Appunti di editing

Scrivere un buon incipit – Appunti di editing

Oggi parliamo di un elemento molto importante in un libro, che spesso determina l’esito di un acquisto o di una selezione: l’incipit. In narrativa e critica letteraria, con la parola “incipit” si definisce l'”attacco” di un romanzo, le primissime righe, che hanno lo scopo immediato di introdurre l’opera attraverso una vasta gamma di scelte narrative. Oggi vedremo perché è importante scrivere un buon incipit e quali sono gli incipit più famosi e ben riusciti.

L’incipit non è soltanto l’avvio di un romanzo, ma è il primo contatto tra il lettore e l’opera. Da quelle poche righe, il destinatario deve essere introdotto nell’universo stilistico e nel registro generale che caratterizzano il romanzo: e deve anche esserne “catturato”, ricavare una prima impressione positiva che determinerà la sua disposizione alla lettura. In sostanza, l’incipit deve essere un momento particolarmente comunicativo, in ordine “cronologico” il più importante dopo il titolo. Esistono varie tecniche per scrivere un buon incipit, a seconda dell’opera specifica che state progettando.

Affrontandolo da un punto di vista narrativo, è anche il momento in cui l’autore, dopo aver pianificato la sua opera nei contenuti, inizia a crearla attraverso lo stile. Prima ancora di pensare al lettore, quindi, sappiamo che l’incipit segna l’inizio per chi scrive, il primo approccio al romanzo; per dirla alla Calvino, “per il narratore è l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare”. L’incipit definisce il passaggio tra fantasia e narrazione, tra progettazione e realtà. Insomma, l’incipit è la summa perfetta di tutte le ansie possibili 😀 non a caso, è uno dei momenti in cui rischia di palesarsi un blocco: per questo deve essere esso stesso pianificato a fondo, a differenza di altri capitoli dove ci interesserà sapere solo cosa deve accadere. Qui le scelte stilistiche sono più importanti e vanno ponderate in anticipo, decidendo quale effetto vogliamo che abbia sul lettore.

Andiamo a studiare le diverse tipologie di incipit, per ricavare una panoramica sulle tecniche più largamente usate e capire quella che si sposa meglio con il nostro romanzo.

Incipit “in medias res”

All’ora del caldo tramonto primaverile comparvero a Patriarši Prudí due signori. Uno, sui quaranta, vestito di un completo estivo grigio, era di statura piccola, bruno, grassoccio, calvo; teneva in mano, piegato, il cappello di buon feltro e il suo viso era ornato da un enorme paio di occhiali di corno nero. Il secondo, largo di spalle, coi capelli ricci e rossicci, il berretto portato indietro sulla nuca, indossava una camicia sportiva, pantaloni bianchi spiegazzati e sandali neri.

Questo è l’incipit de “Il maestro e Margherita”, di Michail Bulgakov, ed è un esempio di come si può introdurre il lettore attraverso una tecnica cosiddetta “con suspense”: non spiego antefatti, non spiego motivazioni, mostro direttamente qualcosa senza che il lettore abbia idea di cosa stiamo parlando. Solo procedendo scoprirà il significato di queste prime righe e il ruolo di personaggi e ambientazioni appena introdotti nell’economia della storia.

Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano la “Gazza ladra” di Rossini, il sottofondo musicale ideale per un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice della dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuova proposta di lavoro.

“Vorrei dieci minuti del tuo tempo,” disse senza preamboli una voce di donna.

Altre volte si può essere introdotti in medias res con maggior delicatezza, una tecnica detta “con familiarità”. È il caso dell’incipit appena riportato, quello del romanzo “L’uccello che girava le viti del mondo” di Haruki Murakami. L’autore ci introduce in un contesto domestico familiare, una situazione comune (il trillo del telefono mentre il protagonista si prepara il pranzo), suggerendo da subito una serie di elementi: il protagonista ama la musica e la cultura italiana; il protagonista spera in un’offerta di lavoro; la telefonata che apre le danze avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo degli eventi. In questo caso, l’incipit ci svela anche che l’opera è narrata in prima persona e che abbiamo quindi a che fare con l’io narrante del protagonista.

Altre volte, l’incipit “in medias res” può partire direttamente con dei dialoghi, come in “Pantaleón e le visitatrici” di Mario Vargas Llosa:

“Sveglia, Panta” dice Pochita. “Sono già le otto. Panta, Pantita.”

