveva capito fino in fondo il significato del libro, e adducendo la giovane età di molti lettori come motivazione. Allo stesso tempo, non si capacitò di come lettori coetanei non avessero visto il vero senso della sua opera, senso che lo stesso Hesse spiegò con le seguenti parole:

“[…] al di sopra del lupo della steppa e della sua vita problematica si eleva un secondo universo, più alto, imperituro, e che il trattato e tutti i passi del libro in cui si discorre dello spirito, dell’arte e degli immortali contrappongono al mondo doloroso della steppa un mondo di fede positivo, più sereno, superiore alle persone e al tempo.

Hesse concluse la sua nota spiegando che, nelle sue intenzioni, non era “il libro di un disperato, ma di un credente”.

“Il lupo della steppa” fu portato sul grande schermo nel 1974, diretto da Fred Haines con Max Von Sydow protagonista; la pellicola fu un flop e stessa sorte toccò al remake del 1983, diretto all’italiano Cesare Ferrario.

TITOLO: Der Steppenwolf

TITOLO ITALIANO: Il lupo della steppa

AUTORE: Hermann Hesse

CITAZIONE: “L’uomo non è una forma fissa e permanente (questo fu, nonostante le intuizioni contrarie dei suoi sapienti, l’ideale dell’antichità), ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso fra la natura e lo spirito.”

Un classico al mese: Cent’anni di solitudine

Considerato una delle opere in lingua spagnola più importanti mai scritte (secondo solo al Don Chisciotte), “Cent’anni di solitudine” è anche uno dei capolavori della bibliografia di Gabriel Garcìa Màrquez.

L’opera rientra nel genere del cosiddetto “realismo magico”, portando elementi immaginari, fantastici e fiabeschi in una storia realistica: caratteristica della maggior parte delle opere di Màrquez e segno distintivo del suo retaggio culturale. Gli elementi fantastici che introduce richiamano credenze e leggende quotidiane tipiche della cultura sudamericana. Non a caso, nella sua autobiografia parziale “Vivere per raccontarla”, Màrquez spiegherà come molti aneddoti inseriti in “Cent’anni di solitudine” provengano dalla sua storia familiare e personale.

Il romanzo narra le vicende, al contempo realistiche e surreali, di sei generazioni appartenenti alla famiglia Buendìa: a partire dal capostipite, Josè Arcadio, padre fondatore del villaggio di Macondo, nel quale si svolge la storia fino alla sesta generazione. Tra queste vicende si possono scorgere eventi storici della sua Colombia e molti dei luoghi citati (eccezion fatta per l’immaginaria Macondo) hanno fatto parte della storia di Màrquez. Fra i luoghi che vengono menzionati nel romanzo spicca Aracataca, vicino alla costa caraibica della Colombia, dove l’autore nacque.

Opera monumentale, nonostante Màrquez l’abbia scritta quando era ancora giovane, “Cent’anni di solitudine” tratta molti temi di portata universale: la solitudine come condizione umana e l’incapacità di evolversi, riassunta nel concetto di “eterno presente” vissuto dalla stirpe dei Buendìa (un presente immobile che solo alla fine verrà spezzato, ripristinando lo scorrere del tempo); inserisce anche richiami alla psicoanalisi e all’esoterismo e filtra attraverso il realismo magico tristi realtà vissute dalla Colombia, come i disastri ecologici provocati dalle grandi compagnie bananiere.

“Cent’anni di solitudine” non è mai stato trasposto su pellicola (operazione che, in effetti, difficilmente renderebbe il senso e la complessità del romanzo). Poche opere di Màrquez sono state portate sul grande schermo: “Cronaca di una morte annunciata” (film italo-francese dell’87 diretto da Francesco Rosi); “Nessuno scrive al colonnello”, con Salma Hayek (coproduzione tra Italia, Francia e Messico del 1999); “L’amore ai tempi del colera”, il più recente, con l’italiana Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem nei panni di Florentino Ariza (il film è una produzione statunitense sotto la regia di Mike Newell).

TITOLO: Cien años de soledad

TITOLO ITALIANO: Cent’anni di solitudine

AUTORE: Gabriel García Márquez

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1967

CITAZIONE: “Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.”

Un classico al mese: Addio alle armi

Con questo post inauguriamo una nuova rubrica per il blog di Studio83: una rubrica interamente dedicata ai cosiddetti “classici”, romanzi entrati nella storia della letteratura per la loro capacità di trascendere il tempo in cui sono stati scritti e abbracciare tematiche universalmente significative.

