EAP – editoria a pagamento

Un mini documentario sull’editoria a pagamento

Vi segnalo un video realizzato dal webmaster del portale letterario L’Isola delle Poesia sull’editoria a pagamento.  

Trovate il video anche su l’Isola della Poesia e vi invito a lasciare anche lì qualche commento per Luca.

Questo mini documentario mi è sembrato un ottimo “bignami” dal quale partire, per gli autori che non hanno nessuna idea di come funzioni l’ambiente editoriale: è giusto dare loro degli elementi basic sui quali ragionare, e magari degli spunti per incitarli a muoversi e cercare informazioni a loro volta.

L’unica mia perplessità, e ne ho parlato con Luca appena visto il video, è la dicitura “editoria gratuita”. Usare questa denominazione per l’editoria tradizionale non è preciso, secondo me, perché l’editoria “tradizionale”, quella che pubblica e vende in libreria senza chiedere contributi, è PAGANTE.
Lo scrittore fornisce un manoscritto che viene editato e venduto dall’editore e ne riceve in cambio dei proventi chiamati “diritto d’autore”. L’espressione “editoria gratuita”, invece, è il semplice rovesciamento lessicale di “editoria a pagamento”, che già di per sé è un rovesciamento!

A questa mia perplessità, Luca ha risposto così:

“Il video è scritto dal punto di vista dell’aspirante scrittore ed è pensato per tutti coloro che non sanno nulla di editoria (…) , o pensano che pagare sia meglio o, addirittura, obbligatorio. Per queste persone ho usato la parola GRATUITA perchè per loro, per il livello di informazione di cui dispongono sull’argomento, a mio avviso valgono e sono maggiormente recepibili le equazioni:
editoria gratuita = non si paga per pubblicare
editoria a pagamento = si deve pagare per pubblicare”
Mi sembra una motivazione valida, spero che il suo video venga visto e diffuso il più possibile.
Ma non provate a usare in questo blog l’espressione “editoria gratuita” se non volete che mi arrabbi! ^^

 

Ancora diffide

Ennesima diffida per il blog WritersDream, accusato da molte case editrici a pagamento di fare una cosa orribile: dire la verità e parlare in modo chiaro. Le tre liste nelle quali vengono classificati gli editori (Inferno, Purgatorio e Paradiso) sono state già altre volte bersaglio di critiche, denunce e diffide da parte – ovviamente – di chi era stato incluso in quella meno nobile, l’Inferno dei contributi di edizione, delle 1000 copie a carico dell’autore e via dicendo.

Oggi a farsi girare le eliche è la piccola Armando Editore, inserita appunto nell’Inferno in quanto chiede all’autore l’acquisto di un ingente numero di copie, a prezzi non proprio modici. WritersDream spiega e risponde, e lo fa con grande garbo, come al solito: portando prove, fatti e leggi.

Come sempre, anche noi assicuriamo a WritersDream ogni sostegno morale per queste tristi vicende. E troviamo straordinario che un blog non si arrenda davanti alle diffide, ma continui a fare nomi, difendendosi dalle assurde minacce con i propri semplici diritti: quelli garantiti dalla legge sulla libertà di espressione, di critica e di opinione.

Lampi di genio

Ieri ho avuto un lampo di genio. Mi sono imbattuta in un articolo, sul Corriere, sugli “scrittori fai da te“, e ho ringraziato il cielo di essere in un paese che vanta penne informate, penne d’assalto, penne impazienti di fornire alla collettività un servizio di utilità pubblica. Poi mi sono svegliata e mi sono accorta che le suddette penne sono fuggite coi loro cervelli, a noi restano le pene.

Dopo la nascita di Kindle2, prodotto da Amazon, sappiamo che una macchinetta di tre etti può contenere le notizie, i dati o le storie di circa 1500 libri.

Una “macchinetta di tre etti“? “Le notizie, i dati o le storie“? Davvero non si può fare di meglio?