“Già le otto? Accidenti, che sonno che ho” sbadiglia Pantita. “Mi hai cucito il gallone?”

“Signorsì, tenente” si mette sull’attenti Pochita. “Oh, scusa, capitano. Finché non mi abituo continuerai a essere un tenentino, amore. Sì, fatto, è splendido. Ma alzati una buona volta. Il tuo appuntamento non è alle?”

L’incipit “in medias res” può essere utile se vogliamo immergere immediatamente il lettore negli eventi o nel mondo dei nostri personaggi, catapultandoli da subito in un contesto e mostrandogli azioni e personaggi senza dare troppe spiegazioni. Grazie a questa tipologia di incipit possiamo produrre vari effetti: suspense, straniamento, curiosità. Possiamo dire che questo incipit è più “orientato al lettore”, perché l’autore rinuncia a fornire informazioni utili pur di catturare subito l’attenzione del destinatario.

L’incipit del tuo romanzo funziona? Lo scoprirai, tra le altre cose, grazie a una scheda di valutazione del tuo manoscritto!

Incipit descrittivo

La valle di Salinas è nella California settentrionale. È un canalone lungo e stretto tra due file di monti, e il fiume Salinas si snoda e si contorce lungo tutta la valle fino a sfociare nella baia di Monterey.

In “La valle dell’Eden”, John Steinbeck ci introduce nella vicenda iniziando con una precisa descrizione del luogo in cui è ambientata la storia. Ci dà coordinate spaziali, spiegando dove si trova la Valle di Salinas (cioè la Valle dell’Eden del titolo), e dandone una panoramica ampia e completa. È un incipit descrittivo, in cui riceviamo una serie di informazioni che ci sono necessarie a posizionare gli eventi in un dato luogo o in un dato tempo.

Anche se meno incisivo dell’incipit “in medias res”, l’incipit descrittivo ha comunque una sua utilità: ci permette di fornire già elementi fondamentali alle vicende che stiamo per narrare. Se ben gestito, ha una sua eleganza e può comunque catturare il lettore affascinandolo come ha fatto Steinbeck.

Un incipit può essere descrittivo anche se non va a ritrarre un luogo, bensì una tematica che sarà al centro dell’opera. Come fa Joseph Conrad in “La linea d’ombra”:

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo dire i giovanissimi. No, i giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima gioventù vivere in anticipo sui propri giorni, nella bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione.

Il tema portante del romanzo è il passaggio dalla giovinezza all’età adulta e l’autore sceglie di descriverlo a chiare lettere all’inizio del romanzo, per comunicare subito al lettore le sue intenzioni. Per la sua particolare impostazione, questo incipit è detto anche “riflessivo”, perché di fatto si basa su una lunga riflessione da parte della voce narrante.

Incipit narrativo

L’incipit narrativo include una vasta gamma di “attacchi” che, pur non aprendosi in medias res, ci immergono da subito in un certo contesto pur prendendolo più “alla larga”. È la tipologia più flessibile di incipit e forse la più largamente utilizzata, una via di mezzo fra l’azione immediata e la descrizione pura. Può introdurre un’ambientazione, una serie di eventi, un personaggio, oppure delle tematiche caratterizzanti per la storia.

Era buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comperare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì.

Questo incipit, tratto da “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll, ci introduce nella storia in equilibrio tra mostrare e raccontare: ci spiega dove si trova il protagonista, quali sono state le sue abitudini negli ultimi anni, infine cosa sta facendo in questo momento. Con poche pennellate traccia un primo scenario in cui ci dice molto, usando al tempo stesso immagini dinamiche che coinvolgono immediatamente il lettore.

L’incipit narrativo può essere un buon compromesso, un modo per incuriosire chi legge e invogliarlo a proseguire senza rinunciare a comunicare da subito qualcosa di utile sulla trama e sui personaggi.

Hai bisogno di aiuto per rivedere il tuo incipit? È parte integrante del servizio di editing sui manoscritti!

Incipit famosi

Andiamo a vedere alcuni incipit tra i più riusciti e famosi, per imparare i trucchi del mestiere da chi ne sa più di noi! 🙂

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti.

