EAP – editoria a pagamento

“Hai scritto un manoscritto?” – La verità sull’editoria a pagamento

Buongiorno!

Oggi siamo qui per una comunicazione importante circa la nuova politica di Studio83.

Abbiamo deciso di apportare alcuni piccoli cambiamenti alla nostra linea – politica, filosofica, morale – e di dotarci di una vera e propria strategia editoriale: naturalmente, lo abbiamo fatto seguendo gli attuali principi di democrazia culturale cari a buona parte della nuova editoria italiana.

Ma si sa, la parola scritta è ingannevole: è per questo che Studio83 ha deciso di affidarsi ad altri linguaggi e ha girato uno spot pubblicitario . Vi raccomandiamo caldamente di guardarlo!

 

(Lo spot è attualmente trasmesso su tutte le maggiori reti nazionali della Svervegia, pubbliche e private. Sintonizzatevi per vederlo in diretta!)

(…Se invece siete inguaribili nostalgici e ci tenete tanto a concetti sorpassati come “qualità”, “lavoro di scrittura”, “miglioramento” e altre bubbole, vi rimandiamo alla nostra pagina dei servizi letterari. Ma per carità, ripensateci! Il mondo ha bisogno del vostro capolavoro ORA SUBITO ADESSO… per non parlare dei nostri mutui!)

No all’editoria a pagamento – Prima giornata nazionale contro l’EAP

Oggi è la prima giornata nazionale contro l’editoria a pagamento.

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Ancora sugli editori a pagamento

Mi capita spesso di iniziare un dibattito via mail con qualche scrittore o scrittrice che ci contatta per avere informazioni sul nostro lavoro. Con alcuni, manteniamo i contatti anche dopo aver collaborato e diamo inizio a belle corrispondenze. Ecco l’estratto di un recente scambio:

Ho scritto:

C’è una caratteristica sempre uguale che permette di fare delle generalizzazioni sugli editori: la richiesta di contributo. L’editore a pagamento guadagna dallo scrittore, quello non a pagamento guadagna dal numero di copie vendute e divide questo guadagno con lo scrittore, che nell’ordine “naturale” della filiera non è un CLIENTE ma il principale PRESTATORE DI OPERA DI INGEGNO. Capisci quanto è macroscopica, statutaria la differenza?

(…) Lo scrittore non deve pagare. È vero, oggi essere pubblicati è difficilissimo e anche nel mondo editoriale “serio” spesso è questione di conoscenze o intrallazzi.
È anche possibile che un autore geniale, frustrato dalla chiusura di questo mondo, si paghi la pubblicazione e in questo modo mostri il suo talento… ma a fronte delle centinaia di libri letti, non ne ho ancora incontrato uno, e nella quasi totalità dei casi ho dovuto riscontrare una qualità davvero bassa, sia dal punto di vista editoriale che letterario e addirittura ortografico e linguistico. Nella quasi totalità dei casi, lo scrittore che si è pagato la pubblicazione non era assolutamente pronto per pubblicare qualcosa e l’editore a pagamento se ne è semplicemente fottuto, proprio perché l’obiettivo aziendale non sono libri “di qualità” (qualsiasi cosa voglia dire), ma semplicemente copie STAMPATE. Questo porta a un naturale e ovvio calo della qualità, perché anche se lo scrittore è in gamba, il risultato non è fatto solo da lui, ma da una serie di interventi collettivi e successivi che trasformano il manoscritto in un libro pronto alla pubblicazione.

