. .

Visite

70.000 +

CHI SIAMO: il nostro sito

Ora in promozione:

Tutti coloro che richiederanno un servizio letterario (editing, correzione bozze, valutazione basic o premium) avranno in omaggio la sinossi gratuita!

Scopri di più

Scopri i nostri servizi

Hai un testo nel cassetto? Vuoi trovare una strada per la tua opera?


Scopri il servizio che fa per te oppure compila il form per avere informazioni dettagliate senza impegno. Ti aspettiamo!

Concorso Letterario “I Ritornanti”

LAVORI IN CORSO!
Pubblicati i risultati, QUI

Leggi il bando

Archivi

Vita breve e infelice di uno scrittore di fantascienza – Parte II

Avevamo già parlato tempo fa della – apparentemente – triste fine che sta facendo la sci-fi italiana, almeno a giudicare dalla scomparsa della stragrande maggioranza di concorsi letterari dedicati al genere. Avevamo chiuso con una serie di punti interrogativi ai quali sarà arduo dare risposta.

Il genere non è morto, ma resta sempre più confinato nella nicchia. Da un certo punto di vista, la nicchia è “salutare” rispetto al mainstream perché, se il pubblico generalista è mobile e va dove lo porta l’interesse collettivo del momento, il fandom è assai più preparato, fedele e smaliziato. Trattandosi comunque di un genere dall’importanza e dalla forza non indifferenti, che ha assunto un ruolo fondamentale nella letteratura del ’900, è vero anche che trascurare le implicazioni di questo posizionamento “periferico” sarebbe un delitto.

La fantascienza italiana ha sempre sofferto, nella sua storia, dell’influsso di quella statunitense, soprattutto per quanto concerneva i gusti del pubblico quando il genere fu sdoganato. Mentre spopolava – quasi sempre a buon merito, eh – la celebre collana Urania, molti scrittori italiani dovettero adottare uno pseudonimo anglosassone per poter accedere al mercato: una specie di Ellis Island della letteratura, solo che stavolta si trovava a casa nostra. Il caso più triste fu quello di Roberta Rambelli, costretta non solo a cambiare il cognome in “Rambell”, ma anche il nome nel maschile “Robert”.


(La leggendaria copertina bianca e rossa della collana Urania)


Ripercorre la storia della sci-fi italiana Domenico Gallo, in un articolo (“Fantascienza italiana: la terra dei cactus“) apparso sulla rivista Intercom, seguito nella stessa pagina da un secondo articolo di Carlo Pagetti (che gli appassionati di Philip K. Dick ricorderanno autore delle prefazioni nella collana di Fanucci, alcune delle quali discutibili, a partire dal fatto che rivelano il finale senza dare al lettore neanche il tempo di arrivare all’incipit…)

Dell’articolo di Gallo è interessante il modo in cui l’accento viene posto sulle radici della diffidenza italiana per la sci-fi, a sua volta conseguenza della diffidenza verso la tecnologia, dopo che questa era giunta a stravolgere i valori della vita rurale. Aggiungerei, inoltre, dopo che la tecnologia aveva mostrato il suo “volto atroce” nel corso del secondo conflitto mondiale (passaggio, questo, che invece manca nell’immaginario collettivo americano). L’Europa del secondo dopoguerra è stata comprensibilimente meno entusiasta verso le meraviglie del progresso, sia per motivi culturali (un maggiore attaccamento a tradizioni lontane nel tempo che i giovani Stati Uniti ancora non avevano maturato), sia per motivi psicologici, avendo vissuto sulla propria pelle il trauma delle “macchine della morte”. C’è da dire che altrove, come in Giappone, questo trauma – ben più atroce, nel loro caso – è stato al contrario interiorizzato dalla sci-fi, non solo letteraria, al punto da diventarne il marchio distintivo.

