EAP – editoria a pagamento

Se l’hai scritto, va stroncato

Sono andata su Ilmiolibro.it. il portale di stampa on demand del Gruppo Editoriale L’Espresso.

Il portale è relativamente nuovo e ha fatto storcere il naso a più di un editore a pagamento. La cosa è comprensibile, dato che certa editoria a pagamento non è altro che stampa on demand più cara: molti, compresi noi, consigliano gli scrittori presi da frenesia stampereccia di rivolgersi direttamente alle tipografie o a Lulu, bypassando simileditori e risparmiando un bel po’ di soldini.

Ilmiolibro.it, però, non è un semplice portale di stampa on demand, ma si ferma un passo prima (o più in basso, punti di vista).

Nella homepage di Lulu campeggiano le tre opzioni: “Pubblica”, “Vendi” e “Acquista”, seguite dai vari tipi di prodotti editoriali, dai libri ai calendari agli opuscoli, forniti dal portale.  Impostazione abbastanza essenziale.
Ilmiolibro.it, invece, parte in quarta con un claim roboante: “Se l’hai scritto, va stampato”.

COSA? E perché? Chi l’ha detto? E come se non bastasse, rincarano poco più in basso: “Da oggi il tuo libro con le tue foto in copertina”. Come dire: “Se l’hai scattata…”

Segue poi la vetrina dei titoli più venduti, quella degli ultimi inseriti e dei nuovi utenti e un box di annunci pubblicitari – altra differenza con la più sobria Lulu. Inoltre, Ilmiolibro.it si presenta come portale dedicato ai libri e più in particolare ai romanzi… è ilmiolibro, capito? Il mio libro, il mio caro libro, con la mia foto sopra. È talmente smaccato che rasenta la faccia tosta, non abboccate, diamine!

Insomma, Ilmiolibro.it non mi sembra proprio un mero portale di stampa on demand, ma, all’italiana, unisce l’utile e il dilettevole di aspetti opposti: la tipografia e la vanity press.
Al di là dei preventivi comunque ragionevoli, la veste e l’organizzazione del portale dimostrano l’intenzione di sfruttare la vanità degli autori emergenti e del loro nome (e della loro foto!) in copertina, aiutati in questo dal richiamo del marchio dell’Espresso e dal link  bello in testa all’homepage di Repubblica.it.

E io, come prima, continuo a preferire e a consigliare Lulu.

Espressione, cronaca, critica

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Questo è il primo comma dell’art. 21 della Costituzione Italiana, che difende il diritto alla libera espressione. Esso ha come emanazioni il diritto di cronaca e il diritto di critica.

Da Difesadell’informazione.com: "Costituendo al tempo stesso espressione della libertà di pensiero ed insostituibile strumento di informazione al servizio esclusivo della collettività, il diritto di cronaca vanta una tutela rafforzata. E finisce per prevalere sul diritto del singolo individuo, anche se “inviolabile”." E sul diritto di critica: "è dura contrapposizione, è mettere a nudo l’inadeguatezza, l’inaffidabilità, la falsità, gli errori altrui. E’ voler scuotere, provocare una reazione. La critica è fondamentalmente un attacco."


Il diritto della collettività a essere informata per ciò che riguarda il proprio bene e il diritto a esprimere giudizi soggettivi basati su interpretazioni dei fatti, il tutto senza superare i limiti della continenza formale, sono garantiti dalla Costituzione. Sono diritti inviolabili, sacrosanti, che ognuno di noi si trova in certi casi a difendere, ben sapendo che nessuno lo farà al nostro posto.  Le grandi aziende trascinano in tribunale i giornalisti, i politici citano in giudizio i comici, i datori di lavoro se la prendono con i morti in azienda, con la motivazione generale di un’"immagine danneggiata". E sul web, ci sono case editrici a pagamento che minacciano utenti e gestori di forum di azioni legali, con la stessa motivazione: state parlando male della mia azienda, danneggiate la mia immagine. Noi ne sappiamo qualcosa, ma la vicenda de "Il Filo" contro Bianciardi, di cui abbiamo parlato qui    e qui, fa ben sperare.