La scelta del primo romanzo è legata a una (triste) ricorrenza: dallo scorso anno ha preso il via il centenario della Prima guerra mondiale, iniziata nel 1914 e proseguita fino al 1918. Il suo rapporto con la letteratura è stato forte, in particolare per la cosiddetta “lost generation”, di cui fecero parte moltissimi scrittori classici come Francis Scott Fitzgerald.

Apparteneva a questa generazione anche Ernest Hemingway, tra l’altro grande amico di Fitzgerald finché le rispettive carriere (e stranezze) non separarono le loro strade. Hemingway era un cosiddetto “ragazzo del ’99”, nato l’ultimo anno dell’Ottocento e partito per la guerra in giovanissima età. Il suo ruolo nel conflitto fu quello di autista di ambulanze e operò sul fronte italiano, dove rimase ferito alcuni anni dopo e conobbe un’infermiera di cui si innamorò.

Da questa esperienza nacque, più tardi, uno dei romanzi più celebri sulla guerra e l’amore: “Addio alle armi” (“A farewell to arms”). L’opera narra le vicende di Frederic Henry, giovane soldato americano che pilota ambulanze sul fronte italiano finché, ferito alla gamba da un’esplosione, viene ricoverato in ospedale. Qui conosce Catherine, infermiera inglese, e tra i due nasce l’amore. La guerra tenta però di dividerli quando, dopo la disfatta di Caporetto, Henry viene scambiato per un facinoroso dall’esercito italiano ed è costretto a scappare per non essere fucilato. Fuggito in Svizzera con Catherine attraverso il lago Maggiore, Frederic pensa di aver finalmente trovato il suo angolo di paradiso: ma presto la donna muore mentre dà alla luce il loro primo figlio.

“Addio alle armi” è un romanzo che ben ritrae il sentimento di smarrimento e perdita di fiducia della Lost Generation, uccisa dalla guerra nello spirito e nei valori prima che nel corpo.

Hemingwrite: la macchina da scrivere di ultimissima generazione è un omaggio al celebre scrittore.

In parte la vicenda è ispirata all’esperienza di Hemingway, sebbene con la “sua” infermiera (Agnes von Kurowsky) la relazione non si evolvette in qualcosa di davvero significativo. L’autore trasse però ispirazione dal suo amore fallimentare per mettere l’amore al centro delle vicende umane, e dipingendolo come una forza uguale e contraria a quella della guerra che spazzò via mezza Europa.

“A farewell to arms” è stato più volte trasposto su pellicola: il primo adattamento risale al 1932 e fu diretto da Frank Borzage con Gary Cooper protagonista. Il successivo remake vede Rock Hudson nel ruolo di Frederic Henry e la coppia Charles Vidor/John Huston dietro la macchina da presa.

La stessa vicenda di Hemingway in guerra fu portata sul grande schermo negli anni Novanta in un film non troppo memorabile: “In love and war” (la solita, pessima resa italiana del titolo lo ha trasformato in “Amare per sempre”), di Richard Attemborough, con Chris O’Donnell nel ruolo del diciannovenne “Ernie” Hemingway e Sandra Bullock in quello dell’infermiera ventiseienne Agnes. Il film cerca di dare una versione romanzata della storia d’amore tra i due, sulla quale permane tuttora il mistero: Hemingway e la donna diedero infatti versioni discordanti su come si svolsero i fatti.

In Italia si dovette attendere la fine degli anni Quaranta per leggere l’opera: durante il fascismo ne fu infatti vietata la pubblicazione.

Hemingway, personaggio piuttosto controverso, ci ha lasciato dei veri capolavori senza tempo, di cui “Addio alle armi” è uno dei tanti. La figura dello scrittore viene ricordata nelle sue luci e ombre (ubriacone, manesco – arrivò a picchiare un critico atterrandolo con mosse di wrestling), inclusa la triste fine che fece nel luglio del 1962, quando si puntò un fucile alla fronte e si sparò. L’uomo aveva sofferto di depressione per gran parte della sua vita e uccidersi fu il suo modo di mettere fine al male di vivere che lo perseguitava senza sosta. Al di là di ciò che fu l’autore in vita, a noi lettori resta la sua eredità letteraria.

TITOLO: A farewell to arms

TITOLO ITALIANO: Addio alle armi

AUTORE: Ernest Hemingway

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1929

CITAZIONE: “Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso, sacrificio e dall’espressione invano. Le avevamo udite a volte ritti nella pioggia quasi fuori dalla portata della voce, in modo che solo le parole urlate giungevano, e le avevamo lette sui proclami che venivano spiaccicati su altri proclami, da un pezzo ormai, e non avevo visto niente di sacro, e le cose gloriose non avevano gloria […].”