Lo scrittore in questione mi ha risposto con un quesito interessante:

Di sicuro un’opera edita a pagamento non sarà un lavoro completo e ben smerigliato come una edita da un editore che ha interesse a lavorarci sopra. Su questo non ci piove. Da una parte però io la vedo anche come la differenza che passa tra lo zucchero bianco, bello raffinato e lavorato, più dolce e di facile assimilazione, e lo zucchero di canna, grezzo, meno dolce, meno facile… ma anch’esso zucchero. Ciò che li differenzia è la lavorazione che ne fanno terzi, non il fatto di essere un libro.
(…) Io non volevo difendere gli editori a pagamento, sono a considerarsi alla stregua di stampatori di libri, niente di più. Quello che un po’ voglio è difendere la scelta delle persone di pubblicare a pagamento da un generale e troppo cieco puntargli il dito contro. Personalmente, avendo passato parecchi anni all’interno di una certa scena musicale, ne ho appreso la filosofia e ho cercato stupidamente di farne uso quando ho deciso di pubblicare i racconti. Volevo utilizzare i racconti come un demo… nella scena musicale è pratica normalissima e non opinabile pagare per registrare un demo con cui farsi conoscere, lo fanno letteralmente tutti e non capisco perchè invece nell’editoria italiana sia ancora considerata una pratica esecrabile (spesso anche i print on demand vengono massacrati a priori) (…).
Quello che mi da fastidio è questo atteggiamento tipico della domanda: sei disposto anche a pagare per il solo gusto di vederti pubblicato?

Eccoci qui…

Bentornati e ben ritrovati a tutti! Dopo un mese esatto di vacanze, eccoci di nuovo qui, pronte a ripartire con le nostre attività.

Oggi vorrei riproporvi il “Piccolo vademecum” che abbiamo pubblicato a luglio in tre parti, in cui ci siamo occupate di individuare alcune strategie delle case editrici a pagamento, e di dare agli scrittori più inesperti alcuni strumenti di valutazione utili quando ci si addentra nel maremagnum dei siti web/vetrine delle case editrici.

Come riconoscere gli editori  “virtuosi” dai “furbetti”? Ci si può fare un’idea di massima prima di passare alla fase dei contatti e delle spedizioni manoscritti, per evitare proposte a pagamento indesiderate? Come evitare la doccia fredda del contratto a pagamento in coda a complimenti che parevano disinteressati?

Leggendo il nostro breve articolo, forse avrete qualche idea in più su come orientarvi.

Abbiamo accorpato le tre parti e realizzato un documento unico in PDF, che può essere scaricato liberamente, stampato, diffuso, citato e così via…  insomma, è a disposizione di chiunque voglia servirsene, secondo i modi della licenza CreativeCommons di cui ci serviamo da sempre.

Potete scaricarlo dal nostro sito, nella sezione Articoli, oppure cliccando QUI. Ogni commento, suggerimento e critica è ovviamente ben accetto!

Chiudo questo primo post settembrino con un ringraziamento a voi, navigatori e lettori del nostro piccolo blog, che anche nel bollente mese di agosto siete passati a visitare queste pagine per un totale di più di 800 accessi unici.Grazie a tutti!

Un mini documentario sull’editoria a pagamento

Vi segnalo un video realizzato dal webmaster del portale letterario L’Isola delle Poesia sull’editoria a pagamento.  

Trovate il video anche su l’Isola della Poesia e vi invito a lasciare anche lì qualche commento per Luca.

Questo mini documentario mi è sembrato un ottimo “bignami” dal quale partire, per gli autori che non hanno nessuna idea di come funzioni l’ambiente editoriale: è giusto dare loro degli elementi basic sui quali ragionare, e magari degli spunti per incitarli a muoversi e cercare informazioni a loro volta.

L’unica mia perplessità, e ne ho parlato con Luca appena visto il video, è la dicitura “editoria gratuita”. Usare questa denominazione per l’editoria tradizionale non è preciso, secondo me, perché l’editoria “tradizionale”, quella che pubblica e vende in libreria senza chiedere contributi, è PAGANTE.
Lo scrittore fornisce un manoscritto che viene editato e venduto dall’editore e ne riceve in cambio dei proventi chiamati “diritto d’autore”. L’espressione “editoria gratuita”, invece, è il semplice rovesciamento lessicale di “editoria a pagamento”, che già di per sé è un rovesciamento!