È capace di nuove funzionalità, ha un disegno grazioso — il primo Kindle era più brutto dell’anatroccolo delle fiabe — nonché un rinnovato sistema di navigazione, sedici tonalità di grigio e alta risoluzione.

La penna penosa ha dimenticato la cosa più importante: i tasti ce l’hanno la musichetta? Chi se ne frega della memoria, dei formati, dello schermo con luminosità opaca simile alla carta, ci si può scaricare lo snake? Questo è quello che interessa all’uomo della strada!

E siamo solo al primo paragrafo. A seguire, una panoramica sulla situazione del self-publishing italiano, statistiche alla mano e un interlocutore illustre, il prof. Giuliano Vigini, al quale il giornalista dà la parola solo per fargli dire che la stampa digitale è in aumento, che costa meno e che gli editori ricevono un sacco di manoscritti.

Dopo di che, abbiamo il ritratto del protagonista assoluto del “caso self-publishing“.
Lulu? No, troppo moderno, è per smanettoni e l’uomo della strada non ci arriva.
Ilmiolibro.it? Piano, quella è dei concorrenti, meglio sorvolare.
Ci sono: Lampi di Stampa!

Lampi di Stampa è una casa nata per conservare in catalogo una certa opera e anche per microtirature. (…) Lampi di Stampa, per dirla in breve, alterna un’editoria tradizionale al servizio di microtiratura e al fai-da-te; è una specie di ponte tra l’editoria del passato e quella che potrebbe nascere.

… Ecco, ma dove vive ‘sta gente (e chi gli ha insegnato a scrivere!)?
L’editoria che “potrebbe nascere” esiste da un bel po’ e funziona anche bene, ad esempio per il caso dei libri rari o delle pubblicazioni universitarie – la nostra penna scrivana ne parla en passant, ma è molto importante, è il futuro della cultura. Ma sentiamo Lampi di stampa:

Noi, per taluni aspetti, siamo ancora degli editori perché offriamo a chi lo desidera un servizio di editing e respingiamo opere oscene o plagi.

Quel “per taluni aspetti” potrebbe far tremare le vene dei polsi a chiunque abbia avuto a che fare con l’editoria a pagamento. Non è il caso della penna giuliva, che non si preoccupa di andare oltre le dichiarazioni del direttore editoriale.

(…) le Messaggerie, la grande catena che distribuisce tra l’altro Garzanti, Longanesi, Vallardi e la stessa Lampi di Stampa

No, caro giovane, non è esattamente così. Basta andare sul sito di Lampi di Stampa per accorgersi che Messaggerie non è semplicemente il distributore, ma l’azienda “madre” di cui la casa editrice è una costola.

Quindi abbiamo qualcosa di simile a Ilmiolibro.it, un colosso editoriale/distributivo che apre (o acquisisce nel suo gruppo) un print on demand per intercettare il target degli scrittori, oltre a quello già coperto dei lettori.
Questo sarebbe un discorso interessante da affrontare: il print on demand degli autori esordienti è un mercato destinato a cambiare il panorama editoriale? Oppure è solo un momentaneo “tacchino grasso” su cui cercano di buttarsi tutti prima che si esaurisca, una specie di bolla? Le Messaggerie posseggono mari e monti: edicole, catene di librerie, case editrici, marchi a volontà, questa pubblicità a Lampi di Stampa (perché a me sembra proprio una pubblicità, altrimenti almeno un altro nome avrebbero dovuto farlo!) significa qualcosa?

Non lo sapremo mai, ma forse possiamo immaginarlo. Ce ne sono tanti, di articoli superficiali e approssimativi come questo, che traboccano di sense of wonder per la rete ma che ancora non la sanno usare. Che parlano solo di alcune cose e sembrano ignorarne altre. Che non approfondiscono. Che la buttano lì.

