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Studio83 a Tempo di Libri: ecco com’è andata!

Venerdì 21 aprile sono stata a Tempo di Libri, la fiera milanese fortemente voluta dall’AIE in seguito allo strappo con il Salone del Libro di Torino (o che lo ha causato… ai posteri l’ardua sentenza).

Si tratta della prima edizione di una kermesse che ha avuto un lancio strepitoso e un dispiegamento di forze e di annunci mica male. Quindi ero molto curiosa di verificare cosa fosse stato fatto e l’aria che si respirava tra gli stand.

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A dire il vero, una cosa mi galvanizzava particolarmente.

Io il polo fieristico di Rho ce l’ho dietro casa, sette minuti netti di motorino ed eccomi qui. Come restare indifferente a una fortuna del genere? Abituata a una logistica fatta non solo di treni ma anche di incastri familiari e lavorativi, mi ha quasi commossa arrivare di fronte all’ingresso di una fiera del libro con ancora in bocca il sapore del caffè bevuto nella mia cucina!

Ok, torniamo a noi. Dato che Tempo di Libri è nata e si è configurata chiaramente come l’anti-Torino, facciamo subito un paio di paragoni.

A Torino arrivi alla stazione, prendi un autobus che si districa nel traffico urbano e fa lo slalom tra cantieri e lavori fin davanti al Lingotto. Questo quando va bene. Quando mi è andata male, ci sono stati scioperi e picchetti e lunghi percorsi da fare a piedi come unico modo per raggiungere la mia destinazione. Chiamare l’impatto torinese inospitale è eufemistico.
[A Torino ci sono stata tante volte, non parlo per dire, ovviamente. Leggi qui il mio resoconto su luci e ombre del Salone del Libro di Torino 2016 e la volta peggiore di sempre, il disastroso Salone del Libro di Torino 2009]

A Milano Rho, lasciamo il motorino e nell’ampia piazza dell’ingresso guardiamoci intorno: ingressi direttamente dalla metropolitana, con biglietteria ferroviaria in loco, tabelloni con orari e bollettini del traffico. E poi un complesso fieristico moderno e degno di questo nome, con buona pace dell’acido articolo de La Stampa che lo definisce “la cattedrale tutta tubi di Rho”, il luogo è nuovo, progettato con criterio e con un’idea di architettura che se può non piacere per lo meno ha una coerenza e una notevole usabilità.

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Il costo del biglietto era contenuto: dieci euro intero, con promozioni per il pomeriggio a cinque euro. Cinque euro per gli operatori. Due euro e cinquanta per i bambini.

All’interno, il primo impatto per me è stato grandioso. Sempre sull’articolo de La Stampa, Egle Satolini chiosa: “gli stand non somigliano semplicemente a quelli del Lingotto, sono proprio loro”.

Manco per il cavolo.

La vivibilità di Tempo di Libri non ha nulla a che vedere con gli stretti e tristi stand torinesi ammassati e affannati. Gli stand sono ampi, vari, molti allestiti da paura. Gli spazi sono grandi, ariosi, anche qui: progettati, pensati, studiati. E studiati per cosa, per chi? Studiati per le persone. Per chi passa, per chi passeggia, per chi si compra un libro e si vuole fermare a sfogliarselo e magari sedersi pure. Ci sono le panchine, a Tempo di Libri, signori e signore!

La gente che a Torino deve sedersi per terra, abbrutirsi accanto agli ingressi dei cessi intasati di fila, ammassarsi ai tristi baretti sporchi dei lati fiera… qui si può sedere decentemente in un sacco di posti belli comodi e ben illuminati. Oppure si può fare un caffè e mangiare qualcosa di buono in un sacco di posti sia intorno che dentro ai padiglioni.

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Passare una mattinata a Tempo di Libri non è faticoso e non ti riduce sudato col mal di schiena, la gola secca e la vescica che scoppia, no, è un’esperienza godibile e senza controindicazioni.