A questa mia perplessità, Luca ha risposto così:

“Il video è scritto dal punto di vista dell’aspirante scrittore ed è pensato per tutti coloro che non sanno nulla di editoria (…) , o pensano che pagare sia meglio o, addirittura, obbligatorio. Per queste persone ho usato la parola GRATUITA perchè per loro, per il livello di informazione di cui dispongono sull’argomento, a mio avviso valgono e sono maggiormente recepibili le equazioni:
editoria gratuita = non si paga per pubblicare
editoria a pagamento = si deve pagare per pubblicare”
Mi sembra una motivazione valida, spero che il suo video venga visto e diffuso il più possibile.
Ma non provate a usare in questo blog l’espressione “editoria gratuita” se non volete che mi arrabbi! ^^

 

Ancora diffide

Ennesima diffida per il blog WritersDream, accusato da molte case editrici a pagamento di fare una cosa orribile: dire la verità e parlare in modo chiaro. Le tre liste nelle quali vengono classificati gli editori (Inferno, Purgatorio e Paradiso) sono state già altre volte bersaglio di critiche, denunce e diffide da parte – ovviamente – di chi era stato incluso in quella meno nobile, l’Inferno dei contributi di edizione, delle 1000 copie a carico dell’autore e via dicendo.

Oggi a farsi girare le eliche è la piccola Armando Editore, inserita appunto nell’Inferno in quanto chiede all’autore l’acquisto di un ingente numero di copie, a prezzi non proprio modici. WritersDream spiega e risponde, e lo fa con grande garbo, come al solito: portando prove, fatti e leggi.

Come sempre, anche noi assicuriamo a WritersDream ogni sostegno morale per queste tristi vicende. E troviamo straordinario che un blog non si arrenda davanti alle diffide, ma continui a fare nomi, difendendosi dalle assurde minacce con i propri semplici diritti: quelli garantiti dalla legge sulla libertà di espressione, di critica e di opinione.

Lampi di genio

Ieri ho avuto un lampo di genio. Mi sono imbattuta in un articolo, sul Corriere, sugli “scrittori fai da te“, e ho ringraziato il cielo di essere in un paese che vanta penne informate, penne d’assalto, penne impazienti di fornire alla collettività un servizio di utilità pubblica. Poi mi sono svegliata e mi sono accorta che le suddette penne sono fuggite coi loro cervelli, a noi restano le pene.

Dopo la nascita di Kindle2, prodotto da Amazon, sappiamo che una macchinetta di tre etti può contenere le notizie, i dati o le storie di circa 1500 libri.

Una “macchinetta di tre etti“? “Le notizie, i dati o le storie“? Davvero non si può fare di meglio?

È capace di nuove funzionalità, ha un disegno grazioso — il primo Kindle era più brutto dell’anatroccolo delle fiabe — nonché un rinnovato sistema di navigazione, sedici tonalità di grigio e alta risoluzione.

La penna penosa ha dimenticato la cosa più importante: i tasti ce l’hanno la musichetta? Chi se ne frega della memoria, dei formati, dello schermo con luminosità opaca simile alla carta, ci si può scaricare lo snake? Questo è quello che interessa all’uomo della strada!

E siamo solo al primo paragrafo. A seguire, una panoramica sulla situazione del self-publishing italiano, statistiche alla mano e un interlocutore illustre, il prof. Giuliano Vigini, al quale il giornalista dà la parola solo per fargli dire che la stampa digitale è in aumento, che costa meno e che gli editori ricevono un sacco di manoscritti.

Dopo di che, abbiamo il ritratto del protagonista assoluto del “caso self-publishing“.
Lulu? No, troppo moderno, è per smanettoni e l’uomo della strada non ci arriva.
Ilmiolibro.it? Piano, quella è dei concorrenti, meglio sorvolare.
Ci sono: Lampi di Stampa!

Lampi di Stampa è una casa nata per conservare in catalogo una certa opera e anche per microtirature. (…) Lampi di Stampa, per dirla in breve, alterna un’editoria tradizionale al servizio di microtiratura e al fai-da-te; è una specie di ponte tra l’editoria del passato e quella che potrebbe nascere.