Inizia così “It” di Stephen King, masterpiece dell’autore di Castle Rock: un attacco praticamente perfetto, che riesce a mettere insieme la giusta atmosfera, coordinate spaziali e temporali, una panoramica su ciò che è successo e ciò che accadrà, e a costruire un crescendo di tensione esasperato dall’elemento straniante della barchetta di carta.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Cambiamo genere e latitudini con questo splendido incipit da “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez. In poche righe, l’autore ci porta per mano nel suo realismo magico, in un mondo appena nato e suggestivo, introducendo uno dei personaggi principali e un evento (il plotone di esecuzione) a cui si arriverà molto più avanti. Una sorta di “flashforward” rapidissimo, per poi tornare al “remoto pomeriggio” di tanti anni prima in cui tutto è iniziato.

È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.
Io ci tornai veramente a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane.

Stavolta tocca a “Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut, autore che, come ha saggiamente detto la nostra Giulia, “è un maestro nel fingere di cazzeggiare”. In realtà ogni singola parola che scriveva era accuratamente pensata e ragionata (pare che impiegasse ore e ore a battere una singola pagina, ma che alla fine venisse fuori perfetta). Qui inizia con una frase che rende il significato dell’intero romanzo: “È tutto accaduto, più o meno”. Poi comunica che c’è una componente autobiografica, ci dà una posizione spaziale e temporale, concludendo con una stoccata cupa che a sua volta introduce un altro tema portante: la guerra e i suoi orrori.

Sollecitato dal conte Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata a scrivere la storia della nostra avventura all’Isola del Tesoro, con tutti i suoi particolari, nessuno escluso, salvo la posizione dell’isola – e ciò perché una parte del tesoro ci è ancora nascosta, io prendo la penna nell’anno di grazia ’17… e mi rifaccio al tempo in cui mio padre teneva la locanda dell’Ammiraglio Benbow e il vecchio uomo di mare dal viso sfregiato da un colpo di sciabola prese per la prima volta alloggio presso di noi.

L’incipit de “L’isola del tesoro” di Robert Louise Stevenson ci introduce diversi personaggi, l’obiettivo e setting principale della storia, la voce narrante del protagonista e l’evento scatenante iniziale (l’arrivo di Billy Bones all’Ammiraglio Benbow). Il tutto attraverso un lungo ed elegante periodo che preannuncia ciò che andremo a leggere, partendo da eventi successivi per riepilogare fino all’inizio della vicenda.

Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente.

“Quando ti vien voglia di criticare qualcuno” mi disse “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”. Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori inveterati.

Queste le prime parole di Nick Carraway, voce narrante de “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald. È lui a raccontare la storia di Jay Gatsby e questo attacco ci svela il suo carattere e la sua disposizione d’animo: sarà lui l’unico a vedere Gatsby oltre l’apparenza, lui a capire e spiegare perché la sua storia vale la pena di essere raccontata e letta.

Conclusioni

Abbiamo visto che un incipit è molto importante e abbiamo analizzato le varie tipologie, mostrando esempi pratici di come grandi autori abbiano impostato le prime righe dei loro romanzi di successo. Ora che abbiamo interiorizzato le regole su come scrivere un buon incipit, non resta che mettersi al lavoro! 🙂 E ricordiamolo sempre: evitiamo l’ansia e i blocchi, non c’è niente che non si possa realizzare nel modo giusto grazie a un’attenta pianificazione preliminare!




Come scegliere un titolo per un romanzo o un racconto – Appunti di editing

Se scrivere un’opera può essere complesso, c’è un’operazione apparentemente semplice che si rivela spesso la più difficile di tutte: scegliere un titolo per un romanzo o un racconto. Sull’argomento esistono decine di metodi e teorie, che si basano su diversi approcci e finalità. La stessa storia della letteratura ci insegna che romanzi celebri sono stati “partoriti” con un titolo che poi è stato cambiato, quasi sempre su suggerimento di editor ed editori – e quasi sempre a ragion veduta.

A scuola abbiamo tutti studiato le diverse edizioni de “I promessi sposi”, e il percorso che portò Manzoni non solo alla versione finale del romanzo, ma anche al titolo col quale è diventato un classico e che differiva dalla sua prima proposta. In un simpatico e interessante articolo, Il Post raccoglie i titoli inizialmente pensati per romanzi internazionalmente noti, con tanto di copertine “ritoccate” per vedere che effetto avrebbe fatto, per esempio, “Trimalcione nel West-Egg” al posto de “Il grande Gatsby”, o “Morto non morto” al posto di “Dracula”.

