Fantascienza

Recensione a “Cronache da Mondi Incantati”

Segnalo una recensione all’antologia rillina “Cronache da Mondi Incantati”… stavolta non scritta da noi, in quanto a nostra volta presenti nell’antologia come autrici.

 


La recensione è apparsa sulla webzine Intercom Science Fiction Station e la potete leggere qui 🙂

Continuum n.32

Studio83 augura a tutti un felice e sereno Natale!

Cogliamo l’occasione anche per segnalare l’uscita del n.32 della rivista telematica fantascientifica Continuum. Come sempre, interessanti recensioni, articoli e racconti (tra i quali uno della nostra Elena).

Un abbraccio a tutti!

Cyberpunk – Antologia di scritti politici

Bentrovati!

È online la recensione, a cura di Elena, dell’ottimo saggio “Cyberpunk – Antologia di scritti politici”. L’argomento è di quelli interessanti e anche attuali, dato che nel panorama letterario italiano il cyberpunk sembra essere ritornato in auge grazie a un movimento letterario dal dubbio manifesto, ma portato avanti da scrittori di indubbio valore – parlo del Connettivismo.

Il cyberpunk,  lungi dall’essere passato di moda, resta ancora tra i canoni di un genere poliedrico e molto difficile da definire, come la sci-fi, e ne costituisce uno dei tanti nuclei. Non dimentichiamo che la fantascienza non ha a che fare con astronavi e robottoni, che nel tempo sono diventati più che secondari, ma con una problematizzazione della realtà che ha in sé i semi della dissidenza e della diversità.


Il cyberpunk supera il rapporto con la tecnologia che aveva caratterizzato la New Wave: non più una minaccia – o salvezza – dall’alto, ma una profonda trasformazione in chiave tecnica della società, spesso dell’uomo stesso, del quale invade il corpo; la figura dello scienziato lascia il posto a un canone di personaggi ai margini, immersi nei bassifondi, nuovi pirati che navigano nel mare della tecnologia, la assorbono, la reinventano, la dominano.
 

Continuum n. 31

Segnalo l’uscita del numero 31 della webzine fantascientifica Continuum, stavolta con una bella sorpresa: una veste grafica nuova di zecca, molto più in tema con gli argomenti trattati e di certo più accattivante. Per sapere cosa vi riserva questo nuovo numero di Continuum, rimandiamo all’editoriale in homepage: segnaliamo invece una delle recensioni, quella al film Il pianeta delle scimmie, scritta dalla nostra Giulia.

Buona lettura!

Vita breve e infelice di uno scrittore di fantascienza – Parte II

Avevamo già parlato tempo fa della – apparentemente – triste fine che sta facendo la sci-fi italiana, almeno a giudicare dalla scomparsa della stragrande maggioranza di concorsi letterari dedicati al genere. Avevamo chiuso con una serie di punti interrogativi ai quali sarà arduo dare risposta.

Il genere non è morto, ma resta sempre più confinato nella nicchia. Da un certo punto di vista, la nicchia è “salutare” rispetto al mainstream perché, se il pubblico generalista è mobile e va dove lo porta l’interesse collettivo del momento, il fandom è assai più preparato, fedele e smaliziato. Trattandosi comunque di un genere dall’importanza e dalla forza non indifferenti, che ha assunto un ruolo fondamentale nella letteratura del ‘900, è vero anche che trascurare le implicazioni di questo posizionamento “periferico” sarebbe un delitto.

La fantascienza italiana ha sempre sofferto, nella sua storia, dell’influsso di quella statunitense, soprattutto per quanto concerneva i gusti del pubblico quando il genere fu sdoganato. Mentre spopolava – quasi sempre a buon merito, eh – la celebre collana Urania, molti scrittori italiani dovettero adottare uno pseudonimo anglosassone per poter accedere al mercato: una specie di Ellis Island della letteratura, solo che stavolta si trovava a casa nostra. Il caso più triste fu quello di Roberta Rambelli, costretta non solo a cambiare il cognome in “Rambell”, ma anche il nome nel maschile “Robert”.


(La leggendaria copertina bianca e rossa della collana Urania)


Ripercorre la storia della sci-fi italiana Domenico Gallo, in un articolo (“Fantascienza italiana: la terra dei cactus”) apparso sulla rivista Intercom, seguito nella stessa pagina da un secondo articolo di Carlo Pagetti (che gli appassionati di Philip K. Dick ricorderanno autore delle prefazioni nella collana di Fanucci, alcune delle quali discutibili, a partire dal fatto che rivelano il finale senza dare al lettore neanche il tempo di arrivare all’incipit…)