Occhi aperti, ragazzi, il print on demand è un mercato caldo. Lo dimostra anche questo.

Achtung!!!

C’è una moda dilagante, nell’ambito dell’editoria a pagamento contemporanea, che sta prendendo sempre più piede e di cui abbiamo spesso parlato: quella della QUERELA PER DIFFAMAZIONE. In pratica, dette case editrici hanno radunato una sorta di braccio armato virtuale, una legione di subalterni blogomani, e li hanno dispersi per la Rete a caccia di discussioni, commenti, post che contengano l’Offesa Suprema, l’Onta Incancellabile, la Bestemmia Cosmica, alla quale opporre, come arma di difesa, il paventato tentativo di ricorrere per vie legali: la definizione “casa editrice a pagamento”.

 


Ecco, stando alle case editrici a pagamento, o comunque a una loro ampia percentuale, la stessa definizione “casa editrice a pagamento” è una mortale offesa lesiva dell’immagine e della dignità dell’azienda, filosofia che mi sembra un tantino schizofrenica, se sostenuta da chi, di fatto, si definisce casa editrice ma offre a pagamento servizi che nell’editoria tradizionale sono a carico dell’editore.

L’abbiamo già detto altre volte, lo ripetiamo: l’editoria a pagamento, per quanto controversa e poco ortodossa, non deve essere necessariamente un male, se al contributo da parte dell’autore si accompagna una politica editoriale come cristo comanda. Il problema semmai è la totale deviazione e aberrazione di questo principio, che ha portato decine e decine di case editrici spuntate dal nulla a riversare nel mondo tonnellate di carta straccia, libri stampati senza alcun elemento che ne giustificasse la pubblicazione, se non il tornaconto economico.

Ed ecco che “a pagamento” diventa locuzione non gradita alle stesse case editrici che la mettono in pratica, da evitare, da sussurrare piano, da spiegare con giri infiniti di parole, pena l’arrivo della famosa, temuta QUERELA. Ormai la mitica querela è diventata quasi un tratto distintivo dei blog che parlano di editoria, una sorta di medaglia al valore, un po’ come le cicatrici da sparatoria per i rapper americani.

 


La cosa lì per lì può anche far ridere, del resto si tratta di azioni legali risibili, che poggiano su basi inesistenti, tuttavia mi premeva sottolineare come questa situazione stia diventando sempre più seccante, tanto più che va a danneggiare un diritto fondamentale, quello della libertà di parola. Ecco, un ambiente in cui la libera espressione viene “punita” con rappresaglie legali, io non riesco proprio a tollerarlo.

Questa riflessione è nata stamattina dopo aver letto le vicissitudini del blog di Writers Dream, che già tempo fa ebbe noie simili, e oggi si ritrova una diffida inviata dalla casa editrice Deinotera.
Addirittura, i gestori del forum vengono accusati di aver accostato il nome della casa editrice “[…]senza alcuna a moderazione, ad espressioni improprie, ingiuste e fuorvianti, cagionandole grave nocumento” in modo “offensivo della dignità e dell’onore“.

Quindi tu esprimi un’opinione e vieni trattato come una specie di apologeta nazista che va in giro a ledere l’altrui dignità.


Ma stiamo scherzando?

Un popolo di…

Il quotidiano “Affari Italiani” ha di recente pubblicato un articolo sull’editoria a pagamento, interessante già dal titolo: “Un popolo di navigatori, santi e scrittori… a pagamento”. L’intervento riassume in modo conciso ma esaustivo il problema dell’editoria a pagamento, cita due testi di riferimento (entrambi recensiti da noi: “Esordienti da spennare” e “L’autore in cerca di editore“) e riporta acuni avvenimenti recenti, come il contenzioso de Il Filo Vs Bianciardi e la recente polemica sullo scrittore, sempre de Il Filo, Fabio Fazio.

