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Il destino delle librerie indipendenti

Ieri mi è capitato di vedere al TG2 un servizio sulle librerie indipendenti. Piuttosto breve, potete vederlo QUI


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In sostanza, si mettono in rilievo le difficoltà che hanno le librerie indipendenti a far fronte alla concorrenza dei grandi megastore del libro, posti enormi, con assortimenti impensabili per una piccola libreria, che offrono anche musica, riviste, giochi e DVD e, dato che sono sempre legati a grandi marchi editoriali, possono offrire sconti maggiori sui prezzi di listino e ottenere condizioni favorevoli dai distributori.

Il tasto dolente è quello dell’approvigionamento dei libri. I maggiori distributori propongono condizioni che non sono favorevoli per una libreria indipendente e richiedono delle garanzie e una disponibilità liquida già all’apertura, quando si stanno affrontando i grossi investimenti investimenti e non c’è la vendita vera.

Proprio per questo non mi sembra che la soluzione proposta dal servizio sia quella migliore: i librai infatti chiedono una legge che fissi il tetto massimo di sconto al 15%, in modo da non essere sopraffatti dalle maggiori possibilità dei megastore del libro.

Ma come… si cantilena che c’è la crisi, che la lettura è in difficoltà, e si bloccano gli sconti? Ma come, i clienti sono già pochi, e si vuole scaricare sulle loro spalle le difficltà di un sistema intero? Il problema sono i distributori, quindi l’intermediario, e la legge dovrebbe colpire l’utente finale?
Ma come, ci viene detto in continuazione che il libero mercato è la base del nostro sistema, che la concorrenza è la grande regolatrice, che la mano invisibile ci tutela, e poi quando le cose vanno male si ricorre a leggi arbitrarie che impongano prezzi e sconti?

La mia opinione è che le librerie indipendenti hanno molto da offrire e che hanno anche dei punti di forza:

  • la specializzazione per prima cosa;
  • il servizio e la possibilità di un rapporto umano con il lettore che i megastore, e lo dico per esperienza personale, non possono garantire;
  • inoltre, la piccola libreria può creare un radicamento sul territorio, partecipare alla vita di quartiere e diventare un vero e proprio polo culturale.

Nell’epoca del web, si possono scoprire le potenzialità dei network: una libreria di libri di mare non necessariamente deve fare concorrenza a una specializzata in esoterismo, anzi, si possono unire le forze e scambiarsi i clienti. Alle brutte, anche la piccola libreria può fare parte di un marchio, magari legarsi a un distributore e approfittare dei favori del franchising, come nel caso della catena Ubik di FastBook.

Oppure, si possono fare proposte nuove, magari più rischiose, avventurarsi fuori dalla filiera tradizionale per tentare con titoli quasi unici, usati, introvabili. Esempi di successo ci sono, sono possibili e accadono, presto ve ne proporremo qualcuno.
L’esperienza di un editore ci suggerisce invece che (a volte) i librai vanno a inerzia, non si danno da fare e non vogliono rischiare.
Salvo, poi, farla pagare al lettore (leggete un po’ i commenti a questo post…) o peggio, andare a piangere da mamma Legge. Peccato che la crisi di lettori non si supera insultando i propri clienti, obbligandoli a pagare di più o facendoli incazzare!

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