Detto questo, non ho scritto a caso “passare una mattinata”. Andata di venerdì mattina apposta per non trovare intasamenti, ho camminato tranquilla per gli stand e in due ore ho fatto il giro ovunque per più e più volte. Perché Tempo di Libri, nonostante i proclami trionfali e il programma che pareva superdenso e l’AIE strombazzante… è davvero piccola. Due padiglioni, 550 espositori in totale, ma di essi non solo editori e non di tutte le fasce.

Tralasciando il quasi dieci per cento di editori a pagamento, monitorati a partire da questa fiera da un osservatorio EAP di Scrittori in Causa che vi consiglio di seguire. (Qui è bene precisarlo: noi di Studio83 non siamo a prescinere contro l’editoria a pagamento ma contro la cattiva editoria tout court. Purtropo le due cose coincidono nella quasi totalità dei casi).

A fronte di una presenza anche normale di cose altre rispetto ai libri (stand della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, dei libri che in realtà sono contenitori, delle incisioni, dei cristiani o qualsiasi setta fossero, dei servizi di Print On Demand e così via) anche la composizione delle case editrici presenti non ha giocato molto a favore dell’offerta ai lettori.

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Sì, perché a TdL c’erano i big dell’AIE, gli scissionisti: Mondadori, Giunti, Feltrinelli, Einaudi, ecc. E poi c’erano gli editori piccoli e piccolissimi, presenti alla fiera per curiosità, o perché non legati a questo o quel marchio e quindi liberi di provare, o perché sono dei paraggi e quindi la partecipazione è quasi doverosa. Non c’erano gli editori medi e/o indipendenti che in seguito allo scisma condotto da Motta (presidente AIE) con grande alterigia e dal Salone di Torino con una tracotanza e una confusione fantozziane si sono schierati con Torino e quindi hanno dato forfait. Non c’erano quindi buona parte degli editori in grado, sia per bilancio che per catalogo, di sperimentare, di innovare, di attirare il pubblico dei lettori forti e specializzati ed esigenti che invece animano non tanto Torino, ma anche e soprattutto Roma.

Grazie anche a una chiacchierata illuminante con gli amici editori di Zona42 e di LaPonga con cui mi sono confrontata in loco, mi è venuto spontaneo pensare proprio a Roma e alla inebriante varietà di Più Libri Più Liberi, una fiera piccola, stretta, piena, dove a ogni cubicolo trovi titoli e proposte sulle quali lanciarti, dove a ogni angolo c’è qualcosa di bellissimo, un labirinto pantagruelico al quale Tempo di Libri non si avvicina proprio.

“Qui è come andare in una libreria”, mi ha detto un editore, non era un complimento ed era vero. I grandi editori come al solito hanno fatto il mega supermercato pieno di cassiere e senza veri librai. E i piccoli editori erano presenti in piccolo in tutti i sensi: con i loro libri, le loro idee e aiutati da allestimenti e organizzazione efficacissimi, ma davvero in pochi. Ed essendo alla loro prima edizione, le proposte e l’atteggiamento mi hanno dato più l’impressione di una prova generale. A Torino l’immagine è quella della lotta per la sopravvivenza, tra il trauma ancora vivo del prezzo immane pagato per lo stand e l’assalto delle carovane di chiunque. A Roma quella del laboratorio, della ricerca pur con tutti i suoi difetti, del “siamo alla fine dell’anno dai dai dai fa’ che vendiamo qualcosa per tirarci su”.

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Diciamo quindi che per questa prima edizione di TdL vedo un bilancio in parità, forse più sul negativo che positivo.
L’AIE non ne esce benissimo, e la cosa non mi dispiace per niente: dopo una finta trattativa con Torino, un addio burrascoso e suberbo (pur con mille ragioni, non so se si nota che con il giurassico Salone sono estremamente critica) e un dispiegamento di forze e di proclami roboanti, gli ottantamila visitatori previsti sono stati quelli, o poco meno, non uno di più. E lo screzio aperto con Torino ha poi portato alla scelta di una data che li fregasse, quindi poco prima di loro, ma che è stata scellerata: sì, perché il milanese quando c’è un ponte scappa da Milano a gambe levate e i turisti non italofoni, tra una fiera del libro poco pubblicizzata nello spazio urbano e le mille attrattive cash e modaiole, scelgono ovviamente le seconde.