L’articolo cita anche la Lista E.A.P., la lista degli editori a pagamento stilata con indubbia pazienza e imperturbabilità dai baldi “scribacchini” (:-D!) di Writer’s Dream, che hanno avuto più di un grattacapo a causa della propria schiettezza (sono arrivata all’articolo proprio dal loro blog).

Nell’ultima parte dell’articolo si cita anche un esempio virtuoso: quello di Albalibri, una casa editrice da noi già nominata a proposito della (ormai) rara virtù di tradurre gli stranieri dalla lingua originale.  È bello leggere la storia del fondatore di Albalibri, Clirim Muça, delle sue alterne vicende e della particolare strategia della sua casa editrice: tirature bassissime, forte spinta all’evento e nessuna richiesta di contributo.

La quale richiesta, torno a ripeterlo, non è di per sé una piaga capitale. La disonestà lo è,  come il lucro indiscriminato e la cinconvenzione di buona fede. Esistono anche case editrici, come la Lietocolle, “costretta” dal mercato a chiedere un aiuto anche agli autori. Oltre al contributo però esiste una selezione dei titoli che ha portato a un catalogo di qualità nel quale sono inclusi nomi importanti della poesia. Insomma, come sempre non ci sono solo gli estremi ma anche le sfumature, è giusto ricordarselo.

Un applauso comunque all’autore dell’articolo di Affari Italiani, Antonio Prudenzano, che accanto alla dote della sintesi ha dalla sua anche chiarezza e documentazione.

Vanity net, easy press

Sul sito de “Il Giornale”:  “Facebook, dove gli scrittori perdono la faccia“.
Ci sono arrivata su
segnalazione di Booksblog, l’autore è Gian Paolo Serino, che è anche fondatore di Satisfiction, “la prima rivista di critica letteraria che rimborsa i libri consigliati”. Vabeh… però la rivista è interessante ed è anche free press, che non guasta.

Nell’articolo sul faccialibro, Serino ironizza sul presenzialismo degli scrittori che si autopromuovono nel web 2.0. Aggiungono amici a raffica per poi sfruttare i contatti a fini di marketing. Si linkano e blurbano* a vicenda. Perorano cause da “corsari moderni”. Mettono frasi strane nel profilo. Pubblicano foto con altra ggente famosa e tra i libri preferiti di tutto un po’. Eh, questi scrittori narcisi!

Ora, però, vorrei fare una domanda a Serino: premesso che il suo è un articolo divertente che si legge con piacere, ha una vaga idea di cosa sia Facebook? Più in generale conosce l’inferno dei social network? Mai cliccato Myspace con il suo carico di morte e distruzione?

I comportamenti narcisi elencati esistono eccome, ma non sono appannaggio di scribacchini infoiati. Su Facebook fanno TUTTI così: sono tutti ansiosi di perdere la faccia. Gli scrittori sono solo una parte dei vanesi del 2.0 in questa Italia che, ce lo ricordava Flaiano, è “un paese di santi, poeti, nipoti e cognati”. Ma mi sa che tutto il mondo è paese.

Prendiamo un esempio a caso: me. Nel profilo del faccialibro espongo consiglisugli attacchi zombie; dichiaro di fare parte della religione di pio kenobi; come immagine ho una foto che mi sono scattata da sola, tanto per non farci mancare nulla. Presa nel vortice degli ex amici delle medie/elementari/vita pre-vita che millantano lavori strapagati alla NASA e organizzano cene amarcord, non oso pensare a cosa potrebbe succedermi se fossi in odore di fama (non avverrà mai ma fatemici credere): quando la gente inizia a metterti come amico dell’amico e tu devi accettare se no si offende e non vendi il libro; quando non puoi più, pena la figura da insensibile, eliminare richieste di adesione alla causa strappalacrime dei bambini svervegi; quando cominci a credere sul serio che al mondo interessi sapere tutte le cazzate che ti passano per la testa. 