… Ecco, ma dove vive ‘sta gente (e chi gli ha insegnato a scrivere!)?
L’editoria che “potrebbe nascere” esiste da un bel po’ e funziona anche bene, ad esempio per il caso dei libri rari o delle pubblicazioni universitarie – la nostra penna scrivana ne parla en passant, ma è molto importante, è il futuro della cultura. Ma sentiamo Lampi di stampa:

Noi, per taluni aspetti, siamo ancora degli editori perché offriamo a chi lo desidera un servizio di editing e respingiamo opere oscene o plagi.

Quel “per taluni aspetti” potrebbe far tremare le vene dei polsi a chiunque abbia avuto a che fare con l’editoria a pagamento. Non è il caso della penna giuliva, che non si preoccupa di andare oltre le dichiarazioni del direttore editoriale.

(…) le Messaggerie, la grande catena che distribuisce tra l’altro Garzanti, Longanesi, Vallardi e la stessa Lampi di Stampa

No, caro giovane, non è esattamente così. Basta andare sul sito di Lampi di Stampa per accorgersi che Messaggerie non è semplicemente il distributore, ma l’azienda “madre” di cui la casa editrice è una costola.

Quindi abbiamo qualcosa di simile a Ilmiolibro.it, un colosso editoriale/distributivo che apre (o acquisisce nel suo gruppo) un print on demand per intercettare il target degli scrittori, oltre a quello già coperto dei lettori.
Questo sarebbe un discorso interessante da affrontare: il print on demand degli autori esordienti è un mercato destinato a cambiare il panorama editoriale? Oppure è solo un momentaneo “tacchino grasso” su cui cercano di buttarsi tutti prima che si esaurisca, una specie di bolla? Le Messaggerie posseggono mari e monti: edicole, catene di librerie, case editrici, marchi a volontà, questa pubblicità a Lampi di Stampa (perché a me sembra proprio una pubblicità, altrimenti almeno un altro nome avrebbero dovuto farlo!) significa qualcosa?

Non lo sapremo mai, ma forse possiamo immaginarlo. Ce ne sono tanti, di articoli superficiali e approssimativi come questo, che traboccano di sense of wonder per la rete ma che ancora non la sanno usare. Che parlano solo di alcune cose e sembrano ignorarne altre. Che non approfondiscono. Che la buttano lì.

Occhi aperti, ragazzi, il print on demand è un mercato caldo. Lo dimostra anche questo.

Achtung!!!

C’è una moda dilagante, nell’ambito dell’editoria a pagamento contemporanea, che sta prendendo sempre più piede e di cui abbiamo spesso parlato: quella della QUERELA PER DIFFAMAZIONE. In pratica, dette case editrici hanno radunato una sorta di braccio armato virtuale, una legione di subalterni blogomani, e li hanno dispersi per la Rete a caccia di discussioni, commenti, post che contengano l’Offesa Suprema, l’Onta Incancellabile, la Bestemmia Cosmica, alla quale opporre, come arma di difesa, il paventato tentativo di ricorrere per vie legali: la definizione “casa editrice a pagamento”.

 


Ecco, stando alle case editrici a pagamento, o comunque a una loro ampia percentuale, la stessa definizione “casa editrice a pagamento” è una mortale offesa lesiva dell’immagine e della dignità dell’azienda, filosofia che mi sembra un tantino schizofrenica, se sostenuta da chi, di fatto, si definisce casa editrice ma offre a pagamento servizi che nell’editoria tradizionale sono a carico dell’editore.

L’abbiamo già detto altre volte, lo ripetiamo: l’editoria a pagamento, per quanto controversa e poco ortodossa, non deve essere necessariamente un male, se al contributo da parte dell’autore si accompagna una politica editoriale come cristo comanda. Il problema semmai è la totale deviazione e aberrazione di questo principio, che ha portato decine e decine di case editrici spuntate dal nulla a riversare nel mondo tonnellate di carta straccia, libri stampati senza alcun elemento che ne giustificasse la pubblicazione, se non il tornaconto economico.