Probabilmente “Romanzo criminale” non avrebbe avuto lo stesso successo col vecchio titolo… (Foto di: Il Post)

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Il lavoro di documentazione – Appunti di editing

Si è soliti pensare che il lavoro di documentazione, quando si parla di narrativa e scrittura creativa, riguardi soltanto le opere storiche. In effetti i romanzi e i racconti storici richiedono una mole di lavoro non indifferente, come la lettura di testi e documenti, necessaria anche solo a mettere giù una scaletta. Ma la documentazione è una necessità costante anche per tutti gli altri, di qualunque genere sia la nostra opera. Un racconto su una storia d’amore in provincia può richiedere l’approfondimento di una vasta gamma di materie e temi, che possono variare a seconda delle situazioni in cui si trovano i personaggi.

…la libreria domestica che tutti vorremmo!

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Costruire personaggi credibili – Appunti di editing

Trama e intreccio sono strettamente legati ai loro attori principali, pilastri di un racconto/romanzo: i personaggi. Che siano inventati o realmente esistiti, si tratta in ogni caso di strumenti asserviti alla nostra storia, funzionali agli eventi narrati. Nel caso dei personaggi immaginari è tutto più semplice, perché partiamo da zero e possiamo inventarli nel modo che ci è più utile. Più rischioso è trasformare in personaggio qualcuno realmente esistito: occorre infatti sganciarlo dalla realtà e trasporlo in un’opera letteraria, ricordando che ciò che funziona nel mondo reale non necessariamente funziona nella fiction.

...e viceversa!

…e viceversa!

Creare un personaggio immaginario

Iniziamo da questa fattispecie del personaggio, la più semplice e anche la più largamente utilizzata. C’è chi inizia a creare una storia a partire dai personaggi e chi abbozza una trama e poi ragiona sugli attori che la porteranno avanti. Quale che sia il percorso, ciò che conta è che i personaggi rispondano a una serie di caratteristiche.

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L’importanza della cronologia – Appunti di editing

Tempo fa, rileggendo un mio lavoro, ho trovato delle madornali incongruenze nella successione degli eventi. Due personaggi nel primo capitolo si trovavano in un luogo alle tre di notte, ma nel secondo capitolo – che narrava le loro azioni successive – era improvvisamente mezzanotte. Come si può commettere un errore tanto stupido? Perché mancava un dettaglio importante nella scaletta: la cronologia.


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Scrivere per un concorso a tema – Appunti di editing

Gli appunti di editing di questo mese sono strettamente correlati all’attività che stiamo svolgendo per la collana Futuro Presente (la selezione per essere pubblicati in e-book da Delos Digital, vi ricordiamo, è sempre aperta: fatevi sotto!). Abbiamo ricevuto una grande mole di racconti e abbiamo pensato che fosse un ottimo spunto per parlare di una particolare attività scrittoria: quella che ruota intorno a un tema dato da terzi, che dobbiamo rispettare e al quale dobbiamo adattare la nostra opera. Daremo anche consigli sugli errori da non commettere (ricavati dalla nostra esperienza, ma universalmente applicabili).

Come si scrive, dunque, un racconto a tema per un concorso?

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L’infodump – Appunti di editing

“Ludmilla si fermò a osservare l’orizzonte. Da quando gli Zpurr avevano invaso la Terra le cose non erano più le stesse: del resto, quegli orribili alieni rettiliani consideravano la vita umana di nessun valore e a milioni erano già morti per mano loro. Sembrava passato pochissimo tempo da quando erano giunti sulla Terra, atterrando con immense astronavi, e si erano dichiarati nuovi signori del pianeta. Era per questo che Ludmilla si era subito arruolata nell’EAZ, l’Esercito Anti-Zpurr, dove era stata addestrata a combattere gli alieni invasori usando uno speciale fucile a molecole fotoniche rettiliano-repellenti.”

Cosa c’è che non va in questo brano?

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Quarta regola del successo per scrittori: sii positivo!

articoli sui libri e la scrittura - studio83

Scrivere è un’attività solitaria e risponde a esigenze personali: tutti noi autori siamo spinti da motivi diversi e seguiamo pratiche diverse, spesso completamente opposte.