Potrebbe persino capitarmi di avere Flavio Briatore tra gli amici, come succede a un certo Gian Paolo Serino… sarà mica lo stesso? Ma se sta su Facebook pure lui, mi suona strano che finga di ignorare come funzioni, che spinga sullo stupore per le innocue scempiaggini del network, e ce le proponga pure come chicche da scoop. Certo, citare un po’ di stranezze “fa colore” e si fa leggere. Un critico letteraro però dovrebbe considerare che sparare sul narcisismo degli artisti è facile, ma che quando è una società intera a guardarsi allo specchio, forse è il caso di andare oltre.

“Ma il vero motore di Facebook sono gli aspiranti scrittori: dal celebre chirurgo plastico che propone i suoi libri di filosofia applicata all’estetica alle veline della scrittura, ventenni che ti mandano le foto sul letto prima di inviarti i loro scritti, agli scrittori dell’angoscia, sempre pronti a rifilarti il loro capolavoro mistery o la loro creazione fantasy. Stiliti del posto fisso, sempre collegati a Facebook, che se lavorassero, invece di stare sempre davanti al computer, davvero l’Italia andrebbe meglio. Perché il dramma di Facebook, scrittori compresi, è che sabato e domenica si spopola, non c’è quasi nessuno. Chiusi gli uffici non rimangono nemmeno le tracce d’inchiostro.”

…e si stava meglio quando si stava eccetera, vero? Caro Serino, complimenti per l’ironia e la vena dissacrante: la prossima volta dicci anche qualcosa di nuovo e vedrai,  l’articolo che ne verrà fuori sarà da applauso.

*Niente paura, “blurb” è solo la versione 2.0 di “marchetta”. Ne parliamo domani…

Se l’hai scritto, va stroncato

Sono andata su Ilmiolibro.it. il portale di stampa on demand del Gruppo Editoriale L’Espresso.

Il portale è relativamente nuovo e ha fatto storcere il naso a più di un editore a pagamento. La cosa è comprensibile, dato che certa editoria a pagamento non è altro che stampa on demand più cara: molti, compresi noi, consigliano gli scrittori presi da frenesia stampereccia di rivolgersi direttamente alle tipografie o a Lulu, bypassando simileditori e risparmiando un bel po’ di soldini.

Ilmiolibro.it, però, non è un semplice portale di stampa on demand, ma si ferma un passo prima (o più in basso, punti di vista).

Nella homepage di Lulu campeggiano le tre opzioni: “Pubblica”, “Vendi” e “Acquista”, seguite dai vari tipi di prodotti editoriali, dai libri ai calendari agli opuscoli, forniti dal portale.  Impostazione abbastanza essenziale.
Ilmiolibro.it, invece, parte in quarta con un claim roboante: “Se l’hai scritto, va stampato”.

COSA? E perché? Chi l’ha detto? E come se non bastasse, rincarano poco più in basso: “Da oggi il tuo libro con le tue foto in copertina”. Come dire: “Se l’hai scattata…”

Segue poi la vetrina dei titoli più venduti, quella degli ultimi inseriti e dei nuovi utenti e un box di annunci pubblicitari – altra differenza con la più sobria Lulu. Inoltre, Ilmiolibro.it si presenta come portale dedicato ai libri e più in particolare ai romanzi… è ilmiolibro, capito? Il mio libro, il mio caro libro, con la mia foto sopra. È talmente smaccato che rasenta la faccia tosta, non abboccate, diamine!

Insomma, Ilmiolibro.it non mi sembra proprio un mero portale di stampa on demand, ma, all’italiana, unisce l’utile e il dilettevole di aspetti opposti: la tipografia e la vanity press.
Al di là dei preventivi comunque ragionevoli, la veste e l’organizzazione del portale dimostrano l’intenzione di sfruttare la vanità degli autori emergenti e del loro nome (e della loro foto!) in copertina, aiutati in questo dal richiamo del marchio dell’Espresso e dal link  bello in testa all’homepage di Repubblica.it.