Ed ecco che “a pagamento” diventa locuzione non gradita alle stesse case editrici che la mettono in pratica, da evitare, da sussurrare piano, da spiegare con giri infiniti di parole, pena l’arrivo della famosa, temuta QUERELA. Ormai la mitica querela è diventata quasi un tratto distintivo dei blog che parlano di editoria, una sorta di medaglia al valore, un po’ come le cicatrici da sparatoria per i rapper americani.

 


La cosa lì per lì può anche far ridere, del resto si tratta di azioni legali risibili, che poggiano su basi inesistenti, tuttavia mi premeva sottolineare come questa situazione stia diventando sempre più seccante, tanto più che va a danneggiare un diritto fondamentale, quello della libertà di parola. Ecco, un ambiente in cui la libera espressione viene “punita” con rappresaglie legali, io non riesco proprio a tollerarlo.

Questa riflessione è nata stamattina dopo aver letto le vicissitudini del blog di Writers Dream, che già tempo fa ebbe noie simili, e oggi si ritrova una diffida inviata dalla casa editrice Deinotera.
Addirittura, i gestori del forum vengono accusati di aver accostato il nome della casa editrice “[…]senza alcuna a moderazione, ad espressioni improprie, ingiuste e fuorvianti, cagionandole grave nocumento” in modo “offensivo della dignità e dell’onore“.

Quindi tu esprimi un’opinione e vieni trattato come una specie di apologeta nazista che va in giro a ledere l’altrui dignità.


Ma stiamo scherzando?

Un popolo di…

Il quotidiano “Affari Italiani” ha di recente pubblicato un articolo sull’editoria a pagamento, interessante già dal titolo: “Un popolo di navigatori, santi e scrittori… a pagamento”. L’intervento riassume in modo conciso ma esaustivo il problema dell’editoria a pagamento, cita due testi di riferimento (entrambi recensiti da noi: “Esordienti da spennare” e “L’autore in cerca di editore“) e riporta acuni avvenimenti recenti, come il contenzioso de Il Filo Vs Bianciardi e la recente polemica sullo scrittore, sempre de Il Filo, Fabio Fazio.

L’articolo cita anche la Lista E.A.P., la lista degli editori a pagamento stilata con indubbia pazienza e imperturbabilità dai baldi “scribacchini” (:-D!) di Writer’s Dream, che hanno avuto più di un grattacapo a causa della propria schiettezza (sono arrivata all’articolo proprio dal loro blog).

Nell’ultima parte dell’articolo si cita anche un esempio virtuoso: quello di Albalibri, una casa editrice da noi già nominata a proposito della (ormai) rara virtù di tradurre gli stranieri dalla lingua originale.  È bello leggere la storia del fondatore di Albalibri, Clirim Muça, delle sue alterne vicende e della particolare strategia della sua casa editrice: tirature bassissime, forte spinta all’evento e nessuna richiesta di contributo.

La quale richiesta, torno a ripeterlo, non è di per sé una piaga capitale. La disonestà lo è,  come il lucro indiscriminato e la cinconvenzione di buona fede. Esistono anche case editrici, come la Lietocolle, “costretta” dal mercato a chiedere un aiuto anche agli autori. Oltre al contributo però esiste una selezione dei titoli che ha portato a un catalogo di qualità nel quale sono inclusi nomi importanti della poesia. Insomma, come sempre non ci sono solo gli estremi ma anche le sfumature, è giusto ricordarselo.

Un applauso comunque all’autore dell’articolo di Affari Italiani, Antonio Prudenzano, che accanto alla dote della sintesi ha dalla sua anche chiarezza e documentazione.