Come ha rilevato anche un amico editore, inoltre, a Milano ci sono già kermesse del libro, che hanno una loro identità ben precisa, come Book Pride che è appena passata (ci sono stata, il resoconto qui) Book City che è un evento che coinvolge tutta la città, il Festival della Letteratura per lettori superpreparati.
Tempo di Libri non è riuscita ad abitare Milano come si proponeva di fare: sì, gli scaffali di cartone all’anagrafe e gli studenti in bici schiavizzati a fare i galoppini, ma va beh, non puoi chiamare una cosa simile “fuorisalone del libro” quando in città abbiamo ancora l’eco di quel delirio che è stato il Fuorisalone appena passato. E non è stata un trionfo, perché senza una identità definita, senza una proposta culturale forte e senza i grandi ospiti internazionali che Torino si può permettere.

Che poi il sindaco Sala affermi che “le scuole i primi giorni sono mancate”, ecco, mi fa mettere le mani nei capelli: perché i primi due giorni di fiera, mercoledì e giovedì, i due padiglioni erano il deserto dei Tartari ed è inconcepibile che il Comune non abbia pensato a fornire i torpedoni e a mandare gli insegnanti a calci in c*lo a portare quanti più ragazzi e bambini possibili in mezzo ai libri.

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Ma tant’è. Ora la prima Tempo di Libri è andata ed è tempo di bilanci.

A me l’impressione di grandiosità rimane lo stesso, perché è stato molto bello passeggiare in spazi belli, vivibili e curati, pensati per facilitare in tutto la vita dei lettori, delle persone, dei bambini e delle famiglie, per portarli a fermarsi, a guardarsi intorno, per interessarli, per farli stare bene. L’ho trovato un segno di rispetto, al contrario, è proprio il caso di ripeterlo, di quella fiera del bestiame che è Torino.

A un tratto è pure apparsa la sindaca Appendino che si è fatta un giro per gli stand, e ben sapendo che per ora il Salone è in vantaggio ha fatto la splendida; al contrario di Motta, che dopo tanto bullarsi se ne è uscito con il penoso “non abbiamo mai fatto una corsa con Torino”.

L’augurio è che entrambi imparino qualcosa da questa esperienza. E che il prossimo anno ci siano ancora due fiere, entrambe migliori, entrambe pronte a relazionarsi tra loro (ci stanno già provando, come riporta il Corriere.it, sono teneramente maldestri ma è un inizio). E pronte soprattutto a offrire tutto il meglio possibile a un pubblico di lettori e di non lettori, che ha davvero bisogno di buoni editori, di buoni appuntamenti, di buoni libri, di buoni motivi per leggere felicemente e a vantaggio di tutti.

Un saluto dalla vostra inviata, alla prossima fiera, a voi studio(83)!

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3 Replies to “Studio83 a Tempo di Libri: ecco com’è andata!”

  1. Claudia ha detto:

    Post esaustivo e interessante. Segnalo solo due refusi per migliorarlo: uno è al link sul resoconto del Salone del Libro di Torino del 2009 (c’è scritto Linro), l’altro è “tu cur” che invece si scrive “tout court”.

    C.

  2. ElenaS83 ha detto:

    Ciao, Claudia, benvenuta! 🙂
    Il “tu cur” di Giulia è un suo vezzo scherzoso, un po’ come quando scriviamo “feisbuk”, tranquilla!
    Grazie per la segnalazione sul link, l’ho corretto.
    A presto!

    Elena

  3. Giulia A. ha detto:

    Sì, chiedo scusa per la faciloneria. A volte, più spesso quando parlo, dico direttamente “tu quoque” ma qui ho pensato “no, devo essere più comprensibile” :’-D
    Per evitare fraintendimenti l’ho corretto dato che mi stanno perculando un po’ dappertutto. ^_^ Grazie del commento, continua a seguirci!

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