Dell’articolo di Gallo è interessante il modo in cui l’accento viene posto sulle radici della diffidenza italiana per la sci-fi, a sua volta conseguenza della diffidenza verso la tecnologia, dopo che questa era giunta a stravolgere i valori della vita rurale. Aggiungerei, inoltre, dopo che la tecnologia aveva mostrato il suo “volto atroce” nel corso del secondo conflitto mondiale (passaggio, questo, che invece manca nell’immaginario collettivo americano). L’Europa del secondo dopoguerra è stata comprensibilimente meno entusiasta verso le meraviglie del progresso, sia per motivi culturali (un maggiore attaccamento a tradizioni lontane nel tempo che i giovani Stati Uniti ancora non avevano maturato), sia per motivi psicologici, avendo vissuto sulla propria pelle il trauma delle “macchine della morte”. C’è da dire che altrove, come in Giappone, questo trauma – ben più atroce, nel loro caso – è stato al contrario interiorizzato dalla sci-fi, non solo letteraria, al punto da diventarne il marchio distintivo.

Andando a ritroso nel tempo, un’analisi dei gusti letterari del pubblico italiano smaschera una tendenza ad amare l’esotico, l’altro, lo sconosciuto e misterioso, più che la proiezione estremizzata del proprio mondo e della propria società (compito che invece si è bene o male sempre assunta la fantascienza). Abbiamo avuto anche noi i nostri “romanzi scientifici” e “protofantascientifici”, in particolare grazie alla penna di Salgari, forse il primo scrittore italiano ad aver “viaggiato nel tempo” per ritrarre una futura società italiana nella quale, a meravigliose macchine volanti, si accompagnavano vita frenetica e problemi ambientali.

“Le meraviglie del 2000” di Salgari, romanzo protofantascientifico

Tuttavia, l'”anima nera” del presente, che la sci-fi metteva a nudo, non ha mai incontrato troppo i gusti del lettore generalista italiano. Il fatto che le opere (anche televisive e cinematografiche) di fantascienza che hanno preso piede nel nostro paese avessero tutte una forte componente avventurosa, come l’esplorazione degli “strani nuovi mondi” dell’immortale “Star Trek”, potrebbe essere indicativo in questo senso. Diamo uno sguardo al futuro, insomma, purché non sia il nostro futuro. La fantascienza può trasportarci altrove e farci sognare, ma anche – soprattutto – aprire gli occhi: in Italia, questo aspetto forse non è mai stato colto del tutto.Vorrei concludere con due segnalazioni: la prima è un’intervista, datata ma attualissima, all’immenso Vittorio Curtoni (sempre su Intercom).La seconda è più una commemorazione che, avendo citato “Star Trek”, mi sembra doverosa: oggi è il decimo anniversario dalla morte di DeForest Kelley (20 gennaio 1920 – 11 giugno 1999), l’attore che diede il volto all’indimenticabile dottor McCoy, controparte burbera e sarcastica del trio di protagonisti, insieme al capitano Kirk e al signor Spock (sì, esatto, “quello con le orecchie a punta”). Kelley soffrì molto per essere rimasto incatenato al personaggio di McCoy: ma, considerando che Star Trek, anche se vintage, resta tuttora un incrollabile mostro sacro, direi che ne è valsa la pena.


Vi lascio con un gustosissimo video sulla sua celebre battuta, “E’ morto, Jim!”, ancora oggi un tormentone in tutto il mondo (insieme a “Sono un dottore, non un… [mestieri più bizzarri]). Posto il video in inglese, sia perché rende meglio la bravura dell’attore, sia perché in Italia fu doppiato da tre diverse voci e si sentirebbe lo “scarto”).

Delorian 2.0

Il telefono ebbe un tremito addirittura impercettibile. L’uomo si piegò in avanti, fissandolo.
Il telefono… suonò.
L’uomo ebbe un sussulto e fece un salto indietro, la sedia cadde rovesciata sul pavimento. Lui si mise a gridare, a gridare:
“No!”
Il telefono squillò di nuovo.
“No!”
L’uomo voleva raggiungerlo, e allungò una mano e lo toccò, e rovesciò l’oggetto giù dal tavolo. Il microfono cadde fuori dal suo sostegno nel momento esatto nel quale squillò il terzo suono.
“No… oh, no, no” mormorò a voce bassa, coprendosi il petto con le mani, scuotendo la testa, con il telefono ai suoi piedi. “Non è possibile… non è possibile…”

 

da “Telefonata notturna”, Ray Bradbury, in “Io canto il corpo elettrico!”, Mondadori, Milano 2001


E adesso, signore e signori… il blog di George Orwell.
[via OT]

Vita breve e infelice di uno scrittore di fantascienza

Sono tempi duri per gli scrittori di fantascienza, soprattutto per gli esordienti a caccia di concorsi in cui mettere alla prova la propria penna.

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Videorecensione: Un’arancia a orologeria

Come molti sanno, Studio83 collabora con Booksweb.tv, la TV creata da scrittori e dedicata a tutti i bibliofili online.