Se però ragioniamo in termini di successo, le cose cambiano: ci sono alcune regole che faremmo bene a seguire, per rendere la nostra esperienza con la scrittura un’attività felice, piena di soddisfazioni e che ci porti ad arricchire la nostra vita da tanti punti di vista.

Lo scrittore e blogger James Scott Bell ha individuato sette regole del successo: a partire da un’analisi orientata su persone che sono diventate ricche e si sono fatte da sole, ha adattato le stesse pratiche anche al caso di chi scrive.

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La concordanza dei tempi (o consecutio temporum) – Appunti di editing

consigli per scrivere bene - studio83

La concordanza dei tempi verbali è l’insieme di regole che determinano l’uso di modi e tempi dei verbi, nella relazione tra proposizione principale e subordinata.

Viene anche detta consecutio temporum (io ad esempio la chiamo così!) in ossequio alla lingua latina, nella quale le regole da seguire in questo ambito sono molto precise e rigide.

La consecutio temporum è uno dei punti deboli maggiori dei manoscritti esordienti che leggo, e mi capita spesso di dover segnalare errori riguardanti proprio la mancata concordanza dei tempi e modi verbali.

Il concetto su cui soffermarsi è la relazione tra i due verbi (principale e subordinato) e il tempo. A seconda dei diversi casi e del discorso, bisogna tenere conto della relazione tra le azioni descritte dai due verbi. Continua a leggere il post




Editing e correzione di bozze – Appunti di editing

Nel corso del 2015, i nostri Appunti di Editing si sono concentrati sulla creatività: e su tutte le fasi per metterla su carta e compiere una prima scrittura completa, piena e soddisfacente.
Puoi scaricare in proposito il nostro manuale “Scrivere: ecco i segreti della creatività“, che contiene quei post, più molte aggiunte originali.

scrivere

Oggi vorrei porre l’attenzione sulla fase successiva, quella della revisione.
Che è importantissima e non può essere presa sottogamba!

Dopo il momento anarchico e tempestoso della creatività, ora dobbiamo riportare il nostro scritto a qualcosa di intellegibile e soprattutto efficace per chi legge. E possiamo farlo solo con una buona dose di razionalità, lucidità e… olio di gomito!

 Non esistono grandi scritture, ma solo grandi riscritture.

La revisione è composta di due fasi principali, che spesso vengono confuse con molta facilità e pessimi risultati.

La prima fase della revisione è l’editing. 

Ovvero il lavoro mirato a:

  • rendere i contenuti coerenti, limare (o dare) la struttura, controllare la tenuta della storia, la psicologia dei personaggi, la verosimiglianza dei fatti, l’accuratezza delle ambientazioni: tutti gli aspetti che hanno quindi a che fare con il contenuto, con le cose raccontate.
  • “Blindare” lo stile, la costruzione delle frasi, la scelta del lessico, le voci narranti e dei personaggi; ad esempio, mi capita spesso di leggere manoscritti nei quali tutti i personaggi parlano allo stesso modo; oppure dove si raccontano vicende del 1800 con un linguaggio contemporaneo: oppure dove vengono inserite descrizioni e digressioni nel bel mezzo di un momento importante, magari d’azione, e si rompe la tensione narrativa. Come editor, devo far notare e/o correggere queste aporie.
  • “Beccare” gli errori di contenuto: quindi tutti i riferimenti “esterni” come le ambientazioni e le date vanno verificate, e tutti i rimandi “interni” vanno ricontrollati. Ad esempio, se un personaggio viene sempre chiamato Sandro e solo in un punto Alessandro, deve esserci un motivo; se siamo ad agosto nessuno deve mettersi la giacca prima di uscire; se siamo nel 1970 e viene citato un fatto storico, quel fatto deve ovviamente essere sulla giusta timeline cronologica.

Parliamo quindi di un controllo specificatamente rivolto al contenuto della storia, dove per contenuto intendo riferirmi sia ai fatti narrati, che allo stile con cui li narro.

L’editing non è la correzione di bozze.

La correzione di bozze è il secondo importante momento della revisione.