E io, come prima, continuo a preferire e a consigliare Lulu.

Espressione, cronaca, critica

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Questo è il primo comma dell’art. 21 della Costituzione Italiana, che difende il diritto alla libera espressione. Esso ha come emanazioni il diritto di cronaca e il diritto di critica.

Da Difesadell’informazione.com: "Costituendo al tempo stesso espressione della libertà di pensiero ed insostituibile strumento di informazione al servizio esclusivo della collettività, il diritto di cronaca vanta una tutela rafforzata. E finisce per prevalere sul diritto del singolo individuo, anche se “inviolabile”." E sul diritto di critica: "è dura contrapposizione, è mettere a nudo l’inadeguatezza, l’inaffidabilità, la falsità, gli errori altrui. E’ voler scuotere, provocare una reazione. La critica è fondamentalmente un attacco."


Il diritto della collettività a essere informata per ciò che riguarda il proprio bene e il diritto a esprimere giudizi soggettivi basati su interpretazioni dei fatti, il tutto senza superare i limiti della continenza formale, sono garantiti dalla Costituzione. Sono diritti inviolabili, sacrosanti, che ognuno di noi si trova in certi casi a difendere, ben sapendo che nessuno lo farà al nostro posto.  Le grandi aziende trascinano in tribunale i giornalisti, i politici citano in giudizio i comici, i datori di lavoro se la prendono con i morti in azienda, con la motivazione generale di un’"immagine danneggiata". E sul web, ci sono case editrici a pagamento che minacciano utenti e gestori di forum di azioni legali, con la stessa motivazione: state parlando male della mia azienda, danneggiate la mia immagine. Noi ne sappiamo qualcosa, ma la vicenda de "Il Filo" contro Bianciardi, di cui abbiamo parlato qui    e qui, fa ben sperare.


Una cosa del genere è successa al forum Writer’s dream. I gestori hanno avuto l’ardire di condurre qualche piccola indagine contattando le case editrici e chiedendo la pubblicazione; ne è risultata una black list dove sono citate quelle ritenute poco professionali e non affidabili, a prescindere dalla richiesta di contributo. Ma un certo signor Alex, che si dice rappresentante della MJM Editore, non ha preso bene la cosa. Ha iniziato con commenti fake, rapidamente smascherati, e ha continuato minacciando di denunciare tutti alla Polizia Postale (!), insultando gli utenti e… correggendo i racconti pubblicati sul forum! Buono lì, quel lavoro è mio! 😀


Ma gli "scribacchini" (o dovremmo chiamarli gli "esordienti da spennare"?)non si sono fatti scoraggiare e hanno risposto puntualmente, sfoggiando una continenza (e un italiano) ben superiore a quella dell’interlocutore. Questa coerenza, questa decisione sono mancate in forum ben più grandi, dove ora vige il divieto di nominare le case editrici proprio per evitare grane – che ci sono, certo, ma che spesso sono solo espressione di prepotenze. Qui c’è il riassunto della vicenda, con tanto di commenti inviperiti, in un post del blog di Writer’s Dream. Brave, ragazze!

Il Filo – II

Posto un interessante contributo alla vicenda “Il Filo VS Bianciardi”: è un commento al relativo post, scritto da avvocatospadaccino, in cui spiega alcuni particolari legali a uso di noi poveri mortali:

Chi vuole proporre un’azione giudiziaria civile contro qualcuno utilizza lo strumento dell’atto di citazione, a seguito del quale si instaura un giudizio cd. di merito, che dura più o meno due-tre anni (il primo grado, poi può essere appellato, ed in genere un appello civile può durare anche cinque anni.)