Andando a ritroso nel tempo, un’analisi dei gusti letterari del pubblico italiano smaschera una tendenza ad amare l’esotico, l’altro, lo sconosciuto e misterioso, più che la proiezione estremizzata del proprio mondo e della propria società (compito che invece si è bene o male sempre assunta la fantascienza). Abbiamo avuto anche noi i nostri “romanzi scientifici” e “protofantascientifici”, in particolare grazie alla penna di Salgari, forse il primo scrittore italiano ad aver “viaggiato nel tempo” per ritrarre una futura società italiana nella quale, a meravigliose macchine volanti, si accompagnavano vita frenetica e problemi ambientali.


“Le meraviglie del 2000″ di Salgari, romanzo protofantascientifico 

Tuttavia, l’”anima nera” del presente, che la sci-fi metteva a nudo, non ha mai incontrato troppo i gusti del lettore generalista italiano. Il fatto che le opere (anche televisive e cinematografiche) di fantascienza che hanno preso piede nel nostro paese avessero tutte una forte componente avventurosa, come l’esplorazione degli “strani nuovi mondi” dell’immortale “Star Trek”, potrebbe essere indicativo in questo senso. Diamo uno sguardo al futuro, insomma, purché non sia il nostro futuro. La fantascienza può trasportarci altrove e farci sognare, ma anche – soprattutto – aprire gli occhi: in Italia, questo aspetto forse non è mai stato colto del tutto.Vorrei concludere con due segnalazioni: la prima è un’intervista, datata ma attualissima, all’immenso Vittorio Curtoni (sempre su Intercom).

La seconda è più una commemorazione che, avendo citato “Star Trek”, mi sembra doverosa: oggi è il decimo anniversario dalla morte di DeForest Kelley (20 gennaio 1920 – 11 giugno 1999), l’attore che diede il volto all’indimenticabile dottor McCoy, controparte burbera e sarcastica del trio di protagonisti, insieme al capitano Kirk e al signor Spock (sì, esatto, “quello con le orecchie a punta”). Kelley soffrì molto per essere rimasto incatenato al personaggio di McCoy: ma, considerando che Star Trek, anche se vintage, resta tuttora un incrollabile mostro sacro, direi che ne è valsa la pena.


Vi lascio con un gustosissimo video sulla sua celebre battuta, “E’ morto, Jim!”, ancora oggi un tormentone in tutto il mondo (insieme a “Sono un dottore, non un… [mestieri più bizzarri]). Posto il video in inglese, sia perché rende meglio la bravura dell’attore, sia perché in Italia fu doppiato da tre diverse voci e si sentirebbe lo “scarto”).

elenaS83 scrive:

Dimenticavo: per Giulia, a proposito di pie illusioni, debbo ricordarti in pubblica sede ciò che ammettesti nel febbraio 2002? L’espressione “Un mondo che finisce” ti dice nulla?

Ah, beati gli smemorati… :D

elenaS83 scrive:

Ammetto che alla terza scena di Star Trek XI ho seriamente pensato che la fantascienza fosse morta, ma dopo un paio di giorni mi sono ripresa.

Eh eh, scherzi a parte, noi capricorni sembriamo sempre più melodrammatici di quanto vorremmo :P

giuliaS83 scrive:

Ciao Alberto,

è un vero piacere averti su questo blog!

Conosciamo entrambi Elly, e secondo me, più che piangere la “dipartita” della fantascienza, la Nostra sta pensando di resuscitarla gloriosamente con i suoi scritti!

Pia illusione, yak yak yak!!!!!

^^

utente anonimo scrive:

Ops. ho dimenticato la firma.

Alberto Cola

utente anonimo scrive:

Dopo aver letto i tuoi articoli, mi è venuto in mente il mio professore di Filosofia del Diritto all’università. Alla prima lezione arrivò, si presentò e disse: “Lo so, siete qui per studiare filosofia, leggere filosofia e scrivere di filosofia, e lo faremo. Ma dovete sapere che la Filosofia è morta.”