Vanity net, easy press

Sul sito de “Il Giornale”:  “Facebook, dove gli scrittori perdono la faccia“.
Ci sono arrivata su
segnalazione di Booksblog, l’autore è Gian Paolo Serino, che è anche fondatore di Satisfiction, “la prima rivista di critica letteraria che rimborsa i libri consigliati”. Vabeh… però la rivista è interessante ed è anche free press, che non guasta.

Nell’articolo sul faccialibro, Serino ironizza sul presenzialismo degli scrittori che si autopromuovono nel web 2.0. Aggiungono amici a raffica per poi sfruttare i contatti a fini di marketing. Si linkano e blurbano* a vicenda. Perorano cause da “corsari moderni”. Mettono frasi strane nel profilo. Pubblicano foto con altra ggente famosa e tra i libri preferiti di tutto un po’. Eh, questi scrittori narcisi!

Ora, però, vorrei fare una domanda a Serino: premesso che il suo è un articolo divertente che si legge con piacere, ha una vaga idea di cosa sia Facebook? Più in generale conosce l’inferno dei social network? Mai cliccato Myspace con il suo carico di morte e distruzione?

I comportamenti narcisi elencati esistono eccome, ma non sono appannaggio di scribacchini infoiati. Su Facebook fanno TUTTI così: sono tutti ansiosi di perdere la faccia. Gli scrittori sono solo una parte dei vanesi del 2.0 in questa Italia che, ce lo ricordava Flaiano, è “un paese di santi, poeti, nipoti e cognati”. Ma mi sa che tutto il mondo è paese.

Prendiamo un esempio a caso: me. Nel profilo del faccialibro espongo consiglisugli attacchi zombie; dichiaro di fare parte della religione di pio kenobi; come immagine ho una foto che mi sono scattata da sola, tanto per non farci mancare nulla. Presa nel vortice degli ex amici delle medie/elementari/vita pre-vita che millantano lavori strapagati alla NASA e organizzano cene amarcord, non oso pensare a cosa potrebbe succedermi se fossi in odore di fama (non avverrà mai ma fatemici credere): quando la gente inizia a metterti come amico dell’amico e tu devi accettare se no si offende e non vendi il libro; quando non puoi più, pena la figura da insensibile, eliminare richieste di adesione alla causa strappalacrime dei bambini svervegi; quando cominci a credere sul serio che al mondo interessi sapere tutte le cazzate che ti passano per la testa. 

Potrebbe persino capitarmi di avere Flavio Briatore tra gli amici, come succede a un certo Gian Paolo Serino… sarà mica lo stesso? Ma se sta su Facebook pure lui, mi suona strano che finga di ignorare come funzioni, che spinga sullo stupore per le innocue scempiaggini del network, e ce le proponga pure come chicche da scoop. Certo, citare un po’ di stranezze “fa colore” e si fa leggere. Un critico letteraro però dovrebbe considerare che sparare sul narcisismo degli artisti è facile, ma che quando è una società intera a guardarsi allo specchio, forse è il caso di andare oltre.

“Ma il vero motore di Facebook sono gli aspiranti scrittori: dal celebre chirurgo plastico che propone i suoi libri di filosofia applicata all’estetica alle veline della scrittura, ventenni che ti mandano le foto sul letto prima di inviarti i loro scritti, agli scrittori dell’angoscia, sempre pronti a rifilarti il loro capolavoro mistery o la loro creazione fantasy. Stiliti del posto fisso, sempre collegati a Facebook, che se lavorassero, invece di stare sempre davanti al computer, davvero l’Italia andrebbe meglio. Perché il dramma di Facebook, scrittori compresi, è che sabato e domenica si spopola, non c’è quasi nessuno. Chiusi gli uffici non rimangono nemmeno le tracce d’inchiostro.”

…e si stava meglio quando si stava eccetera, vero? Caro Serino, complimenti per l’ironia e la vena dissacrante: la prossima volta dicci anche qualcosa di nuovo e vedrai,  l’articolo che ne verrà fuori sarà da applauso.

*Niente paura, “blurb” è solo la versione 2.0 di “marchetta”. Ne parliamo domani…