Questi lunghi tempi vengono chiamati: “more del giudizio”

Quando l’attore (ovvero chi propone l’azione) ritiene di non poter aspettare tutto questo tempo, perchè ne deriverebbe un “pregiudizio grave e irreparabile” (che viene definito: periculum in mora. é quel pregiudizio che non può o non può completamente essere risarcito con denaro), allora propone un ricorso ex art. 700 codice procedura civile, che permette di avere un’udienza a stretto giro (un mese-un mese e mezzo).

Questo giudizio si chiama cautelare d’urgenza ed è anticipatorio del giudizio di merito.

Il ricorso ex art. 700 c.p.c. per essere accolto deve fondarsi su due elementi: il fumus boni iuris (la parvenza del buon diritto) ed il periculum in mora (il pregiudizio grave e irreparabile nelle more di giudizio.)
Così ha fatto il Filo (sarebbe interessante leggere il suo ricorso).

Il giudice si è pronunciato solo sul fumus boni iuris ritenendo superfluo pronunciarsi anche sul periculum in mora (infatti un giudizio cautelare viene accolto solo se ci sono entrambi i requisiti) ed ha emesso ordinanza (che non è una sentenza) di rigetto.

A questo punto, il Filo ha due possibilità.

O nei 15 giorni dalla notifica dell’ordinanza propone reclamo (potremmo definirlo come l’appello del giudizio cautelare – tempi del reclamo: come il cautelare, un mese-un mese e mezzo) oppure instaurare direttamente un giudizio di merito (tempi di durata del processo: due-tre anni), oppure ancora desistere da ogni ulteriore azione.

Perciò è lecito essere soddisfatti di questa vittoria, ma la battaglia potrebbe essere ancora molto lunga.

p.s. i tempi che ho indicato sono quelli del mio foro, forse a Bologna sono più veloci.

Le spese sono sempre molto rilevanti.

E dopo questa spiegazione, l’avvocato spadaccino butta lì uno spunto:

Sarebbe interessante studiare se e come sia possibile promuovere una class action contro un editore a pagamento.

Ovvero un gruppo di autori turlupinati che si mettono insieme, magari costituendo un comitato, e agiscono giudiziariamente contro l’editore a pagamento. Solleverebbe un bel polverone e gli editori a pagamento comincerebbero a tremare per davvero.

Inoltre potrebbe essere possibile chiamare in causa anche i grandi giornali nazionali che, pur sapendo che tipo di offerte presentano certi soggetti, accettano certe inserzioni ingannevoli pur di incassare laute cifre.

Che dire… sembra una sfida fattibile, e anche secondo me deve partire dagli scrittori –  non più solo dai loro difensori, che in prima linea sono pronti a farsi massacrare. Sono gli scrittori che dovrebbero organizzarsi, e trovare la voglia e la dignità di lottare, come già fanno molti, oltre a lamentarsi.

Con questo appello a una ritrovata “coscienza di classe” concludo il post e anche l'”anno scolastico” 🙂 e auguro a tutti di trascorrere vacanze lunghe, serene e piene di belle letture. Il blog si prende una pausa insieme a noi… che però ci porteremo manoscritti e lapis anche in spiaggia!  Vi aspettiamo a settembre belli carichi, per ripartire insieme all’insengna di tante belle novità.

Ciao a tutti!

Sul filo del rasoio

Buone notizie, anzi ottime. Sul blog Riaprireilfuoco, Bianciardi pubblica l’esito di una causa intentata a lui e ai suoi colleghi da parte della casa editrice “Il Filo”. Il Tribunale Civile di Bologna ha dato torto a “Il Filo”, che non è riuscita a dimostrare la falsità delle affermazioni rivolte nei suoi confronti.

Penso che questa sia una sentenza significativa, e spero davvero che possa essere, da ora in poi, un valido precedente da opporre alla prepotenza di certe minacce.