Una cosa del genere è successa al forum Writer’s dream. I gestori hanno avuto l’ardire di condurre qualche piccola indagine contattando le case editrici e chiedendo la pubblicazione; ne è risultata una black list dove sono citate quelle ritenute poco professionali e non affidabili, a prescindere dalla richiesta di contributo. Ma un certo signor Alex, che si dice rappresentante della MJM Editore, non ha preso bene la cosa. Ha iniziato con commenti fake, rapidamente smascherati, e ha continuato minacciando di denunciare tutti alla Polizia Postale (!), insultando gli utenti e… correggendo i racconti pubblicati sul forum! Buono lì, quel lavoro è mio! 😀


Ma gli "scribacchini" (o dovremmo chiamarli gli "esordienti da spennare"?)non si sono fatti scoraggiare e hanno risposto puntualmente, sfoggiando una continenza (e un italiano) ben superiore a quella dell’interlocutore. Questa coerenza, questa decisione sono mancate in forum ben più grandi, dove ora vige il divieto di nominare le case editrici proprio per evitare grane – che ci sono, certo, ma che spesso sono solo espressione di prepotenze. Qui c’è il riassunto della vicenda, con tanto di commenti inviperiti, in un post del blog di Writer’s Dream. Brave, ragazze!

Il Filo – II

Posto un interessante contributo alla vicenda “Il Filo VS Bianciardi”: è un commento al relativo post, scritto da avvocatospadaccino, in cui spiega alcuni particolari legali a uso di noi poveri mortali:

Chi vuole proporre un’azione giudiziaria civile contro qualcuno utilizza lo strumento dell’atto di citazione, a seguito del quale si instaura un giudizio cd. di merito, che dura più o meno due-tre anni (il primo grado, poi può essere appellato, ed in genere un appello civile può durare anche cinque anni.)

Questi lunghi tempi vengono chiamati: “more del giudizio”

Quando l’attore (ovvero chi propone l’azione) ritiene di non poter aspettare tutto questo tempo, perchè ne deriverebbe un “pregiudizio grave e irreparabile” (che viene definito: periculum in mora. é quel pregiudizio che non può o non può completamente essere risarcito con denaro), allora propone un ricorso ex art. 700 codice procedura civile, che permette di avere un’udienza a stretto giro (un mese-un mese e mezzo).

Questo giudizio si chiama cautelare d’urgenza ed è anticipatorio del giudizio di merito.

Il ricorso ex art. 700 c.p.c. per essere accolto deve fondarsi su due elementi: il fumus boni iuris (la parvenza del buon diritto) ed il periculum in mora (il pregiudizio grave e irreparabile nelle more di giudizio.)
Così ha fatto il Filo (sarebbe interessante leggere il suo ricorso).

Il giudice si è pronunciato solo sul fumus boni iuris ritenendo superfluo pronunciarsi anche sul periculum in mora (infatti un giudizio cautelare viene accolto solo se ci sono entrambi i requisiti) ed ha emesso ordinanza (che non è una sentenza) di rigetto.

A questo punto, il Filo ha due possibilità.

O nei 15 giorni dalla notifica dell’ordinanza propone reclamo (potremmo definirlo come l’appello del giudizio cautelare – tempi del reclamo: come il cautelare, un mese-un mese e mezzo) oppure instaurare direttamente un giudizio di merito (tempi di durata del processo: due-tre anni), oppure ancora desistere da ogni ulteriore azione.

Perciò è lecito essere soddisfatti di questa vittoria, ma la battaglia potrebbe essere ancora molto lunga.

p.s. i tempi che ho indicato sono quelli del mio foro, forse a Bologna sono più veloci.

Le spese sono sempre molto rilevanti.

E dopo questa spiegazione, l’avvocato spadaccino butta lì uno spunto:

Sarebbe interessante studiare se e come sia possibile promuovere una class action contro un editore a pagamento.