È mirato principalmente a:

  • correggere tutti gli errori di grammatica, ortografia, battitura, refusi in genere;
  • uniformare le grafie: se le virgolette sono una volta doppi apici “ e una volta caporali » dovremo prendere una decisione e scegliere un solo tipo di segno; se i dialoghi sono una volta “tra virgolette” e un’altra – tra due trattini – bisogna appunto uniformare;
  • adeguare le grafie e la scrittura alle norme redazionali più comuni e/o a quelle espressamente richieste dal’editore. Ad esempio, se l’editore vuole solo virgolette «caporali», dovremo cambiare tutte le “alte” in tal senso; se non abbiamo ancora un editore, faremo bene a consultare un qualsiasi repertorio di norme redazionali e seguirne le indicazioni in modo univoco. Ad esempio, i titoli di riviste vanno messi normalmente in corsivo: L’Espresso. I titoli di libri riportati in un testo, invece, vanno tra parigine: “I promessi sposi”. Resta fondamentale il punto 2: fatta una scelta, questa va seguita in modo uniforme e coerente.

È molto importante l’ordine in cui si svolgono questi due lavori di revisione.

Prima l’editing, poi la correzione di bozze.

Questo per due motivi principali:

1 – se sei autore di un testo non puoi esserne l’editor. Tuttavia, ricontrollare il tuo scritto spietatamente (dopo la prima stesura e dopo una bella pausa) ti sarà comunque molto utile e potrebbe portarti a una seconda stesura del tuo lavoro, che darà forma a un testo nuovo e migliore del primo (e pronto per il controllo professionale di un editor).

2- Ogni successiva modifica, anche di una frase, può generare errori, anche solo di battitura. È molto più pratico quindi correggere le bozze come ultimissima cosa.

La correzione di bozze deve essere l’ultimo intervento in assoluto, quello che si fa una volta e poi basta, sulla versione definitiva del testo.
Non è una rilettura ma un intervento approfondito, riga per riga, alla ricerca metodica di errori. Tant’è che il correttore bozze professionista spesso parte dall’ultima riga, proprio per non essere distratto dal contenuto, nella sua ricerca.

Insomma: prima i contenuti, poi il “contenitore”, ovvero il linguaggio.

Revisione: posso farla anche da solo?

La revisione fatta dallo scrittore è un momento di crescita. Anzi, IL momento di crescita, il momento il cui dobbiamo farci “nemici di noi stessi” e imparare dai nostri sbagli. Quindi è molto importante che tu prenda del tempo per rileggere, ricontrollare e riscrivere tutto ciò che ti sembra passibile di miglioramento. L’opzione “buona la prima” non è un’opzione praticabile se vuoi che la scrittura sia una cosa seria.

Se però vuoi anche pubblicare, è meglio che al tuo lavoro si affianchi o sostituisca quello di editor e redattori professionisti, come noi di Studio83.

Se hai scritto un libro e vuoi mandarlo a un editore, la revisione professionale è consigliata: soprattutto l’editing, con il quale ti aiutiamo a evitare errori e scivoloni e a consegnare un testo piacevole da leggere. L’editore avrà poi cura di effettuare una correzione di bozze con i suoi redattori, nel caso in cui voglia pubblicarti.
(Considera però che un testo zeppo di errori non è mai un buon biglietto da visita: se non sei sicuro del tuo italiano, o sei confuso sulle grafie o non padroneggi bene la scrittura al PC, meglio pensarci su!)

Se vuoi pubblicarti in modo indipendente, è assolutamente necessario che affidi il tuo testo a una revisione professionale su tutti e due i fronti. Un editore interessato al tuo racconto può anche sorvolare su qualche improprietà di scrittura, ma un lettore che acquista il tuo libro su Amazon e ci trova anche solo una virgola fuori posto è un lettore perso, nella stima e nei futuri acquisti. E c’è il rischio concreto di cattive recensioni.

Pubblicarsi in modo indipendente è sinonimo di qualità quanto farlo con un editore, se lo fai in modo consapevole.

Perché questo accada, l’editing e la correzione di bozze sono indispensabili: sia da parte tua, come primo controllo, compattamento e “scrematura” degli errori più individuabili, sia da parte di professionisti che curino gli aspetti necessari a fare del tuo testo una pubblicazione di qualità.

Per saperne di più:
Dal sito di Studio83: cos’è la correzione di bozze
Dal sito di Studio83: cos’è l’editing
Dal blog: L’importanza dell’editing: perché no?