Non vi sembra ridicolo che in certi forum sia vietato fare i nomi delle case editrici, per non incorrere in querele? E che tutto questo sia avvenuto per tacitare le denunce e le lamentele di scrittori che riferivano ai colleghi le loro delusioni e gli imbrogli in cui erano incappati? Non è squallido che, subita una fregatura, non la si possa nemmeno raccontare? Proprio chi ci ha turlupinati alza anche la voce, e non con noi, ma con i moderatori e i provider che troppo spesso scelgono la strada più comoda e meno accidentata per evitare i conflitti.

Questa sentenza è chiara, potete leggerla dal blog di Bianciardi, e per comodità ecco il link diretto. Leggiamola e commentiamola insieme.

Vengono riferite in primo luogo le lamentele de “Il Filo”: “veniva accusata di essere un ‘editore a pagamento’ (…) ben 11 posts si distinguevano  per la loro volgarità espressiva  (…)”. “Ravvisando il pericolo  di un danno  grave ed irreparabile alla propria immagine e reputazione” , “Il Filo” pretende che vengano rimossi da Riaprireilfuoco i post e i commenti incriminati, e non solo: chiede di levare di mezzo tutti i testi che parlino di lei, e di “astenersi dal far ulteriormente circolare (…) scritti aventi ad oggetto la sua attività commerciale.” Nient’altro?

Bianciardi controbatte specificando lo statuto del webmaster, nel caso particolare del blogger: non è un direttore responsabile, non ha né il potere, né il dovere di esercitare un controllo. L’unica eccezione sta nel moderare i commenti diffamatori, non certo quelli che operano il  “legittimo esercizio del diritto di critica“.

La sentenza respinge le richieste de “Il Filo”: “sul punto è sufficiente osservare che il provvedimento richiesto, in quanto volto a realizzare anche una forma di censura preventiva, comporterebbe l’inammissibile violazione del diritto di libera manifestazione del pensiero“. Più avanti si specificano le caratteristiche del diritto di critica: è “una forma di estrinsecazione della libertà di pensiero“, “un’attività essenzialmente valutativa” che “non può essere valutata sotto il profilo dell’obiettività sino a ritenere che debba essere sempre misurata o comunque costruttiva“. Il diritto di critica è equiparato a quello di cronaca, e gli si dà la possibilità di prevalere sull’ “onore, la dignità e la riservatezza del privato” nel caso in cui sia di pubblico interesse.
Dato l’argomento trattato, e considerata l’ampia fascia dei giovani autori interessati all’attività della ricorrente, non vi è dubbio che le opinioni espresse dagli utilizzatori del blog fossero sicuramente di pubblico interesse“.

Ciliegina sulla torta, quei commenti che esprimono critiche legittime rispettano anche “il requisito di verità“, dato che il modo di fare della casa editrice è verificato anche in sede processuale. Falso è invece quello che dice “Il Filo”, nel momento in cui afferma di premiare autori meritevoli ma emarginati dal circuito editoriale e si pubblicizza senza fare menzione alla richiesta di contributo.

Anche la veemenza di alcuni commenti è giustificata perché “funzionale (…) tenuto conto che attacchi violenti possono essere giustificati se proporzionati ai valori che si ritengono compromessi. Valori edi interessi di sicuro rilievo nel caso in esame essendo in gioco le aspettative di giovani autori alla ricerca di un futuro in campo letterario“.

Parole chiare per una sentenza attesa; l’unica “pecca” è che le spese di lite sono “compensate tra le parti“, ovvero ( ma magari sbaglio dato che non mastico il legalese)  nessuno le risarcisce a nessuno. Pagare un avvocato non è uno scherzo, per cui un ricorso, anche se infondato e  respinto, il danno lo provoca lo stesso. È uno scotto che pagano in molti, spesso è ingiusto e rovinoso, mi auguro che non sia questo il caso. Insomma, andiamo tutti a congratularci con Riaprireilfuoco e diffondiamo la notizia della sentenza, chissà che, in futuro, non possa servire a qualcuno come arma di legittima difesa…