Ovvero un gruppo di autori turlupinati che si mettono insieme, magari costituendo un comitato, e agiscono giudiziariamente contro l’editore a pagamento. Solleverebbe un bel polverone e gli editori a pagamento comincerebbero a tremare per davvero.

Inoltre potrebbe essere possibile chiamare in causa anche i grandi giornali nazionali che, pur sapendo che tipo di offerte presentano certi soggetti, accettano certe inserzioni ingannevoli pur di incassare laute cifre.

Che dire… sembra una sfida fattibile, e anche secondo me deve partire dagli scrittori –  non più solo dai loro difensori, che in prima linea sono pronti a farsi massacrare. Sono gli scrittori che dovrebbero organizzarsi, e trovare la voglia e la dignità di lottare, come già fanno molti, oltre a lamentarsi.

Con questo appello a una ritrovata “coscienza di classe” concludo il post e anche l'”anno scolastico” 🙂 e auguro a tutti di trascorrere vacanze lunghe, serene e piene di belle letture. Il blog si prende una pausa insieme a noi… che però ci porteremo manoscritti e lapis anche in spiaggia!  Vi aspettiamo a settembre belli carichi, per ripartire insieme all’insengna di tante belle novità.

Ciao a tutti!

Sul filo del rasoio

Buone notizie, anzi ottime. Sul blog Riaprireilfuoco, Bianciardi pubblica l’esito di una causa intentata a lui e ai suoi colleghi da parte della casa editrice “Il Filo”. Il Tribunale Civile di Bologna ha dato torto a “Il Filo”, che non è riuscita a dimostrare la falsità delle affermazioni rivolte nei suoi confronti.

Penso che questa sia una sentenza significativa, e spero davvero che possa essere, da ora in poi, un valido precedente da opporre alla prepotenza di certe minacce.

Non vi sembra ridicolo che in certi forum sia vietato fare i nomi delle case editrici, per non incorrere in querele? E che tutto questo sia avvenuto per tacitare le denunce e le lamentele di scrittori che riferivano ai colleghi le loro delusioni e gli imbrogli in cui erano incappati? Non è squallido che, subita una fregatura, non la si possa nemmeno raccontare? Proprio chi ci ha turlupinati alza anche la voce, e non con noi, ma con i moderatori e i provider che troppo spesso scelgono la strada più comoda e meno accidentata per evitare i conflitti.

Questa sentenza è chiara, potete leggerla dal blog di Bianciardi, e per comodità ecco il link diretto. Leggiamola e commentiamola insieme.

Vengono riferite in primo luogo le lamentele de “Il Filo”: “veniva accusata di essere un ‘editore a pagamento’ (…) ben 11 posts si distinguevano  per la loro volgarità espressiva  (…)”. “Ravvisando il pericolo  di un danno  grave ed irreparabile alla propria immagine e reputazione” , “Il Filo” pretende che vengano rimossi da Riaprireilfuoco i post e i commenti incriminati, e non solo: chiede di levare di mezzo tutti i testi che parlino di lei, e di “astenersi dal far ulteriormente circolare (…) scritti aventi ad oggetto la sua attività commerciale.” Nient’altro?

Bianciardi controbatte specificando lo statuto del webmaster, nel caso particolare del blogger: non è un direttore responsabile, non ha né il potere, né il dovere di esercitare un controllo. L’unica eccezione sta nel moderare i commenti diffamatori, non certo quelli che operano il  “legittimo esercizio del diritto di critica“.

