Video e YouTube

Un anno dopo

Un mini documentario sull’editoria a pagamento

Vi segnalo un video realizzato dal webmaster del portale letterario L’Isola delle Poesia sull’editoria a pagamento.  

Trovate il video anche su l’Isola della Poesia e vi invito a lasciare anche lì qualche commento per Luca.

Questo mini documentario mi è sembrato un ottimo “bignami” dal quale partire, per gli autori che non hanno nessuna idea di come funzioni l’ambiente editoriale: è giusto dare loro degli elementi basic sui quali ragionare, e magari degli spunti per incitarli a muoversi e cercare informazioni a loro volta.

L’unica mia perplessità, e ne ho parlato con Luca appena visto il video, è la dicitura “editoria gratuita”. Usare questa denominazione per l’editoria tradizionale non è preciso, secondo me, perché l’editoria “tradizionale”, quella che pubblica e vende in libreria senza chiedere contributi, è PAGANTE.
Lo scrittore fornisce un manoscritto che viene editato e venduto dall’editore e ne riceve in cambio dei proventi chiamati “diritto d’autore”. L’espressione “editoria gratuita”, invece, è il semplice rovesciamento lessicale di “editoria a pagamento”, che già di per sé è un rovesciamento!

A questa mia perplessità, Luca ha risposto così:

“Il video è scritto dal punto di vista dell’aspirante scrittore ed è pensato per tutti coloro che non sanno nulla di editoria (…) , o pensano che pagare sia meglio o, addirittura, obbligatorio. Per queste persone ho usato la parola GRATUITA perchè per loro, per il livello di informazione di cui dispongono sull’argomento, a mio avviso valgono e sono maggiormente recepibili le equazioni:
editoria gratuita = non si paga per pubblicare
editoria a pagamento = si deve pagare per pubblicare”
Mi sembra una motivazione valida, spero che il suo video venga visto e diffuso il più possibile.
Ma non provate a usare in questo blog l’espressione “editoria gratuita” se non volete che mi arrabbi! ^^

 

Arrakis

Tempo fa, su Sky, di notte, ho visto un documentario che mi ha colpita tantissimo. Il titolo è Arrakis, l’autore è il giovane Andrea Di Nardo, l’argomento è quello (drammatico) dell’avvelenamento da amianto nelle fabbriche, il linguaggio è quello del documentario poetico. Una convergenza di scelte appropriate e terribilmente evocative (a partire dal titolo, citazione densa di significati) rendono quest’opera un esempio di linguaggio dell’immagine di incredibile forza.

Arrakis è una sequenza di immagini che descrivono la desolazione delle "fabbriche della morte", edifici abbandonati e fatiscenti, accompagnate da una voce fortemente simbolica: quella di Silvestro Capelli, ex-operaio, sottoposto a laringectomia a causa di un cancro provocato dall’amianto.

In Rete, Arrakis è giustamente divenuto un vero caso tra siti e blog; ci tenevo molto a segnalarlo anche qui perché lo trovo un’opera davvero emozionante.

Per chi volesse saperne di più, visitate il sito arrakis.vh5n1.net

Il poeta e i nuovi proletari

Oggi segnalo la bellissima intervista a Edoardo Sanguineti, realizzata da Elisabetta Bucciarelli per Booksweb.

Nell’intervista, Sanguineti ci espone i suoi punti di vista sulla poesia e sul suo potenziale di “persuasione occulta”, e respinge un certo estremismo apocalittico che porta molti ad affermare che la nostra epoca sia impoetica: mettendo da parte le sirene “mille e non più mille” che avvelenano la vita di chi si fa buttare giù troppo facilmente, Sanguineti vede nella complessità del nostro tempo uno stimolo in più per affrontare le tematiche “calde”.


guarda l’intervista

Mi ha molto colpita, inoltre, la teorizzazione del moderno proletariato come legato al lavoro al terminale, lavoro rappresentativo della nostra società e ormai diffusissimo, ma che porta a solitudine, frustrazione e soprattutto all’incapacità di dare un senso a quello che si sta facendo. Sanguineti afferma che il lavoro davanti a un terminale sia più alienante di quello in miniera: è ovvio che è una provocazione, ma le sue parole mi hanno davvero fatta riflettere. Ho lavorato per un po’ in IBM come web producer, e osservando il mio lavoro e quello dei miei superiori, alle volte mi pareva di essere una manovale dell’html. Non mi sono incrinata le vertebre e non ho mai rischiato tisi o tubercolosi: nonostante questi indubbi vantaggi, ho lasciato lo stesso. Forse ho fatto male, ma mi pare che l’impossibilità di dare un significato a quello che si fa sia un problema diffusissimo e ancora molto poco riconosciuto.

Forse, la poesia oggi è urgente oltre che possibile, perchè con la sua evocatività criptica reagisce al bombardamento di input al quale siamo sottoposti, e può davvero superare le urla, i jingle e i rumoracci cool con il potere dei suoi sussurri.