Abbiamo realizzato per loro un montaggio degli estratti più significativi delle interviste della nostra serie “Editori in Fiera” (lo trovate cliccando nella sezione BOOKSPEOPLE > INVIATI SPONTANEI).
Abbiamo anche girato delle piccole videorecensioni, pensate per la fruizione in rete. Rapidità, incisività, ma anche una qualche profondità, un contributo personale… se siamo riuscite o no, potete giudicarlo personalmente.

Queste videorecensioni stanno andando bene, sono molto viste, e abbiamo deciso di renderle disponibili anche su Youtube.
Il motivo principale è che vorremmo costruire un bell’archivio video con tutti i nostri lavori, per non disperderli troppo, un’altra ragione può essere il fatto che il sito di  Booksweb non ha i direct link, e mi sono stufata di stare a spiegare: clicca lì, poi là, sempre dritto, terza a destra
Aspettiamo una versione aggiornata di Booksweb (la famosa 2.0 di cui si mormora da un po’, oltre a postare, quelle robe lì, eccetera…@_@ ) più amichevole nei confronti dei navigatori!

Nell’attesa, YouTube fa egregiamente al nostro caso. Ecco a voi la videorecensione di “Un’arancia a orologeria”, il romanzo di Anthony Burgess da cui è stato tratto il discutibile “Arancia meccanica” da Kubrick.

Se Arancia Meccanica, così come 1984, rientra nel novero dei salutari moniti letterari — o cinematografici — contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore” ha dichiarato Anthony Burgess, che, come sappiamo dalla sua biografia, ha vissuto la violenza della guerra e il dramma tremendo di una violenza sessuale perpetrata su sua moglie.
La sua opinione riguardo il film che ha contribuito a creare a fianco di Kubrick inizialmente era la stessa, ma poi, col tempo, è cambiata,  è stata venata forse da un po’ di pentimento, con la consapevolezza di aver fornito, più che uno strumento di riflessione,  un nuovo stile alla violenza. Ne accenna già in questa lettera (dalla quale è tratta la citazione), e lo ripeterà molti anni dopo (QUI , cercate:
Articolo scritto sempre da Anthony Burgess in cui lo scrittore sposa la tesi opposta (Corriere della Sera, 25 Marzo 1993).

A me il film di Kubrick piace, ma sono anche molto critica, perché secondo il mio parere appiattisce un romanzo monumentale a un discorso politico anche piuttosto banale, e dal punto di vista dello “stile della violenza”, in effetti, molte scene sono mera pornografia.
Per “pornografia dell’immagine” intendo un’immagine che dietro non ha niente, che esaurisce il suo significato nella sua apparizione, che è fine a se stessa e al vederla. So che non è l’opinione più diffusa, ma secondo me “Arancia Meccanica” di Kubrick è un “Barry Lindon” un po’ meno onesto, è autocompiacimento, e il fatto che sia realizzato magnificamente non dovrebbe farci confondere con qualc0s’altro.

Vabeh, detto questo godetevi il video, se vi va cercate di fami cambiare idea, “e così via, con tutta quella sguana”.

La sindrome di Reinegarth

Simone Maria Navarra, La sindrome di Reinegarth, Lulu 1995-2007

 

Simone Navarra è un nome da tenere a mente: una penna giovane e fresca, un’immaginazione brillante e un’ottima capacità narrativa fanno di questo autore una promessa nel grande parco degli esordienti italiani e nel panorama della narrativa di genere.

leggi la recensione

Colgo l’occasione  per introdurre l’argomento Lulu, su cui torneremo presto. In più occasioni (ad esempio al Litcamp di Torino) i responsabili della comunicazione di Lulu hanno specificato di non considerarsi una casa editrice, ma una piattaforma che offre dei servizi tecnici.

Ho una buona opinione di Lulu… personalmente tengo molto alle definizioni, ma comunque la vogliamo chiamare, Lulu è una realtà che si sta diffondendo. L’uso che se ne fa ne ridefinisce di volta in volta la funzione, nel senso che è diverso usare Lulu per stamparsi l’opuscolo dell’azienda, piuttosto che per la raccolta poetica che non ha avuto successo con nessun editore.
Il mezzo è il messaggio: in questo caso, possiamo aggiungere che i diversi contenuti contribuiscono a dare differenti fisionomie e status alla forma.

Continuum n. 26

E’ on-line il numero 26 di Continuum, webzine dedicata alla fantascienza e alle sue molteplici manifestazioni. Questa volta Continuum si occupa del movimento connettivista, argomento decisamente ricco di grandi spunti.

Accanto ad articoli e interviste che ne sviscerano gli aspetti chiave, Continuum n. 26 offre una serie di recensioni di vario genere (cinema, narrativa, saggistica, animazione made in Japan), ben otto racconti e una galleria di immagini di ispirazione connettivista.

Buona lettura!