La sentenza respinge le richieste de “Il Filo”: “sul punto è sufficiente osservare che il provvedimento richiesto, in quanto volto a realizzare anche una forma di censura preventiva, comporterebbe l’inammissibile violazione del diritto di libera manifestazione del pensiero“. Più avanti si specificano le caratteristiche del diritto di critica: è “una forma di estrinsecazione della libertà di pensiero“, “un’attività essenzialmente valutativa” che “non può essere valutata sotto il profilo dell’obiettività sino a ritenere che debba essere sempre misurata o comunque costruttiva“. Il diritto di critica è equiparato a quello di cronaca, e gli si dà la possibilità di prevalere sull’ “onore, la dignità e la riservatezza del privato” nel caso in cui sia di pubblico interesse.
Dato l’argomento trattato, e considerata l’ampia fascia dei giovani autori interessati all’attività della ricorrente, non vi è dubbio che le opinioni espresse dagli utilizzatori del blog fossero sicuramente di pubblico interesse“.

Ciliegina sulla torta, quei commenti che esprimono critiche legittime rispettano anche “il requisito di verità“, dato che il modo di fare della casa editrice è verificato anche in sede processuale. Falso è invece quello che dice “Il Filo”, nel momento in cui afferma di premiare autori meritevoli ma emarginati dal circuito editoriale e si pubblicizza senza fare menzione alla richiesta di contributo.

Anche la veemenza di alcuni commenti è giustificata perché “funzionale (…) tenuto conto che attacchi violenti possono essere giustificati se proporzionati ai valori che si ritengono compromessi. Valori edi interessi di sicuro rilievo nel caso in esame essendo in gioco le aspettative di giovani autori alla ricerca di un futuro in campo letterario“.

Parole chiare per una sentenza attesa; l’unica “pecca” è che le spese di lite sono “compensate tra le parti“, ovvero ( ma magari sbaglio dato che non mastico il legalese)  nessuno le risarcisce a nessuno. Pagare un avvocato non è uno scherzo, per cui un ricorso, anche se infondato e  respinto, il danno lo provoca lo stesso. È uno scotto che pagano in molti, spesso è ingiusto e rovinoso, mi auguro che non sia questo il caso. Insomma, andiamo tutti a congratularci con Riaprireilfuoco e diffondiamo la notizia della sentenza, chissà che, in futuro, non possa servire a qualcuno come arma di legittima difesa…

Il Filo Spinato

Qualche tempo fa, un uccellino mi ha rivelato una cosa riguardo le edizioni Il Filo… sembra (e dico sembra, perché non ho nessuna prova, tranne un accenno dalla gola profonda), che qualcuno del Filo consigli agli autori pubblicati di rivolgersi a noi, per “recensioni e promozione gratuita”.

 


Sinceramente non so se se la cosa sia vera, se esista davvero il genio che ci getta in pasto i propri pupilli, facendo loro credere di trovare in noi critici compiacenti… magari mettendo sul contratto di edizione “promozione gratuita e critica letteraria del titolo in associazioni culturali e agorà online” o vaccate del genere. Mi auguro di no!

In ogni caso, voglio ribadire le nostre linee guida a utilità di tutti,  scrittori, editori, lettori di recensioni. Non abbiamo interesse ad accanirci contro nessuno, ma ci facciamo un vanto della nostra sincerità, del nostro rigore e dell’indipendenza dei nostri pareri. Non facciamo promozione. E se qualcuno pubblica a vanvera, a pagamento o meno, è la prima cosa che facciamo notare nell’eventuale recensione, gratuita o retribuita.

Detto questo, se qualche editore vuole fare cosa gradita ai propri scrittori e alla propria azienda, ci assuma come editor, e lo copriremo d’oro. ^@^

Esordienti da spennare

Online sul nostro sito la recensione a “Esordienti da spennare”, la piccola inchiesta della Ognibene sul cosiddetto “sottobosco” delle case editrici a pagamento.

Il racconto della Ognibene avvince il lettore, in particolare il lettore-scrittore, e ha un bel punto di forza: non teme di fare nomi, anzi riporta titoli e conversazioni, lettere e risposte, ottenendo il doppio risultato di elaborare un discorso sensato sull’argomento e di tracciare una serie di “casi di controllo” di editori dai ben dubbi scopi.

Leggi la recensione

Anni fa, balda minorenne, partecipai al concorso letterario “L’Autore” indetto dalla casa editrice Firenze Libri (quello pubblicizzato ogni anno con un box in prima pagina di “Repubblica”). Dopo qualche mese, mi arrivò la notizia che, pur non avendo vinto, ero stata “selezionata” e ritenuta idonea per la pubblicazione. A una mia chiamata, spuntò fuori la richiesta di contributo, che rifiutai. A onor del vero, va detto che la Firenze Libri si dimostrò molto attenta verso i miei manoscritti: mi chiese dei soldi per rimandarmeli indietro, perchè “è un peccato farli finire al macero”. Poveriiini…

Mi mandarono anche due o tre libri, come previsto per i partecipanti al concorso. Uno era il romanzo vincitore, un altro era “Avalon: l’agenda dello scrittore” di Giorgio Maremmi, un libretto che la Ognibene in “Esordienti da spennare” cita spesso come classico esempio di malafede delle case editrici a pagamento.
In effetti, “Avalon” è infarcito di improperi contro gli editori tradizionali, troppo chiusi nei confronti dei nuovo autori non inseriti in un “giro” preciso, e canta le lodi di chi si sobbarca l’onere di stampare i promettenti virgulti e accettare i loro soldi a titolo di gratitudine. Nonostante questo aspetto, però, “Avalon” è stata comunque una lettura interessante: perciò lo recensiremo a breve. Buona lettura!

Pagamento o on-demand?

Ancora sulle case editrici a pagamento. Da Riaprire Il Fuoco, blog di Ettore Bianciardi, leggiamo che Repubblica ha pubblicato un articolo sull’argomento:

Dunque anche Repubblica dopoIl Giornale si occupa degli editori a pagamento e dice esattamente le stesse cose che diciamo noi da qualche mese. Quelle cose che ci fanno passare per maleducati, per mascalzoni, per le quali ci minacciano querele, per quelle idee che fanno decidere molti a lasciare il blog e non rivolgerci più la parola. Adesso per coerenza fate lo stesso con Il Giornale e La Rebubblica, o non ve la sentite?

Di bello c’è che l’opinione pubblica sta assumendo un punto di vista più definito sull’editoria a pagamento. Fino a qualche anno fa queste case editrici operavano in modo più silenzioso, mentre oggi l’argomento è discusso e pubblicizzato in modo molto più consistente, dando la possibilità ai più sprovveduti di farsi un’idea e di proteggersi. C’è chi si è appena avvicinato al mondo della scrittura, e non sa, non è informato – anche se informarsi dovrebbe essere un dovere. Per questa fetta di scrittori, è bene che di editoria a pagamento si parli il più possibile per spiegare che non è vero che non si può pubblicare altrimenti, come molti vogliono tendenziosamente far credere. Si può pubblicare senza pagare, a meno che non si sappia scrivere. Chi non lo sa fare, non vuole imparare e non ha voglia di fare la gavetta, può lasciar perdere (non sta scritto da nessuna parte che non si può vivere se non si pubblica!).

C’è poi chi sa benissimo a cosa va incontro. Questo gruppo si divide a sua volta in due sottocategorie: chi, una volta toccato con mano il frutto della sua scelta (cinquecento copie di un libro inservibile da smerciare agli amici), inizia a lamentarsi (come se tutto ciò non fosse prevedibile fin dall’inizio); e chi, invece, fa finta di niente e inizia a dirsi “scrittore”, a spargere qua e là un libro privo di editing, pubblicato alla cazzomannaggia, senza rendersi conto di avere in mano un prodotto impresentabile.

C’è una domanda che fanno in molti, e che voglio riproporre qui: piuttosto che pagare una cifra esorbitante per pubblicare con una casa editrice a pagamento, se proprio non si può sopravvivere senza stampare il proprio libro, non è meglio rivolgersi al print-on-demand? Il servizio è lo stesso, il conto decisamente meno salato.

Una parentesi sull’editoria a pagamento

Negli ultimi tempi si è parlato, anche in questa sede, di case editrici a pagamento, della loro politica, del ruolo in un mercato editoriale ingolfato.

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